pexolo di pexolo
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Apsis

Malala e l’autore del Chronicon Paschale, tuttavia, non ebbero alcuna remora a ricordare la Tyche, il monumento imperiale e il rito dell’ippodromo, sia che nell’avanzato VI secolo il ‘paganesimo’ non fosse più avvertito come un pericolo, sia che la percezione di tratti pagani in qualunque iniziativa imperiale fosse riassorbita dai caratteri divini della sovranità. È tuttavia innegabile che, in un contesto civico intriso di paganesimo come quello in cui si svolse la rifondazione di Bisanzio, Costantino avesse ritenuto conveniente compiere gesti politico-religiosi che consentissero anche a sinceri pagani di esprimere la propria devozione: molti, infatti, come Giuliano a metà dello stesso secolo, continuavano a ritenere la Tyche una divinità degna delle tradizionali offerte sacrificali nella Basiliké. Se diamo fede allo Pseudo Codino, non si trattava di quella che Costantino aveva fatto venire dalla capitale d’Occidente, perché quest’ultima fu collocata sotto l’Apsis del Palazzo imperiale: «La Tyche della città era una statua e fu fatta portare da Roma da Costantino il Grande; stava sotto l’Apsis del Palazzo. Il re Maurizio la fece fare a pezzi» (Patria III, 131). Secondo R. Janin, l’Apsis era una porta voltata che metteva in comunicazione gli edifici costantiniani del Palazzo (di Costantinopoli) con i nuovi di età giustinianea. Prima che questi ultimi fossero costruiti, essa costituiva uno degli ingressi monumentali della nuova residenza imperiale. Costantino, dunque, fece applicare il chrismon d’oro, incastonato di pietre preziose, sul soffitto di una sala interna del Palazzo ma collocò la statua della Fortuna romana, fatta venire dalla capitale, sotto una volta d’ingresso di quello.
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