‘Regionalizzazione’ della scuola, Veneto capofila degli autonomisti: parla l’assessore all’istruzione

Marcello G.
Di Marcello G.

Tecnicamente si chiama ‘autonomia differenziata’, molti però ci leggono la parola ‘federalismo’. A un anno esatto dal referendum consultivo (datato 22 ottobre 2017) con cui gli elettori della regione si sono detti favorevoli a negoziare con il Governo centrale particolari forme di autonomia su determinate materie, il Veneto si erge a capofila di un movimento che in poche settimane ha visto accodarsi altre grandi regioni (su tutte Lombardia ed Emilia-Romagna). Forte del 98% di ‘sì, con cui passò la consultazione di dodici mesi fa, il governatore Luca Zaia ha presentato un pacchetto di riforme – pronto per essere discusso in Consiglio dei Ministri – che investe ben 23 materie. Tra loro, una delle più significative, è certamente l’istruzione.

Verso la ‘regionalizzazione’ della scuola

Le indiscrezioni sulla bozza in preparazione nelle ultime settimane parlano di ‘regionalizzare’ le cattedre (circa 200mila docenti tra i vari livelli scolastici) ma anche il personale amministrativo. Soggetti che, se dovesse vedere la luce una legge del genere (che va comunque votata dal Parlamento), diverrebbero dipendenti della Regione e non più del Miur. Con la mobilità che dovrà avvenire quasi esclusivamente tra le scuole del territorio regionale. Ma le conseguenze si vedrebbero anche nell’offerta didattica: i programmi potrebbero essere personalizzati e sensibilmente diversi rispetto a quelli proposti agli altri alunni d’Italia. Va collocato in questo ambito la firma di un recente accordo tra lo stesso governatore Zaia e il ministro dell’Istruzione Bussetti sull’introduzione di alcune ore di lezione dedicate alla storia e alla cultura veneta.

Un processo autorizzato direttamente dalla Costituzione

I docenti sembrano scettici rispetto a una rivoluzione del genere. C’è chi grida alla secessione. Ma il processo in atto è pienamente legale. E trova la sua ragion d’essere non tanto nel referendum sull’autonomia del 2017, quanto nella Costituzione italiana: l’art.116 della nostra Carta fondamentale, al terzo comma, dice esplicitamente che Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell'articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all'organizzazione della giustizia di pace, n) e s), possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata”.


Il punto di vista dell’assessore all’Istruzione della regione Veneto

E tra le materie ricomprese nell’elenco ci sono tutte quelle inserite nel disegno di legge, istruzione compresa. Una spinta verso l’autonomia che, tra l’altro, si è rafforzata ancora di più con il nuovo Governo. Nel contratto siglato da Lega e Movimento 5 Stelle, al punto 20, il federalismo è messo tra le priorità dell’azione dell’esecutivo. Lasciando intravedere un futuro per l’iniziativa veneta. Per capirne di più, Skuola.net, ha intercettato una delle figure che si è battuta di più per arrivare a questo punto di svolta: Elena Donazzan, assessore all’Istruzione, Formazione, Formazione, Lavoro e Pari Opportunità della regione Veneto. Con lei abbiamo cercato di chiarire i passaggi più discussi dell’iter di riforma.

Assessore, a che punto del processo autonomistico siamo attualmente?

Siamo nella fase delle trattative: al Miur è stato consegnato un documento tecnico che stabilisce le modalità attraverso cui avverrà il trasferimento di competenze alla regione Veneto. Attendiamo una risposta. Un anno fa il referendum consultivo sull'autonomia del Veneto ha dato un messaggio politico molto chiaro: l’autonomia era già prevista dalle normative vigenti (la legge regionale n.8 del 31 marzo 2017, ndr) tuttavia la vittoria schiacciante del sì, sostenuta anche da tutte le maggiori forze politiche presenti in Consiglio Regionale, è stata determinante nell’accelerare il processo”.

Ma è concreta la paura che in Veneto in futuro ci saranno solo professori ‘veneti’?

“Nient'affatto. Intanto si inizierà con il trasferimento dalla Regione allo Stato dell'attuale personale docente e ATA, nonché dei dirigenti scolastici. Ciò avverrà su base volontaria e secondo accordi sindacali. Poi le nuove assunzioni saranno disciplinate dalla Regione secondo le forme di reclutamento ritenute più opportune. Ad oggi l'orientamento è quello di bandire concorsi. Tuttavia noi vogliamo garantire la continuità didattica: chi accetta il posto deve assicurare almeno 5 anni di servizio. Quindi potranno concorrere per un posto anche coloro che non sono residenti in Veneto, con la consapevolezza di doverci restare per un tempo minimo”.

Che vantaggi avranno i docenti, se ne avranno, a lavorare per la vostra Regione?

“Il contratto di partenza sarà quello nazionale. Ovviamente. Tuttavia noi, se avremo le risorse sufficienti, vorremmo provare a destinare somme aggiuntive secondo un criterio meritocratico. Attraverso una contrattazione di secondo livello. Inoltre vorremmo ragionare sulla creazione di un sistema premiale per i docenti, mantenendo le rilevazioni Invalsi come base di valutazione e aggiungendo anche un ulteriore sistema, ancora da definire, per valutare l’operato degli insegnanti”.

E gli studenti, che vantaggi potrebbero avere?

“Intanto quello di avere insegnanti in cattedra già dal primo giorno di scuola. Come avviene nell'attigua provincia autonoma di Trento, che per me rappresenta il modello. E poi permetterebbe loro di avere un sistema di istruzione più vicino al territorio, non solo dal punto di vista culturale ma anche da quello lavorativo. Ad esempio, qui da noi potrebbe essere utile potenziare l'Alternanza Scuola-Lavoro oppure studiare più il tedesco invece del francese.”

Ma è vero che si studieranno la storia e il dialetto del Veneto?

“Perché no? Per assurdo personaggi come Canova sono più conosciuti all'estero che in Italia. Nel documento che abbiamo presentato al Miur chiediamo di occuparci anche degli ordinamenti e dei contenuti della formazione. Quelli che una volta erano i programmi e ora sono linee di indirizzo. Ma ci tengo a sottolineare una cosa: il quadro dei diplomi e delle qualifiche rimane quello nazionale, quanto vogliamo fare rispetta pienamente la normativa di riferimento attuale italiana ed europea. Noi vogliamo solo usare l'autonomia che ci viene concessa già oggi per formulare meglio l'offerta formativa”.

Non c'è il rischio di creare una scuola di serie A e una di serie B?

“Sì è visto con quanto accaduto per la Sanità che ci sono regioni più capaci di gestire l'autonomia e altre meno. Tuttavia, poiché il Veneto ha dimostrato di saperlo fare, perché fermarci se possiamo garantire un servizio migliore ai nostri cittadini? E poi, se qualcosa dovesse andare storto, da noi come in altre regioni, lo Stato ha sempre il potere di commissariare e di riprendere in mano tutta la gestione”.
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