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Le società statali
1. Dalle tradizionali alle moderne
Le società statali tradizionali: negli ultimi secoli sono scomparse, sostituite dalle società statali moderne. Sfruttano meno le risorse ambientali e sono meno popolose, hanno un'economia essenzialmente agricola, la popolazione è divisa tra campagna e città, i governi sono meno forti e meno capaci di accentrare il potere e mantenere la sovranità.
Le moderne società occidentali: il loro pilastro è l'industria, sfruttano le risorse ambientali e hanno un'economia di sviluppo, ovvero sfruttano le risorse in grado sempre maggiore e producono sempre più beni. La tecnologia è notevolmente sviluppata, sono più popolose delle società statali tradizionali e il grosso della popolazione è concentrato in città, i governi riescono ad accentrare ancora di più il potere ed esercitano la sovranità su territori molto ben delimitati.

Le società di nuova modernizzazione: ci sono grandi differenze fra una società e l'altra, alcune conservano un'economia prevalentemente agricola, ma non sono autosufficienti dal punto di vista alimentare e dipendono dall'importazione. La popolazione tende ad addensarsi nelle città, ma non sempre le città hanno ricchezza sufficiente per accogliere dignitosamente gli abitanti. Il governo in alcuni casi è forte come quello dei moderni stati occidentali, in altri casi invece stenta a controllare la popolazione.
2. L'organizzazione statale
Sotto l'etichetta di Stato tradizionale annoveriamo più forme di Stato (città-Stato, imperi, sistemi feudali) e anche lo Stato moderno comprende più forme (Stati liberali, totalitari, autoritari, democratici). Alla radice però lo Stato è un'organizzazione politica.
Il governo centrale: il potere è nelle mani di un vertice dirigenziale e di solito scende in basso seguendo gerarchie a struttura piramidale, il cui vertice s'incarica di tenere unita e sotto controllo la collettività e opera le scelte collettive.
L'apparato statale: tutto fa capo allo Stato, che impiega funzionari, specialisti e impiegati. Lo stato tradizionale era impegnato essenzialmente nella gestione dell'economia, nella realizzazione di grandi opere, nel mantenimento dell'ordine e nelle guerre. Lo stato moderno invece s'incarica anche di assicurare una serie di servizi (istruzione, sanità, trasposti, comunicazioni)
La sovranità su una popolazione e un territorio consistenti: le società statali contano da alcune migliaia a svariati milioni di individui, che abitano su un determinato territorio e a determinare un vero e proprio Stato è il fatto che su quel territorio lo Stato è sovrano. Le società statali moderne delimitano territori proprio e tendono a limitare l'emigrazione di chi ci vive. Nelle società statali tradizionali la delimitazione dei territori è essenzialmente geografica, attraverso frontiere (paludi, foreste, deserti, monti), gli Stati moderni invece fissano confini.
Il monopolio legittimo della forza: il concetto di "violenza legittima" è stato introdotto dal sociologo Max Weber. La violenza dello Stato è tesa a far sì che la popolazione accetti la subordinazione e collabori e può consistere nell'incarcerazione, nell'omicidio (giustiziare) o nella privazione di beni.
Le ideologie di autolegittimazione e controllo: la via preferita dagli Stati è avere nella popolazione ideologie diffusamente condivise che giustificano l'esistenza del potere centrale e del suo uso per controllare le persone. La concezione più diffusa che nell'antichità era quella che faceva discendere i governanti da divinità e legittimava il loro potere invocando ragioni soprannaturali. Le ideologie degli Stati moderni sono laiche, non più religiose, e fanno appello al popolo. I governi dei moderni Stati liberali, autoritari e totalitari legittimano la propri esistenza e il proprio potere, sostenendo che fanno il bene del popolo, anche se non fanno necessariamente ciò che il popolo vuole. Le ideologie degli Stati democratici invece si fondano sul mandato popolare.
Il prelievo di beni e prestazioni: lo Stato si finanzia prelevando risorse economiche dalla popolazione sotto forma di tributi o con altri mezzi e mantiene la propria organizzazione anche imponendo prestazioni d'opera (militare).
La ridistribuzione forzata delle risorse: nelle società senza Stato le risorse vengono ridistribuite fra la popolazione volontariamente. Nelle società statali invece il governo prende una parte delle risorse prelevate dal popolo e le usa per dare retribuzioni, beni e servizi. Impone la ridistribuzione facendo leva sugli strumenti di potere che ha, sulle ideologie e sull'uso legittimo della forza, secondo i propri criteri.
Il diritto: nelle società statali certi comportamenti sono regolamentati da leggi, cioè da norme sociali stabilite dal governo. Nelle società statali tradizionali il diritto era prevalentemente privato, cioè teso a disciplinare i rapporti tra le persone della collettività e a mantenere l'ordine. Nelle moderne società statali acquista invece grande rilievo il diritto pubblico, che disciplina il funzionamento stesso dello Stato e i comportamenti dei governanti. Anche se il diritto pubblico nasce nell'antica Roma, è con l'avvento dei moderni Stati costituzionali che l'opera dei governanti viene significativamente regolamentata. Nelle società senza Stato invece, come i Kung, le controversie vengono risolte in modo informale con sistemi di pacificazione, ovvero meccanismi di controllo sociale, non assisiti dalla forza, ma che fanno leva sul senso di responsabilità dei membri della comunità.
L'assoggettamento degli individui: nelle società statali gli individui devono rispondere allo Stato, che è un soggetto molto più potente di loro, come conseguenza la loro facoltà di manovra è limitata. Lo Stato tende a penetrare maggiormente nella sfera privata, e per questo la prima cosa nelle società statali è essere docili e accettare le regole. Un cambiamento importante è la restrizione della sfera privata: la collettività controlla la vita delle persone più attentamente e più in profondità di quanto non accada nelle società senza Stato.
La disuguaglianza e la stratificazione: le società senza Stato sono egualitarie. Tutte le società statali invece sono caratterizzate da forti disuguaglianze di ricchezza, di prestigio e di potere.
Le guerre sistematiche: con l'avvento dello Stato la guerra è diventata un'attività abituale. Tra le organizzazioni che fanno capo allo Stato c'è l'esercito e in alcuni casi è reclutato al bisogno, ma nella maggior parte dei casi è professionale.
3. Le trasformazioni statali
La nascita degli Stati ha determinato un cambiamento radicale del modo di vivere, ammettendo la presenza di un potere centrale ritenuto legittimo, la perdita di una parte della libertà di scegliere e di sottomettersi a un'autorità superiore. In età moderna vari filosofi hanno sostenuto la tesi del contrattualismo, cioè l'idea che lo Stato nasca da un patto tra gli individui di una collettività. Prima ci sarebbe stato un patto sociale, cioè un accorso sul fatto di stare insieme, e poi un patto di sottomissione a un'autorità centrale. Per Thomas Hobbes, filosofo inglese del Seicento, col patto di soggezione gli uomini hanno inteso sfuggire alla condizione di una vita senza guida politica, insostenibile in quanto misera e segnata da perenni conflittualità, invece John Locke pensava che il problema che aveva spinto gli uomini ad assoggettarsi allo Stato fosse risolvere le controversie, ma nelle società senza Stato analizzate la vita non è misera, non ci sono continui conflitti e le condizioni di solito vengono risolte agevolmente. Non abbiamo però modo di seguire nel tempo la trasformazione di una società prestatale in statale, inoltre la difficoltà è in gran parte legata al fatto che la scrittura compare solo quando c'è già la società statale. L'antropologo interessato a ricostruire le origini delle società statali si basa sulla comparazione, ovvero cerca di ricostruire l'accaduto confrontando le prime società statali della storia, le società senza Stato studiate in tempi recenti e, per quel poco che si riesce a capire dalle testimonianze archeologiche, le società senza Stato della preistoria, quindi il lavoro è interdisciplinare e richiede di muoversi tra antropologia, storia e archeologia.


4. L'intenso sfruttamento delle risorse ambientali
Le società statali sfruttano le risorse ambientali in grado molto maggiore. Nelle prime società statali l'intenso sfruttamento delle risorse si deve all'agricoltura e all'allevamento, che va sotto il nome di ciclo produttivo stanziale. Gli agricoltori delle società statali tradizionali praticano un'agricoltura intensiva, che si basa sull'uso dell'aratro trainato da animali che vengono allevati, la fertilità del suolo è assicurata grazie alle tecniche di irrigazione e alla concimazione organica e fornisce il foraggio, che è la base dell'allevamento intensivo o stanziale, ovvero gli animali vengono tenuti nelle stalle o nei recinti e accuditi. Varie ricerche hanno dimostrato che più sono sviluppate le tecniche agricole e di allevamento, più complessa è l'organizzazione statale, perché un popolo con un'economia agricola che sfrutta con efficienza le risorse della terra ha bisogno di un'organizzazione statale che gestisce un possibile surplus di beni alimentari. L'intenso sfruttamento delle risorse ambientali trascina con sé poi un aumento della popolazione, mentre un altro effetto dell'efficiente sfruttamento delle risorse sono le divisioni e i conflitti interni. Grazie al ciclo produttivo stanziale è possibile produrre cibo per tutti impiegando nel lavoro agricolo e di allevamento solo una parte della popolazione. Le restanti persone possono specializzarsi in altre attività, per questo è presente la specializzazione del lavoro. Il ciclo produttivo stanziale consente che alcuni si occupino della sussistenza e altri si dedichino a tempo pieno ad attività che rendono l'organizzazione tecnologica, sociale e culturale più complessa, in cui un agricoltore accetta di produrre cibo in abbondanza per cedere ad altri una parte di ciò che ha prodotto perché un'organizzazione statale glielo fa fare.
5. La crescita demografica
Se la popolazione cresce oltre una certa soglia, diviene difficile tenere unita la collettività ed è difficile una gestione partecipativa della comunità, quindi il potere centrale di tipo statale diviene una soluzione. Nelle società senza Stato che si sono trasformate in statali, una crescita demografica può esserci stata come conseguenza di innovazioni che hanno portato a una maggiore capacità di sfruttare le risorse ambientali, probabilmente ciò che è accaduto in Mesopotamia e in Egitto, sembra invece che in Cina e in Mesopotamia la crescita demografica abbia preceduto lo sviluppo della capacità di sfruttare le risorse ambientali. È verosimile che la popolazione sia cresciuta, perché c'è stato un insuccesso dei metodi di controllo delle nascite.
6. I conflitti interni
L'ipotesi che lo Stato sia nato dai conflitti interni era stata avanzata nell'Ottocento da Friedrich Engels, che pensava che lo Stato fosse espressione dei gruppi più forti che avevano preso il sopravvento, Gli studiosi di oggi invece ritengono che lo Stato abbia messo in ordine in una società lacerata dai conflitti. L'antropologo Ellman Service assegna importanza al più intenso sfruttamento delle risorse ambientali. Tensioni interne possono essere nate anche per l'aumento demografico. In una popolazione di ampie dimensioni è relativamente facile che si creino gruppi di competizione. Aidan Southall ha messo l'accento sui conflitti etnici tra gruppi di popoli diversi.
7. La circoscrizione
Si ha circoscrizione quando la popolazione è confinata in un territorio a causa di impervie barriere geografiche e per l'ostilità dei vicini. Stando così le cose diventano gravi problemi le scarse risorse ambientali, la sovrapposizione e i conflitti interni. Lo Stato permette di accrescere la capacità di sfruttare le risorse ambientali, grazie all'organizzazione del lavoro su vasta scala. Può avviare commerci a distanza e muovere guerra ai vicini ostili o difendere e assicurare gli spostamenti attraverso i loro territori ed è in grado di controllare le tensioni interne.
8. Le conquiste
L'antropologo Ralph Linton sulla scorra di ipotesi classiche dei sociologi Franz Oppenheimer e Max Weber ha sostenuto che la nascita degli Stati è legata a conquiste militari: una tribù militarmente forte stende il proprio dominio sul territorio di un'altra. Viene così a crearsi un rapporto tra dominanti e dominati e una tribù si sottomette volontariamente a un'altra più forte per risolvere problemi interni o per sottrarsi a pericolose rivalità.

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