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Le cause della guerra del Peloponneso

Il governo democratico dava ormai alla politica di Atene un evidente indirizzo imperialistico. Pericle aveva fatto costruire nuove navi da trasporto e da guerra. Poderose fortificazioni cingevano la città e proteggevano il porto. La Lega di Delo era diventata, di fatto, un vero e proprio Impero ateniese: le varie città non erano più alleate, con parità di diritti, ma tributarie e suddite. A Rodi e lungo le coste del Ponto c’erano basi navali ateniesi; sessanta triremi controllavano il Mar Egeo e trecento navi erano pronte a salpare dal Pireo e a sbarcare, dovunque la necessità e le esigenze lo richiedessero, oltre 60.000 uomini bene armati e addestratissimi. I Persiani avevano definitivamente rinunciato con la pace conclusa nel 448 a. C. Ad intervenire nelle cose della Grecia ed avevano riconosciuto l’indipendenza delle colonie dell’Asia Minore. Il prestigio di Atene diveniva sempre più grande, tanto che essa rappresentava ormai, agli occhi degli stranieri, tutto il mondo ellenico. Sparta ben presto credette che la sua indipendenza fosse minacciata dalla potenza militare, dalla ricchezza e dallo splendore di Atene. Ad essa si unirono alcuni Stati che facevano parte della Confederazione di Delo e che mal tolleravano la supremazia ateniese. Corinto, ad esempio, si ritenne particolarmente danneggiata dalla fervida attività marinara e mercantile degli abitanti dell’Attica e si schierò con i Lacedemoni. Intanto quasi tutte le città del Peloponneso si armavano e si preparavano alla lotta. La guerra divenne pertanto inevitabile. E fu una guerra aspra e spietata, guerra di confederazioni di popoli divisi da interessi contrastanti, guerra di stirpi (Ioni contro Dori), guerra di partiti (democrazie contro aristocrazie); e finì come doveva finire, con il progressivo logorio di ambedue i contendenti.
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