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Il distacco dalla società e la diffidenza dei non cristiani

La comunità cristiana non era dunque una semplice adunanza di fedeli, ma aveva i caratteri di un gruppo separato, che obbediva alle proprie norme e si discostava ostentatamente dalla mentalità comune. I cristiani apparivano ai pagani come una comunità isolata e chiusa in una società in cui invece la vita si svolgeva pubblicamente; dalla gente comune essi erano definiti, come si legge nell’opera dello scrittore cristiano Minucio Felice (II – III secolo d.C.), “una razza di poltroni, gente solitaria che evita la luce del giorno (latebrosa e lucifuga natio)". “Che cosa facevano i cristiani dietro le loro porte chiuse, quando i non battezzati erano esclusi?”: è questa la domanda che probabilmente, secondo Eric Dodds, alimentò le numerose dicerie sui costumi dei cristiani. Circolava la voce che essi si abbandonassero a facili costumi e persino che uccidessero e mangiassero bambini a scopo rituale. Inoltre, come scrivono gli stessi autori cristiani, il cristianesimo era causa di gravi conflitti familiari, poiché in molte case le famiglie erano divise tra chi aveva aderito al nuovo culto e chi lo rifiutava.

In periodi di crisi, quindi, i cristiani divennero il naturale bersaglio, il “capro espiatorio” della città. Questa espressione richiama un rito del giudaismo con il quale il popolo “scaricava” le proprie colpe su una vittima simbolica ( il capro): l’animale attirava su di sé l’ira divina e così pagava per le colpe di tutto, finendo per essere sacrificato ( anche oggi l’espressione indica individui o gruppi ai quali è attribuita ingiustamente la responsabilità di atti illeciti). I cristiani, dunque, erano spesso incolpati delle pubbliche calamità, dato che la religione cristiana era sentita come una profanazione dei costumi tradizionali e come causa dell’ira degli dèi.

“Se il Tevere inonda la città – scrisse Tertulliano (II – III secolo d.C.), autore di numerosissime trattati in difesa della nuova fede – o il Nilo non inonda i campi, se c’è la carestia o la peste, la prima reazione è: I cristiani ai leoni”. Essi erano impopolari fra le masse dei non cristiani: secondo lo storico romano Tacito, per esempio, erano “odiati per i loro vizi” e anche Origene, uno scrittore cristiano, afferma che “la gente di Cristo è odiata da tutti i popoli, anche da quelli che abitano le più remote parti del mondo”. E’ comprensibile, quindi, perché si verificassero con una certa frequenza episodi d’intolleranza popolare: nel 177 d.C., per esempio, la comunità cristiana di Lione fu assediata dalla folla e le autorità dovettero intervenire per evitare il linciaggio.

Va detto, comunque, che, se lo schema del capro espiatorio era diffuso presso tutte le culture antiche, i cristiani assumevano spontaneamente questo ruolo, sottoponendosi ai tormenti: il pubblico “martirio” (termine che viene dal greco e significa “testimonianza”), infatti, era da loro considerato l’atto più nobile ed eroico che potessero compiere per seguire l’esempio del Cristo, morto per redimere l’umanità.

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