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Giuseppe Parini: Il divoratore vv. 452-477


Or chi è quell'eroe che tanta parte
colà ingombra di loco, e mangia e fiuta
e guata e de le altrui cure ridendo
sì superba di ventre agita mole?
Oh di mente acutissima dotate
mamme del suo palato! oh da mortali
Invidiabil anima che siede
tra la mirabil lor testura; e quindi
l'ultimo del piacer deliquio sugge!
Chi più saggio di lui penètra e intende
la natura migliore; o chi più industre
converte a suo piacer l'aria, la terra,
e 'l ferace di mostri ondoso abisso?
Qualor s'accosta al desco altrui, paventano
suo gusto inesorabile le smilze Ombre
de' padri, che per l'aria liev
s'aggirano vegliando ancora intorno
li ceduti tesori: e piangon lasse
le mal spese vigilie, i sobrj pasti,
le in preda all'aquilon case, le antique
digiune rozze, gli scommessi cocchj
forte assordanti per stridente ferro
le piazze e i tetti: e lamentando vanno
gl'invan nudati rustici, le fami
mal desiate, e de le sacre toghe
l'armata in vano autorità sul vulgo.

Parafrasi e commento


Il pranzo del Giovin Signor,e a casa della sua dama, sta ormai giungendo al culmine. Un grosso commensale, famoso per essere un grande divoratore, ingombra il locale dove si tiene il banchetto. Le sue capacità gustative sono molto acuite e sono capaci di succhiare la dolcezza e trarre godimento da tutto ciò che vive sulla terra, nell’aria e nel mare. Quando egli si avvicina al desco, ecco tremare intorno a lui le ombre magrissime dei suoi antenati che riuscirono ad accumulare ricchezza, con molta avarizia, facendo vivere nell’indigenza i propri contadini ed invocando la fame e la carestia per potersi arricchire di più. Inoltre con il favore dei tribunali riuscirono ad opprime ancor di più la povera gente già stremata. Le loro sofferenze sono servite ben a poco se oggi il nobile ingordo arriva a divorare tutto. Nel passo il disdegno del poeta per la disuguaglianza sociale è molto evidente; da notare che gli spiriti vaganti degli antenati, addirittura non provano rimorso per le infamie compiute nei confronti dei contadini, bensì’ si lamentano dell’ingordigia del loro discendente.
Chi è quell’eroe [ nel senso di semidio, termine che Parini adopera in modo molto conveniente quando ci presenta il mondo nobiliare] che occupa una parte così grande della mensa imbandita, mentre è intento al pasto fiutando le vivande che gli sono più vicine, divorando con lo sguardo quelle a cui il suo fiuto può arrivare e ridendo delle preoccupazioni degli altri ed agitando una mole così straordinaria di ventre? Oh papille gustative del suo palato, dotate di un ingegno acutissimo! Oh anima invidiabile che risiede nella mirabile loro consistenza e quindi di lì fino all’ultima dolcezza di cibi! Chi più sapientemente di lui può capire la natura migliore dei cibi? Chi con maggiore industria, con maggiore abilità sa volgere a proprio godimento quanto vive nell’aria, sulla terra e negli abissi marini ricchi di pesci? Quando si avvicina a qualche desco signorile, le emaciate e magrissime ombre degli antenati che si aggirano lievi per l’aria, vegliando ancora intorno alle loro ricchezze cedute contro voglia temono il suo gusto implacabile [In questo verso si nota il contrasto fra le ombre smilze dei padri e la mole adiposa del nobile eroe che ingombra tanta parte del luogo in cui si tiene il banchetto]: e infelici rimpiangono le inutili veglie, [ le inutili fatiche rese necessarie per acculate e custodire tante ricchezze], i pasti insufficienti, le case scomode e mal riparate dalle tempeste del vento aquilone, i ronzini vecchi e mal nutriti, le carrozze sgangherate che assordavano le piazze e le case a causa dello stridore dei ferri che provocavano; i contadini si stanno lamentando invano perché derubati di ciò che spetta loro di aver desiderato inutilmente le carestie [per poter rialzare il prezzo del grano], di aver sollecitato a proprio favore l’intervento armato delle sacre toghe [i tribunali, chiamati sacri perché a servizio dei nobili e dei potenti].
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