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Cultura dell’accoglienza e convivialità

La complessità multiculturale fa sì che la differenza si presenti come una costante di fondo della relazione interpersonale. Questo implica che l’incontro con l’altro “culturale” sia un’esperienza quotidiana per la maggior parte di coloro che abitano nei paesi occidentali, meta dei grandi flussi migratori. Le conseguenze sollecitano decisioni a livello macro, che hanno a che vedere con il diritto: alle legislazioni nazionali spetta infatti il compito di recepire le richieste dell’ondata migratoria, in molti casi determinata dai bisogni economici delle realtà locali, trovando risposte concrete per chi entra in un territorio, senza provocare particolari atteggiamenti di chiusura da parte dei residenti storici. I problemi che sorgono sono di carattere sociologico e pedagogico, dal momento che le relazioni che si manifestano nei mondi vitali che toccano l’esistenza delle persone e delle famiglie: a livello micro si verificano le principali contraddizioni, poiché la scuola, la famiglia e le associazioni svolgono un compito di primaria importanza per lo sviluppo di una società inclusiva, capace di trasformare la diversità in una ricchezza, senza considerarla avversità.

Don Tonino Gallo e Don Luigi Ciotti condividono una convivialità delle differenze; “convivialità è aprirsi alla relazione con gli altri, stare insieme, non accontentarsi di vivere accanto”. Ciò presuppone il riconoscimento della differenza come strumento di comprensione delle nostre qualità, facendoci sentire persone in modo pieno e consapevole. Tutti siamo diversi sul piano soggettivo, ma proprio per questa ragione dobbiamo educarci e sentirci uguali come cittadini, al di là della provenienza e della storia che caratterizza le nostre origini. Il riconoscimento non deve essere considerato solo come il frutto di un processo giuridico, aspetto fondamentale ma non sufficiente per garantire la realizzazione di una comunità capace di valorizzare le potenzialità presenti al suo interno.

Com’è possibile rendere consapevoli le singole individualità?
Don Ciotti si rivolge all’educazione; si riferisce alla storia d’emigrazione che contraddistingue il popolo italiano, costretto in tempi non lontani a vivere le stesse fatiche che oggi toccano ad altre genti, provenienti da luoghi poveri, com’era l’Italia del secolo scorso.
Il ruolo dell’educazione è ben focalizzato: fare cultura dell’incontro significa rendere pubblico un patrimonio di relazioni che nel corso del tempo hanno permesso alla società italiana di assumere un carattere di un maggiore coesione, attraverso un processo di formazione storica che ha condotto alla genesi di una nazione ricca, desiderabile, in cui è possibile immaginare un futuro migliore, da parte di persone che vengono da contesti lontani, di marginalità e di estrema povertà. Per far questo è necessario che le giovani generazioni vengono educate alla convivenza, o meglio al convivio, stimolando la riflessione e il sapere critico. Il senso comune infatti, influenzato dai mezzi di comunicazione di massa, orientati a stimolare emozioni come la paura e l’insicurezza, evoca soluzioni politiche di chiusura nei confronti dell’alterità il fine dell’educazione multiculturale invece va nella direzione opposta, facendo leva sulla comprensione e sulla condivisione, fondata su principi riflessivi e responsivi.

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