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Cesare, il primo triumvirato, la dittatura e Cicerone


Cicerone visse in prima persona, tra il 56 e il 46 aC, la guerra civile tra Pompeo e Cesare: infatti attraverso questo patto privato Crasso ottenne la Siria, dove morì, Pompeo l’Africa e la Spagna e Cesare Roma insieme alla Gallia (Cisalpina e Transalpina); alla morte di Crasso Pompeo venne nominato “consul sine colega”(=console senza collega) poiché questi era morto e il triumvirato si trasformò in diumvirato. Cesare, dal momento che rimase solo sulla scena insieme a Pompeo, riconobbe a questi una grande abilità militare e per questo motivo gli dichiarò guerra: la vittoria definitiva di Cesare venne segnata da due battaglie, ovvero il Passaggio del Rubicone, che testimonia la discesa vera e propria di Cesare, e la Battaglia di Farsalo in seguito a cui Pompeo fu costretto a fuggire in Egitto e chiese rifugio al re Tolomeo. Questi prima gli offrì asilo politico ma presto lo uccise per ottenere il favore di Cesare, che tuttavia non fu per niente soddisfatto, che si innamorò di sua sorella Cleopatra.
In seguito a questo evento ha inizio la dittatura di Cesare (46-43) : Cicerone all’inizio lo aveva appoggiato perché era un moderato, un democratico, perché appartenente ai populares ma quando cominciò ad agire solamente per un proprio tornaconto ne soffrì molto e prese le distanze dalla sua politica. Alcune sue opere filosofiche, come il De Finibus, il De Amicitia, il De Legibus e il De Ufficiis attraverso la riflessione, appunto, filosofica, rintracciano il quadro della Roma di quegli anni.
Poiché Cicerone sognava un ideale di repubblica inesistente, non solo la filosofia ma anche la sua produzione di epistole (Epistulae ad familiares =rivolte ai suoi cari) ripercorre la sua sofferenza rispetto al momento che stava vivendo e il suo disagio nei confronti della dittatura.
Il 15/03/44 Cesare venne ucciso da Bruto e Cassio : si era guadagnato il dissenso dei senatori, che vennero privati delle loro ricchezze, dato che aveva trasformato una cosa di tutti in un dominio personale, e tra i suoi assassini viene ricordato il suo figliastro. In punto di morte, infatti, Cesare disse “Tu quoque Brute, fili mi!”, anche tu Bruto (sei in questa congiura), figlio mio!
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