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Giuseppe Parini (Bosisio 1729 – Milano 1799) – Letteratura e illuminismo

Biografia. Nato da una famiglia di modeste condizioni, la sua prima educazione fu affidata ai parroci del suo paese. A 10 anni fu mandato a Milano per proseguire gli studi (grammatica, umanità, logica e teologia), senza risultati brillanti. Si avviò da solo alla lettura dei classici latini (Orazio e Virgilio) che lo orientano a non separare le severe necessità della forma da un sincero intento morale. Nel 1752, finite le scuole, pubblica la raccolta “Alcune poesie di Ripano Eupilino”, che gli vale l’ingresso nell’Accademia dei Trasformati, nella quale partecipa a due polemiche. La prima è contro il frate Bandiera che esalta il modello boccaccesco, mentre lui si oppone ad ogni rigorismo. La seconda è contro padre Branda, che giudicava negativamente il dialetto di Milano a favore del toscano: Parini nega l’esistenza di lingue superiori, sostenendo che si possono esprimere ottime cose purchè gli autori ne abbiano le capacità. Nel 1754 P. viene ordinato sacerdote e resta al servizio del duca Serbelloni per 8 anni: qui vede i costumi e i vizi dell’aristocrazia milanese, e la loro vacuità. Da qui trae l’ispirazione per il Dialogo sopra la nobiltà (1757) e per il Giorno (1760).

Nel 1768 il ministro austriaco Carlo di Firmian lo incarica di redigere la “Gazzetta di Milano”, un periodico governativo di cronaca e di informazione ufficiale. L’anno dopo fu nominato professore di eloquenza nelle Scuole Palatine. Nel 1776 viene nominato membro della Società patriottica dall’imperatrice Maria Teresa “per l’avanzamento delle arti, delle lettere e delle scienze”. L’anno dopo veniva accolto dall’Arcadia di Roma.
Il suo spirito era quello dell’illuminista moderato, animato da una sincera filantropia ma non incline alle utopie rivoluzionarie. Muore dopo il rientro in città delle truppe austriache post-Napoleone.

Dialogo sopra la nobiltà. La forza del dialogo sta nell’essenzialità quasi teatrale dell’ambientazione, nella stringente logica del ragionamento degli interlocutori, un nobile cinico e borioso e un poeta spiantato, entrambi incontratisi in una fossa comune dopo la morte. Il poeta smusserà man mano l’alterigia del nobile, che sarà così costretto a riconoscersi suo pari: la sola distinzione possibile fra gli uomini non è quella del censo o della classe sociale, ma quella procurata da meriti e virtù, costituenti la vera nobiltà d’animo.
Nobile: “Primi de’ nostri avoli prestarono grandi servigi agli antichi nostri principi e perciò furono beneficati insignemente e renduti ricchi. Dopo questi, alcuni si diedero per assoldati, altri si ritirarono a vivere ne’ loro feudi…erano dispotici padroni della vita e delle mogli de’ loro vassalli”.

Poeta: “Cominciate a scambiare i vizi per virtù”.
Nobile: “Io merito onore da te in grazia della celebrità dei miei avi”.
Poeta: “Vi farò l’onore che si fa agli usurpatori, ai violatori…quali erano. Non vi sembra giusto che se voi avere ereditato i loro meriti, così anche dobbiate ereditare i loro demeriti?”.
Nobile: “No, non è convenevole né giusto. Non ho commesso io tali azioni”.
Poeta: “Volpone! Vorreste godervi l’eredità lasciando ad altri i pesi che le appartengono eh!”.
Nobile: “M’hai confuso. Pensavo di meritare tanto, invece ora sono convinto di non meritare nulla”.
Poeta: “Siete giunto finalmente a mirare in viso la bella verità”.

Discorso sopra la poesia. Parini accetta l’idea di arte come “imitazione” e propone di identificarne il fine nell’”utile” e “dilettevole”. “La poesia è l’arte d’imitare o di dipingere in versi le cose in modo che sien mossi gli affetti di chi legge od ascolta, acciocché ne nasca diletto. Tutte le arti sono di un’assoluta necessità all’uomo. L’uomo non ama solo vivere ma vivere lietamente”.

Odi. Scritte dal 1757 al 1795, la prima edizione comprende 22 poesie, 25 la seconda. All’inizio ci sono le odi civili, poi quelle giocose, infine quelle che aprono dibattito fra cultura e vita sociale. P. si presenta forte del superamento dei toni idilliaci, del decorativismo e del linguaggio arcadico.

Il bisogno. 1765, è dedicato al magistrato svizzero Wirtz. Parini lo segnala per la sua saggezza, sostenendo che le riforme in materia di giustizia debbano facilitare la prevenzione dei delitti e non limitarsi a punirli. Accentua così il confronto fra l’eguaglianza formale, che è nei compiti della legge, e le disuguaglianze presenti nella società, in cui regna la legge del bisogno (“tiranno signore dei miseri mortali, oh male, oh persuasore”), che spesso obbliga i miseri a rompere il patto sociale.

“Chi è che pietà nega al Bisogno che prega? Perdono, dic’ei, io sono l’autore de’ lor peccati. Sia contro di me diretta la pubblica vendetta. Tu Wirtz, uomo saggio, insegnasti come senza le pene il fallo si previene”.

La caduta. Il poeta, obbligato a camminare nella cattiva stagione, spesso incespica e cade. Qualcuno accorre, e sollevatolo da terra, gli ricorda le qualità in nome delle quali meriterebbe miglior destino (entrare nelle corti), se solo si decidesse a bussare alla porta dei grandi.
Il poeta a questo punto rinfaccia al soccorritore di salvargli il corpo mentre gli avvilisce l’anima, di essere “umano”, sì, ma non giusto. L’uomo giusto non è vile nella sventura né superbo nella prosperità. Ringraziando il suo interlocutore, ma disprezzandone i bassi consigli, il poeta riprende zoppicante e da solo la strada di casa.

Il Giorno. P. intende rappresentare la vita frivola e oziosa della nobiltà contemporanea, fingendo ironicamente di esaltare la giornata vissuta dal nobile, dal momento del risveglio a quello del coricarsi, come intessuta di imprese eroiche. Assume perciò a protagonista un “giovin signore”, figura stereotipata di aristocratico ignorante e nullafacente, la cui principale occupazione sta nell’obbedire ciecamente ai capricci della Moda. L’autore si presenta in veste di “precettor d’amabil rito”, ossia maestro e officiante della Moda stessa.

Il risveglio del giovin signore. E’ la voce del precettore a raccontare ogni minimo movimento del giovin signore. “All’alba, il buon villan sorge e move seguendo i lenti bovi. Sorge il fabbro e la sonante officina riapre. Ma è giusto che Morfeo non ti svegli prima che il sole sia già alto. Or qui le leggiadre cure del tuo giorno devono avere inizio”. Vi sono tre righe per descrivere il nobile che si alza dal letto, cinque per lo stropicciamento degli occhi e lo sbadiglio. Vi è pure il motivo anticoloniale: era necessario infatti “che da i suoi antichi confini uscisse un intero regno, quello spagnolo, per procurargli la sua bevanda preferita, la cioccolata”.

L’invenzione della cipria. L’accento satirico del Giorno richiede tanta maggior enfasi quanto più è fatuo il soggetto. La pettinatura è l’occupazione più importante nella mattinata del giovin signore, che ha assistito all’opera del parrucchiere leggendo i preferiti libricini francesi. Ora la moda vuole che egli affronti la vorticosa nuvola della cipria, così come i suoi antenati affrontarono per l’onore della casata la polvere della battaglia.

La favola del piacere. Il giovin signore è accolto alla mensa dell’amata, e si da inizio al pranzo: v’è chi si ciba per appetito e chi, come appunto il protagonista, per pura voluttà. La favola fa ironicamente risalire la distinzione fra volgo e nobiltà al raffinamento dei sensi e alla maggior capacità di godere.
“Un giorno è fama che gli uomini fur uguali: e ignoti nomi fur nobili e plebei. Al cibo al bere all’accoppiarsi d’ambo i sessi un’egual forza sospingeva gli umani. L’uniforme de gli uomini sembianza spiacque a’ celesti: e a variar lor sorte il Piacer fu spedito”.

La vergine cuccia. Il pranzo è ormai giunto al culmine. Si conversa dei più svariati temi di moda. C’è chi commisera l’antiquata pratica dell’agricoltura, c’è una discussione fra un gran divoratore di carni ed un vegetariano. Questi afferma che è troppo vile avere pietà dei propri simili. Perciò rivolge la sua solidarietà al genere animale, a cui l’uomo ha inferto sofferenze inaudite.
Questo discorso evoca ad una dama il “fero giorno” il cui la sua giovane cagnolina, solo per aver morso un servo (“segnò di lieve nota”), fu presa a calci (“col sacrilegò piè”) disgustosamente dallo stesso (“Tre volte rotolò e tre volte scosse lo scompigliato pelo”). Il colpevole venne licenziato e la sua famiglia ridotta sul lastrico, com’era giusto in punizione di quell’atroce delitto.

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