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A fare esplodere la situazione intervenne l’azione politica di Publio Sulpicio Rufo, tribuno della plebe di quell’anno, segretamente alleato di Mario. Egli propose una legge per distribuire i nuovi cittadini romani in tutte le 35 tribù in cui erano suddivisi i vecchi cittadini, abolendo le otto tribù supplementari in cui erano stati concentrati. L’intento segreto era di ottenere la loro gratitudine per fare poi deliberare ai comizi tributi la sostituzione di Silla con il Mario nel comando della guerra contro Mitridate. Il Senato cercò di impedire che la legge fosse posta in votazione: prescrisse a consoli e tribuni con il pretesto di cattivi auspici verificati dai sacerdoti, la sospensione di ogni attività pubblica, come se fossero giorni festivi. Sulpicio denunciò l’interessata manovra al popolo, suscitando una violenta agitazione contro i magistrati, che facevano rispettare il provvedimento del senato. Il console Silla in particolare fu oggetto di manifestazioni ostili e si salvò un giorno dalla volontà omicida di quanti lo inseguivano inferociti soltanto perché trovò rifugio nella casa di Mario, nei cui pressi si venne a trovare durante la fuga. Egli conosceva bene la lealtà di Mario: il suo avversario politico non solo lo tenne al sicuro, ma lo fece anche uscire dalla città. Consentendogli di raggiungere a Nola l’accampamento dell’esercito che era pronto a partire per l’Oriente e che egli aveva arruolato con lo stesso criterio introdotto da Mario del reclutamento di soli soldati volontari. Intanto a Roma, Sulpicio, ottenuta la revoca della sospensione delle attività pubbliche, non solo fece votare la legge a favore dei nuovi cittadini romani, ma anche una che riservava le giurie pensali ai cavalieri e un’altra che assegnava a Mario il comando della guerra contro Mitridate, anche se legalmente il governo della provincia d’Asia era stato attribuito a Silla per l’anno successivo al suo consolato.

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