Cesare Beccaria


Cesare Beccaria nasce a Milano il 15 marzo del 1738.
Studiò prima a Parma e poi a Pavia e nel 1758 si laurea.
Nel 1760 si sposa contro la volontà del padre con Teresa Blasco, con lei ebbe quattro figli, dei quali due nacquero e morirono, uno nasce con problemi neurologici, mentre l'ultimo muore giovane.
Il padre lo caccio di casa dopo il matrimonio e venne ospitato da Pietro Verri, che lo mantenne anche economicamente per un periodo.
Si avvicinò all'illuminismo dopo la lettura delle "Lettere persiane" di Montesquieu.
Fece parte del cenacolo dei fratelli Pietro e Alessandro Verri, collaborò alla rivista "Il Caffè" e contribuì alla creazione dell'Accademia dei pugni, fondata secondo un suo concetto sull'educazione dei giovani che mirava a rispettare i suoi concetti di legalità.
Nel 1764 pubblicò "Dei delitti e delle pene", un breve scritto che ebbe un'enorme fortuna in tutta europa e nel mondo; in particolare in Francia, dove fu molto apprezzato dai filosofi dell'Enciclopedia e dai filosofi più prestigiosi, che lo tradussero e lo considerarono un vero e proprio capolavoro.
Dopo il grande successo, Beccaria dovette viaggiare contro voglia fino a Parigi.
Fu accolto per breve tempo nel circolo del barone D'Holbach, dopodiché appena ne ebbe l'occasione tornò a Milano, lasciando Alessandro Verri a proseguire il viaggio verso l'Inghilterra.
Tornato a Milano non si mosse più, divenne professore di economia politica e cominciò a progettare una grande opera che non fu mai completata.
Morì la moglie Teresa nel 1774 e dopo 40 giorni di vedovanza firmò il contratto di matrimonio con Anna Barbò, che sposò il 4 giugno del 1774; da ella ebbe un altro figlio.
Nel 1794 muore il 28 novembre a Milano a causa di un ictus.

"Dei delitti e delle pene" è un'opera pubblicata nel 1764 e rappresenta il pensiero di Beccaria riguardo alla situazione della struttura legislativa del suo periodo.
Viene citata come un manifesto contro la tortura e la pena di morte e introduce anche il discorso della giustizia e del rapporto del potere all'interno della società, dove dice che lo stato e i cittadini sono regolati tramite un patto sociale in cui il cittadino rinuncia una parte della propria libertà ricompensato da parte dello stato con la garanzia di equità, giustizia e sicurezza.
Nel capitolo 27°, Beccaria sostiene che la crudeltà della pena di morte non serve a precedere i delitti, in quanto gli uomini sono più sensibili alla durata che alla crudeltà della pena, infatti fa molta più paura un supplizio che si protrae nel tempo che un dolore di un attimo seppure più forte.
Nel 28° capitolo si chiede in base a quale diritto lo stato può uccidere un uomo, sostenendo che la pena di morte non è un diritto e che non vi è la necessità di usare quest'ultima, poiché non distrae le altre persone a non commettere delitti, perché l'intensità della pena non grava sull'animo del cittadino ma piuttosto sull'estensione stessa.

Nell'ultimo pezzo incita lo stato a trovare una soluzione più giusta che secondo lui è il carcere e sostiene quei paesi che non puniscono gli omicidi con altri omicidi.

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