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M.Cesarotti: “Ritorna dopo la notte il giorno, ma non la vita - da La notte, vv. 218-250

Commento

Il brano è tratto dalla Notte, una composizione che Macpherson dichiarò di essere posteriore di mille anni all’epoca di Ossian e che Melchiorre Cesarotti tradusse come aveva già fatto per i Canti di Ossian. L o stesso Cesarotti ne riassume il contenuto: cinque poeti o bardi, passano la notte in casa di un signore, anch’esso poeta. A turno essi esprimono le proprie riflessioni sulla notte. Alla fine, il signore canta la sua versione, affermando che qualsiasi notte, tempestosa o serena, per lui è òa stessa cosa perché ogni volta ricompare il sole per fugare le tenebre. Per la vita umana, invece, non è così: una volta passata, essa non ritorna più. Infatti gli eroi antichi sono tutti scomparsi, e nessuno si ricorda più delle loro imprese. Gli stessi campi che furono testimoni delle famose battaglie, sono muti. Inoltre, raramente, il cacciatore si imbatte, nel fitto della foresta su ciò che rimane delle loro tombe. Pertanto anche gli eroi moderni cadranno e scompariranno anche tutte le tracce della dimora in cui oggi vive il signore.
Le immagini ed il concetto espresso sono il sintomo di una nuova sensibilità che ci fanno pensare alla Sera del dì di festa e al Tramonto della luna del Leopardi, soprattutto al verso 233-239 (ultimo verso della primaa parte e primi versi della seconda).

Testo

Sia pur tetra la notte, ululi e strida
per pioggia o per procella,
senza luna, né stella;
volino l’ombre, e ‘l peregrin ne tremi;
imperversino i venti,
rovinino i torrenti, errino intorno
verdi-alate meteore; oppur la notte
esca dalle sue grotte
coronata di stelle, e senza velo
rida limpido il cielo,
è lo stesso per me: l’ombra sen fugge
dinanzi al vivo mattutino raggio,
quando sgorga dal monte,
e fuor dalle sue nubi
riede giojoso il giovinetto giorno:
sol l’uom, come passò, non fa ritorno.
Ove son ora, o vati,
I duci antichi? ove i famosi regi?
Già della gloria lor passaro i lampi.
Sconosciuti, obliati
giaccion coi nomi lor, coi fatti egregi,
e muti son delle lor pugne i campi.
Rado avvien ch’orma stampi
il cacciator sulle muscose tombe,
mal noti avanzi dagli eccelsi eroi.
Sì passerem pur noi; profondo oblio
c’involverà: cadrà prostesa alfine
questa magion superba,
e i figli nostri tra l’arena e l’erba
più non ravviseran le sue rovine.
E domandando andranno
a quei d’etade e di saper più gravi:
Dove sorgean le mura alte degli avi?

Parafrasi

Che la notte sia pure scura, che ululi e strida
a causa della pioggia o della tempesta,
che sia pure senza luna e senza stelle;
che volino le anime dei morti, e che il viandante tremi dallo spavento;
che i venti soffino con violenza,
che i torrenti precipitino pure rovinosamente, che errino tutto intorno
meteore verdi-alate; oppure che la notte
esca pure dai suoi antri
adornata di stelle, e senza nubi
rida pure il limpido cielo,
per me è lo stesso; l’ombra della notte si dilegua
in presenza del luminoso raggio della mattina,
quando spunta dietro alla montagna,
e fuori dalle sue nubi
ritorna gioiosa sulla terra la luce del sole ancora giovane:
soltanto l’uomo non fa più ritorno, una volta passato dalla vita alla morte.
Dove sono ora, o poeti,
gli eroi di un tempo? Dove sono gli antichi re?
La loro gloria è trascorsa come lampi.
Sconosciuti, dimenticati
giacciono con i loro nomi, con le loro gesta,
ed i campi non narrano le loro battaglie.
Raramente succede che il cacciatore calpesti
con il suo piede le tombe degli eroi coperte di muschio
[ciò che resta dei grandi eroi]
Nello stesso modo passeremo anche noi; un profondo oblio
ci avvolgerà; alla fine cadrà abbattuta
questo edificio superbo,
e i lontani nipoti tra ruderi ed erba
nemmeno riconosceranno le rovine di questa dimora [quella in cui il Signore vive].
E chiederanno ai più anziani e più esperti:
“Dove si innalzavano le alte mura dei nostri avi?”
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