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Crisi agricola e l’inflazione

Le distruzioni provocate da incursioni straniere, guerre civili, brigantaggio, pirateria e pestilenza, nonché lo spopolamento delle campagne, ebbero come conseguenza una notevole diminuzione della produzione agricola, mentre le necessità militari obbligavano il fisco a essere più oppressivo. Ad aggravare la crisi intervenne una pesante e progressiva svalutazione monetaria che contribuì a determinare un enorme aumento dei prezzi delle derrate alimentari.

Per dare un’idea di questo vertiginoso calo del potere d’acquisto della moneta, basta pensare al fatto che in Egitto, nel I e nel II secolo d.C., il prezzo di una misura di grano era fisso intorno alle 7-8 dracme, all’inizio del III secolo d.C. era salito a 20 dracme e alla fine del secolo aveva raggiunto addirittura 120.000 dracme.

Venivano ormai coniate solo monete di rame o contenenti una ridottissima quantità di argento; chi possedeva ancora vecchie monete con alte percentuali d’oro o d'argento le teneva nascoste. Vi furono persino scioperi dei cambiavalute, i quali si rifiutavano di cambiare allo stesso prezzo le vecchie e le nuove monete, dato che queste ultime, contenendo una minor quantità di metallo prezioso, di fatto valevano molto meno.

Per esempio, un papiro egizio del 260 d.C. dà la notizia che i cambiavalute della città di Ossirinco avevano chiuso i battenti e si erano rifiutati di accettare e cambiare la moneta emessa dalla Zecca imperiale. In molte parti dell’Impero si tornò addirittura al baratto, ossia a un’economia premonetaria: persino le tasse venivano pagate dai contadini in prodotti agricoli e in animali.

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