pexolo di pexolo
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Costantinopoli – Statue di culto

Nel capitolo 54 della Vita Eusebio parla delle statue, facendo una distinzione fra il destino, la sorte delle statue in bronzo e quella delle statue in oro; «Nel portare a termine tali opere l’imperatore agiva per la gloria della potenza del Salvatore. Da una parte continuava così a onorare Dio, dall’altra si adoperava in tutti i modi per smascherare l’errore e la superstizione dei pagani». Questo è modus operandi di Eusebio, che legge dietro alle iniziative costantiniane sia un onorare Dio e la dignità dei cristiani, sia uno smascherare l’errore e la superstizione dei pagani: Costantino intende estirpare il paganesimo. «Pertanto mise a nudo, spogliò i vestiboli dei templi pagani in tutte le città, dopo che per ordine dell’imperatore vi erano state divelte le porte d’ingresso; di alcuni, una volta asportate le tegole, la copertura del tetto andava in rovina, di altri, i magnifici bronzi (le statue), venerati per lungo tempo dalla prode dagli antichi, venivano esposti alla vista di tutti in ogni piazza della città imperiale, affinché giacessero dinanzi allo sguardo irriverente di quanti si fermavano ad osservarli qui il Pizio, altrove lo Sminteo, i tripodi delfici nell’ippodromo, le Muse Eliconie nel palazzo imperiale». La figura retorica usata in questo passo è chiaramente un’iperbole. «E così tutta Costantinopoli fu letteralmente invasa dalle statue bronzee di preziosissima fattura che un tempo ogni singola provincia aveva consacrate agli dèi: di fronte ad esse, inutilmente per lunghi secoli i pagani, nel loro insano errore, avevano tributato nel nome degli dèi una enorme quantità di ecatombi, di olocausti e di sacrifici, e ora, seppur tardi, imparavano a ragionare assennatamente grazie all’imperatore, che trattava questi oggetti alla stregua di fantocci come fonte di scherno per il riso e il divertimento di quanti le osservavano.
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