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AGONIA DELL’IMPERO ROMANO: L’IMPERO DIVISO

All’inizio del V secolo, l’Impero romano era diviso i due parti sulle quali regnavano i due figli di Teodosio: Onorio governava la parte occidentale dell’impero, mentre Arcadio quella orientale. Questa divisione nel corso del V secolo divenne definitiva. L’impero d’Oriente e quello d’Occidente continuarono a costruire un’entità statale unica, ma in realtà le due parti affrontarono vicende diverse ed ebbero destini differenti. Sia l’Impero d’Oriente che quello d’Occidente furono sottoposti alla pressione delle popolazioni germaniche stanziate lungo i confini dello Stato romano. La parte orientale riuscì a liberarsi e a proseguire la sua storia per circa un millennio, la situazione nella parte occidentale divenne invece insostenibile. La parte occidentale fu quella più duramente colpita dalla crisi economica e demografica a partire dal III secolo. In questa situazione di disordine sociale si inserì il fenomeno delle invasioni da parte delle popolazioni germaniche.

Ci fu così un indebolimento della potenza militare romana. Furono sempre di più i soldati germanici impiegati per rafforzare le file dell’esercito romano. Così i germani divennero l’elemento militare fondamentale nella difesa dello Stato romano. Crebbe il potere politico dei comandanti dell’esercito tanto che furono loro a governare realmente la parte occidentale dell’Impero e a salvarlo dal crollo definitivo. Il primo di questi generali fu Stilicone, un militare di origine vandala, scelto da Teodosio come tutore del figlio Onorio, il quale quando salì al trono aveva solo undici anni. Stilicone riprese la politica di Teodosio volta alla progressiva assimilazione dei barbari nella vita politica e militare dello Stato romano. Era una politica che prevedeva il versamento di tributi, ossia il pagamento di forti somme di denaro ai capi barbari, affinché non attaccassero i territori imperiali. Stilicone agli inizi del V secolo si trovò a fronteggiare il pericolo dei visigoti. Quando l’imperatore orientale Arcadio decise di intraprendere una politica intransigente nei loro confronti e non pagò più i tributi, i Visigoti guidati da Alarico si spostarono in Occidente. Stilicone li affrontò e li sconfisse nel 402 a Pollenzo e poi a Verona. Però egli non annientò il nemico, consentendo ai Visigoti di rientrare nelle loro terre lungo il Danubio. Già all’inizio del V secolo l’Impero dimostrò di non essere più in grado di mantenere il controllo su un territorio di dimensioni enormi.
Nell’inverno tra il 406 e il 407 un gran numero di popoli germanici sfondò il confine del Reno. Molte popolazioni germaniche, tra cui Vandali, Burgundi e Suebi, dilagarono in Gallia, raggiungendo poi la Spagna. A metterli in moto furono gli Unni che spingevano alle loro spalle. La situazione divenne insostenibile per Stilicone, infatti, il senato di Roma lo imputò per il fallimento della politica di tolleranza nei riguardi dei Barbari. Nel 408 Stilicone fu ucciso con tutta la sua famiglia a causa di una congiura. La corte imperiale si trasferì da Milano a Ravenna. Anche questo fu un segnale di debolezza dell’Impero d’Occidente.

I BARBARI E I SACCHEGGI

La fine di Stilicone fece precipitare i rapporti con i Visigoti che calarono di nuovo in Italia. I soldati di Alarico furono liberi di compiere razzie e riuscirono ad assediare Roma. Alarico non ottenne alcun pagamento di tributo da parte di Onorio e diede l’ordine ai suoi soldati di entrare nella città. Roma fu sottoposta ad un terribile saccheggio durato tre giorni (410). La città aveva comunque un valore simbolico enorme. Il sacco della città fu perciò uno shock enorme per tutto il mondo romano, perché erano circa otto secoli che non veniva assediata (dall’invasione dei Galli senoni). Per molti contemporanei il sacco di Roma fu una vera e propria "fine del mondo". Alarico morì poco tempo dopo il sacco di Roma e i Visigoti poterono insediarsi in Gallia e in Spagna come alleati dell’Impero (federati).
Sotto la spinta dei Visigoti, i Vandali furono costretti a spostarsi verso i territori romani dell’Africa, mentre i Suebi si stanziarono nel nord-ovest della Spagna. Intanto nuove popolazioni si stavano insediando entro i confini dell’Impero, come i Franchi, i Burgundi, gli Angli e i Sassoni. Questi insediamenti avvennero, perché questi popoli furono riconosciuti come federati dell’Impero e gli stanziamenti furono attuati con il sistema dell’ospitalità. Nel V secolo l’ospitalità divenne una condizione permanente. Con l’ascesa al trono imperiale, nel 425, di Valentiniano III sotto la tutela della madre Galla Placidia, sorella di Onorio, l’imperatore d’Occidente si trovò sottoposto a una sorta di protettorato da parte di Costantinopoli. La corte orientale era contraria a ogni politica di accordo con i Barbari, ma quando anche l’Occidente fu minacciato dagli Unni guidati da Attila, fu chiaro che le alleanze con i popoli germanici erano indispensabili. Quando arrivarono a minacciare la Penisola italica, gli Unni non erano più una popolazione nomade.
Già intorno al 445 Attila riuscì ad avere il dominio delle diverse tribù unne e delle popolazioni da loro sottomesse. Nel 451 Attila varcò il confine del Reno e devastò i territori della Gallia, costringendo l’imperatore d’Occidente ad inviare un esercito per bloccarlo. L’esercito romano affrontò e sconfisse Attila presso i campi Catalaunici nel 451. A guidarlo fu Ezio, un generale originario dell’Illiria che si trovò a fronteggiare l’opposizione del ceto senatorio romano. Ezio tentò di trasformare gli Unni in alleati dell’impero, ma fallì. Nel 452 Attila penetrò in Italia, devastando Aquileia e giungendo fino alla Pianura Padana. Ezio non fu in grado di intervenire. Questa seconda invasione unna fu devastante e terrorizzò la popolazione dell’Impero, tanto che Attila passò alla storia come "Flagello di Dio", poiché dove passava non rimanevano altro che morti e rovine. Attila venne raggiunto presso il Mincio da una missione diplomatica inviata dal senato romano e guidata da papa Leone I. Dopo l’incontro col pontefice, Attila ritirò il suo esercito. La leggenda narra che furono le parole del papa a convincere Attila a rinunciare ai suoi propositi di conquista.
Molto probabilmente furono invece la stanchezza delle truppe o la minaccia degli eserciti dell’impero d’Oriente. Nel 454 il generale fu assassinato per ordine dell’imperatore Valetiniano III. L’anno successivo Roma venne raggiunta via mare e conquistata dai Vandali guidati da Genserico. Ci fu un secondo saccheggio della città durato circa quattrodici giorni che lasciò segni incancellabili di rovina su quella che era stata la città più importante del mondo per secoli. I soldati fedeli ad Ezio assassinarono Valentiniano III. Il ventennio che seguì la morte dell’imperatore fu caratterizzato da un succedersi di sovrani imposti dalla corte di Costantinopoli. L’instabilità politica si accentuò sempre di più. Per un certo periodo si impose il generale suebo Ricimero che cercò di giungere a una collaborazione tra Romani e Barbari. Quando i suoi rapporti col generale Antemio si guastarono, Ricimero non esitò a chiamare in Italia delle milizie germaniche e mise a sacco Roma per la terza volta in 60 anni. Alla morte di Ricimero, l’imperatore d’Oriente impose sul trono d’Occidente Giulio Nepote, ma le truppe barbariche si imposero e riconobbero come loro re un generale: Oreste. Egli proclamò imperatore il figlio Augustolo, che soprannominarono Romolo, forse per la giovane età o forse per disprezzo. Fu Romolo Augustolo l’ultimo imperatore d’Occidente.

476: FINISCE L’IMPERO D’OCCIDENTE. UNA DATA SOLO SIMBOLICA?

Romolo Augustolo rimase sul trono per circa un anno, ma non detenne mai un’autorità reale. Il potere, infatti, fu nelle mani del padre Oreste. L’autorità di Oreste si basava sulla promessa fatta alle milizie germaniche presenti in Italia di applicare il sistema dell’ospitalità anche nella penisola. Poiché Oreste non mantenne fede al patto, le truppe barbariche si ribellarono e proclamarono come loro sovrano il generale di origine scira Odoacre, che sconfisse e uccise Oreste, conquistò Ravenna e depose Romolo Augustolo (476). Non scelse però un nuovo imperatore e inviò le insegne imperiali all’imperatore d’Oriente Zenone, riconoscendolo come unico imperatore romano. Fu questa decisione a segnare la fine dell’Impero romano d’Occidente. Odoacre applicò il sistema dell’ospitalità anche all’Italia e cercò la collaborazione dei Romani per amministrare i territori del suo regno.

Il 476 quindi non portò rivoluzioni traumatiche né dal punto di vista sociale né da quello politico-amministrativo. La penisola divenne un luogo in cui si trovavano a convivere potere militare germanico e potere economico e amministrativo romano. Dopo cinque secoli non c’era più un imperatore in Occidente e a comandare erano ormai i Barbari. Per questo motivo si considera il 476 come la data d'inizio di una nuova epoca, il Medioevo, come se vi fosse stata una frattura netta col passato. In realtà, la fine della successione imperiale in Occidente rappresentò il culmine di un processo di disgregazione e trasformazione del mondo romano in atto da circa due secoli. Il passaggio del potere nelle mani dei germani non segnò una frattura netta con il passato nemmeno dal punto di vista culturale e sociale. La lingua latina, il diritto romano, la burocrazia e la struttura amministrativa dell’Impero, infatti, sopravvissero in Occidente ancora per due secoli, così come la Chiesa e la religione cattolica. A questi elementi se ne mescolarono di nuovi portati dalle popolazioni che si insediavano entro i confini occidentali dell’Impero. Il passaggio al Medioevo fu lento e durò circa due secoli: dall’incontro tra i Germani e le popolazioni locali di stirpe romana si svilupparono in Occidente gli elementi sociali, politici e culturali che saranno caratteristici del mondo medievale a partire dal VII secolo.


L’INCONTRO TRA MONDO ROMANO E MONDO GERMANICO

Nei regni romano-germanici si trovarono a vivere a stretto contatto popolazioni di stirpe e cultura diversa. I Germani detenevano il potere militare, ma erano numericamente inferiori ai Romani. Inoltre non avevano la cultura e l’organizzazione statale. Le popolazioni germaniche perciò ebbero bisogno dell’appoggio dei Romani per governare. Questi ultimi continuavano a controllare l’amministrazione pubblica e la burocrazia, ma non potevano opporsi né fare a meno della forza militare dei barbari. Si sviluppò quindi una sorta di compromesso: i popoli si trovavano sullo stesso territorio, ma con strutture sociali diverse. A dividerli erano vari fattori, tra cui anche la religione e il rapporto con le autorità dei sovrani dei nuovo regni. I capi germanici divennero re dei loro popoli, mentre per le popolazioni romane erano dei comandanti militari delle milizie alleate dell’Impero. La religione incise profondamente sui rapporti tra i Barbari e i Romani.
Fu un elemento di separazione che impedì una rapida fusione tra i due popoli. I Germani si trovarono a confrontarsi con il clero cattolico, divenuto per le genti romane un punto di riferimento. I popoli germanici erano quasi tutti ariani e questo comportò contrasti con la Chiesa cattolica che considerava l’arianesimo un’eresia. Per i Germani l’arianesimo rappresentava però un elemento fondamentale. Nel corso del V secolo la Chiesa di Roma cercò di convertire le popolazioni germaniche alla fede cattolica. La conversione dei sovrani germanici al cattolicesimo fu un elemento che garantì stabilità ai regni, eliminando un fattore che poteva scatenare conflitti. Un’altra questione che caratterizzò l’incontro tra Germani e Romani fu quella del diritto. Nei nuovi regni il diritto romano venne affiancato dal diritto germanico. Quello romano era un diritto codificato, articolato e strutturato da secoli di tradizione giuridica e basato su fonti scritte; quello germanico era invece un diritto consuetudinario basato su abitudini che si tramandavano oralmente. Inoltre nell’Impero veniva applicato il principio della territorialità delle leggi in base al quale chiunque abitasse su un territorio era tenuto a rispettare le leggi dello Stato che esercitava la sovranità su di esso.
I barbari applicavano invece il principio della personalità delle leggi, secondo cui ogni persona doveva seguire la legislazione del suo popolo. La presenza di due diverse forme di diritto rendeva difficile l’amministrazione della giustizia. Per questa ragione i capi germanici codificarono in forma scritta le proprie norme e presero alcune leggi del diritto romano. I primi a compiere questa operazione furono i Visigoti di Spagna che alla fine del V secolo elaborarono la legge dei Visigoti. L’elaborazione avvenne in latino, poiché era l’unica lingua in grado di esprimere i complessi principi del diritto. I Germani dal punto di vista sociale assunsero ben presto i modi di vivere dei romani. I contadini-guerrieri germanici divennero proprietari terrieri e i capi militari membri dell’aristocrazia fondiaria.
Nacquero quindi delle aristocrazie di stirpe germanica. L’Occidente romano-germanico vide accentuarsi la crisi già in atto da alcuni secoli. Il processo di decadenza e rarefazione dei centri urbani si intensificò. Le città continuarono a spopolarsi e ci fu una riduzione dei traffici commerciali. Alcuni centri urbani persero abitanti, altri scomparvero del tutto. Sopravvissero i centri maggiori, come Milano o Roma, che continuarono ad avere un ruolo amministrativo. Il fisco romano aveva il suo punto di forza nell’imposta fondiaria.
Dalle imposte erano esclusi il clero, i Germani e i grandi proprietari. Quindi la fiscalità pesava totalmente sui piccoli proprietari terrieri e sui coloni. I catasti non vennero più aggiornati e questo comportò grandi ingiustizie nella riscossione delle imposte. Le scuole antiche sopravvissero a fatica. I Germani erano quasi del tutto analfabeti, poi si diffuse anche tra l’aristocrazia di stirpe romana l’importanza dell’educazione militare e lo studio letterario divenne così un bisogno secondario. La cultura antica divenne patrimonio di pochi letterati, quasi tutti uomini di Chiesa e al posto delle scuole pubbliche nacquero le scuole ecclesiastiche. La cultura e la scuola divennero di proprietà della chiesa e del clero.

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