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Le teorie dell’evoluzione


Sino alla fine del Settecento si pensò che le varie specie, incluso l’uomo, fossero comparse sulla Terra già dotate delle caratteristiche che di ancora oggi le contraddistinguono. Questa teoria ipotizzava organismi viventi fissi e immutati nel
tempo, incapaci di evolversi e di modificarsi. Tale ipotesi era strettamente legata a un’interpretazione letterale del racconto contenuto nella Bibbia relativo alle origini della Terra e dell’uomo. Nella Bibbia sta scritto, infatti, che Dio”creò”il cielo e la Terra, gli animali e l’uomo. In tale prospettiva, gli scienziati spiegavano il ritrovamento dei fossili di specie ora sconosciute con la scomparsa di animali e vegetali causata da grandi catastrofi, come poteva essere stato il diluvio universale del racconto biblico.
Nei primi anni dell’Ottocento lo scienziato francese Jean-Baptiste Lamarck (1774-1829) fu il primo a prendere in esame le modificazioni che gli esseri viventi subiscono col passare del tempo e a metterle in relazione con l’ambiente nel quale vivono. Egli fu cioè il primo a introdurre il concetto di evoluzione, anche se ne dette una interpretazione poi dimostratasi erronea. Sostenne infatti che gli stimoli ambientali potevano modificare le caratteristiche degli organismi (per esempio, alla giraffa si sarebbe allungato il collo per lo sforzo di raggiungere il cibo, costituito dalle foglie degli alberi più alti).
Tali modificazioni sarebbero divenute caratteri acquisiti di tutta la specie, trasmessi alle generazioni successive.
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