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Beccaria - Dei delitti e delle pene - cap. XII

Fine delle pene

“Dalla semplice considerazione delle verità fin qui esposte egli è evidente che il fine delle pene non è di tormentare ed affliggere un essere sensibile, né di disfare un delitto già commesso. Può egli in un corpo politico, che, ben lungi di agire per passione, è il tranquillo moderatore delle passioni particolari, può egli albergare questa inutile crudeltà stromento del furore e del fanatismo o dei deboli tiranni? Le strida di un infelice richiamano forse dal tempo che non ritorna le azioni già consumate? Il fine dunque non è altro che d’impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini e di rimuovere gli altri dal farne uguali. Quelle pene dunque e quel metodo d’infliggerle deve esser prescelto che, serbata la proporzione, farà una impressione più efficace e più durevole sugli animi degli uomini, e la meno tormentosa sul corpo del reo.” Estratto da Dei delitti e delle pene, cap. XII

Commento

Il concetto che emerge dall’estratto è questo: il fine delle pene deve essere di convincere il colpevole a non commettere di nuovo la colpa e di fare in modo che gli altri siano dissuasi da compiere le stesse azioni illecite. Pertanto, le pene non dovranno far soffrire il colpevole anche perché con la sofferenza il crimine non potrà essere mai annullato; invece, esse dovranno servire da esempio agli altri uomini. In pratica, si tratta di applicare il principio di utilità per lo Stato e quello del filantropismo tanto cari ai filosofi illuministi. In due concetti si alternano nel corso dell’estratto.
All’inizio del brano, lo scrittore fa riferimento a quanto ha dimostrato nelle righe precedenti cioè il capovolgimento dei principi del diritto penale, ossia la diversità con cui vengono affrontati i problemi. Non si tratta di applicare il principio medioevale che trasferisce i valori religiosi sul piano della giustizia terrena, [come invece avviene anche oggi nella società musulmana in cui il sistema giuridico detta non solo regole morali, ma anche civili e penali]. Le sofferenze non devono essere provocate volutamente affinché il colpevole possa espiare il male compiuto; il problema dell’espiazione è compito dell’ordine morale che vige nel paese ma non certo del diritto penale. Quello che deve essere applicato è il criteri della ragionevolezza e della filantropia, nonché dell’utilità sociale e terrena della pena. Con il Beccaria siamo ormai molto lontani dal concetto della pena come redenzione e mezzo per ottenere la salvezza di fronte a Dio. D’altra parte, poiché il reato è stato commesso esso non può essere annullato nessuna sofferenza, pur atroce che sia. Lo scopo della pena è solo quello di evitare che al male compiuto non si aggiunga alla società un altro male, cioè una sofferenza inutile. Pertanto la pena, sempre comunque proporzionata alla gravità del crimine (= serbata la proporzione), perde il suo carattere individuale per diventare sociale e da repressivo diventa preventivo (= e di rimuoverne gli altri dal farne uguali).
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