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Cesare – Divinizzazione dell’imperatore


Un editto fondante, perché da allora in poi (fino a Costantino compreso) fu attuato per tutti gli imperatori romani, fu il voto da parte del Senato della divinizzazione di Cesare dopo la morte (44 a.C.), che venne stabilita quando era ancora in vita (sarebbe stato decretato come dius appena morto), il che rappresenta un modo per il Senato di mettere lo zampino sulla successione (i figli di questo imperatore sono figli di un dio e quindi hanno automaticamente diritto a succedergli→Ottaviano Augusto si autodefinirà divi filius, cioè figlio di un dio), mentre dapprima era sempre stato avverso a forme di divinizzazione dell’imperatore, ora si rende conto che la pressione delle filosofie orientali (→concezione divina del re, tipica dell’Oriente) fa sì che esse debbano essere accolte anche a Roma (ma il Senato può comunque metterci lo zampino, perché diventa un fatto costituzionale dettato da un organo costituzionale come il Senato); in suo onore, il mese Quintinis venne rinominato in Iulius. Cesare stava organizzando una spedizione contro i Parti, popolo che cominciava a diventare un grosso problema per Roma ma che, se il genio militare di Cesare fosse riuscito ad avere la meglio, avrebbe reso l’impero romano più grande di quello di Alessandro Magno, che fino ad allora rappresentava il grande mito a cui lo stesso Cesare si ispira; questa somma di poteri eccezionali assunti da Cesare ed il programma realizzato in questi ultimi mesi prima della morte furono tali da suscitare una reazione emotiva più che ragionata in un gruppo di cospiratori guidati da Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino, ma al gruppo dei congiurati parteciparono anche molti uomini a cui Cesare aveva concesso il perdono, vecchi nemici personali e politici che Cesare acclemens (con cui fu clemente, un virtus che verrà rappresentata in tutti gli imperatori ma che offre il segno di una realtà istituzionale ormai mutata: guai al capo di Stato che si nega clemente, laddove egli ha un potere assoluto e può esercitare clemenza, laddove non c’è più un rapporto paritario tra capo e cittadini).
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