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Breve relazione su un seminario :Tolleranza e apertura all'altro : quando integrazione non significa omogeneizzazione

Nel primo intervento è stata presentata una riflessione sull’attualità dell’antropologia, scienza delle diversità sociali e culturali, che si caratterizza anzitutto come un’impresa di traduzione di culture e il cui progetto è quello di articolare i rapporti fra “locale” e “globale”, di pensare l’ “altro” sotto gli aspetti più diversi.
La categoria dell’altro è stata sempre inserita in una relazione di dominazione-subordinazione: infatti, le categorie o i gruppi che appaiono differenti, lo sono in rapporto a una struttura dominante che li ingloba.
Le prime osservazioni di carattere antropologico si possono ricondurre all’antica Grecia, e principalmente a Erodoto che riporta dai suoi numerosi viaggi in Egitto, in Persia e altrove un numero impressionante di descrizioni, di miti e di racconti privilegiando la testimonianza visiva rispetto a quella uditiva.

E il viaggio (come incontro con l’alterità) si ritrova anche presso gli arabi: si parla infatti di “geografia di viaggio”, guidata interamente dal tema dello spaesamento e dello spostamento poiché questo consentiva l’arricchimento, la speculazione e lo spirito d’iniziativa oltre che fonte di arricchimento intellettuale.
La riflessione si è conclusa puntando lo sguardo sulla montata delle rivendicazioni delle diversità, attraverso una ricerca che assume la forma di un’affermazione di principio, quale noi ritroviamo, per esempio, nelle dichiarazioni generali emanate da organizzazioni internazionali (come l’UNESCO, la cui missione è quella di salvare i patrimoni dell’umanità nelle loro diversità); inoltre la ricerca della diversità è vissuta direttamente nell’atto del consumo (per esempio acquistando, invece che un certo oggetto manufatto, un altro che possiede una certa caratteristica distintiva particolare, oppure visitando un gruppo etnico risparmiato dalla modernità); infine, la ricerca della diversità è osservabile anche al livello dell’azione di certi gruppi etnici o sociali, attraverso delle rivendicazioni che possono arrivare a mettere in discussione i valori dominanti della società globale.
Il secondo intervento è stato fatto sulla condizione dell’immigrato in Italia, facendo riferimento alla legge 199/02, la cosiddetta legge Bossi-Fini.
Centinaia di persone riescono a sbarcare sulle coste di un’isola. Altre centinaia non riescono, perché muoiono in mare: nonostante questo dramma, nelle discussioni che seguono sbarchi e naufragi, ognuna delle opposte parti politiche rivendica i propri meriti e manifesta le proprie condizioni: declinano entrambi lo stesso merito “noi ne abbiamo espulsi di più” e si rivolgono la stessa accusa “quanti ne avete fatti entrare, voi!”.
Nemmeno le convinzioni, quelle dichiarate perché ritenute presentabili, sono tanto diverse: per gli uni e per gli altri,l’immigrazione deve essere legale, non “criminale”, e deve connettersi a necessità economiche-produttive.
Basta leggere i dati Istat che parlano di 1 milione e mezzo di immigrati rispetto ai 500 mila di 10 anni fa, basta guardarsi intorno (nelle città come nei piccoli centri) per comprendere come il fenomeno dell’immigrazione sia in continua evoluzione.
Oltre alla tradizionale direttrice Sud-Nord, in questi ultimi anni il flusso migratorio si è notevolmente amplificato anche sulla rotta Est-Ovest da parte di persone che vivevano al di là di una cortina di ferro che separava due mondi, una cortina velocemente ripristinata in tutta l’Unione Europea da leggi sull’emigrazione sempre più restrittive e penalizzanti.
La legge Bossi–Fini, che dal 2002 regola l’immigrazione in Italia, ne è uno degli esempi più evidenti e maldestri, in bilico tra la necessità di sedare preoccupazioni xenofobe e quella di soddisfare le esigenze di manodopera dell’imprenditoria nazionale.
Si accentua l’apertura in tema di cittadinanza, riguardo al diritto di voto alle amministrative, ma anche alle politiche.
Tuttavia, fra i cittadini italiani prevale l’idea che la misura degli ingressi debba essere basata non sui contratti di lavoro stipulati preventivamente, ma sulla capacità di accoglienza, sulla disponibilità di alloggi, servizi socio–sanitari ed educativi e sulle necessità dell’economia.
Gli italiani, cioè, preferiscono largamente la strada dell’integrazione rispetto a quella, prevista dalla legge Bossi–Fini, dell’importazione (a tempo determinato). Allo stesso tempo, mostrano prudenza di fronte all’approccio multiculturale, accettano il pluralismo di culture, fedi e costumi, ma esigono che gli stranieri si adeguino al sistema di leggi e valori condivisi.
Tornando alla questione del voto, non si capisce perché, se sono cittadini di una comunità che lavorano e pagano le tasse, gli immigrati non debbano poter contribuire alle scelte dell’amministrazione o paese dove vivono.
Del resto, non siamo gli unici e neppure i primi a prendere una decisione civile di questo tipo (la Svezia, ad esempio, il diritto di voto agli immigrati lo prevede dal 1975, come anche altri Paesi).
L’Italia, dunque, è (con Francia e Germania) fra i grandi Paesi che non ha ancora concesso questo diritto: certo, per arrivare al riconoscimento del voto amministrativo agli immigrati, sarà necessaria una legge di modifica costituzionale, perché la nostra “Carta” prevede (art. 48) che “sono elettori tutti i cittadini, donne e uomini, che hanno raggiunto la maggiore età”.
Non vi sono altre particolari norme, ma il rischio che una legge riservata agli stranieri possa essere invalidata è certamente elevato.
Nel 3° intervento è stato trattato un tema a mio avviso molto interessante su “migrazione e maternità”.
Fino agli anni ’80 l’immigrazione in Italia era prettamente maschile; oggi, il 45% degli immigrati che arrivano in Italia sono donne e la principale causa è il ricongiungimento familiare: vogliono raggiungere il marito dopo che questi ha già in qualche modo attivato un percorso di inserimento nel paese ospitante.
Ciò evidenzia come il fenomeno dell’immigrazione diventi sempre meno un evento transitorio, assumendo piuttosto le caratteristiche di un vero e proprio insediamento permanente.
Tutti i componenti del nucleo familiare, uomini e donne, si trovano dinanzi a una sfida straordinariamente complessa, segnata da novità che mettono in gioco il senso stesso dell’identità: si emigra, infatti, per mettersi alle spalle guerre civili, disagi economici e lavorativi, non per cancellare la propria cultura, la propria lingua e il proprio passato.
Il ricongiungimento, molto spesso, è un momento cruciale, perché causa la rottura degli equilibri precedenti.
Nel momento in cui la donna entra in una nuova cultura e in una nuova società comincia a conoscere e a sperimentare nuovi modelli di coppia e di coniugalità, cambia il ruolo del capofamiglia e si assiste ad una ristrutturazione delle dinamiche familiari.
Entrano in gioco sia dinamiche esogene, prodotte dal confronto con comportamenti femminili nuovi e dal concomitante allontanamento dei rapporti con i familiari rimasti nel paese di origine, sia dinamiche endogene, all’interno della coppia stessa.
Si possono distinguere così 3 modelli di adattamento:
1. Omologazione: la donna tende a rifiutare le proprie tradizioni e radici, cercando di calarsi, di omologarsi completamente nel nuovo mondo.
2. Invisibilità sociale: la donna tende a rimanere rigidamente legata alla cultura di appartenenza, dove trova sicurezza e confronto: in questo caso le conseguenze sul processo d’integrazione sono spesso negative.
3. Integrazione equilibrata: la donna cerca un equilibrio tra la propria cultura d’origine e la nuova divenendo custode della tradizione e contemporaneamente, portatrice di cambiamento nel paese che l’accoglie, in quanto contribuisce attivamente allo sviluppo di una società multietnica e interculturale.
Non è facile, quindi, per le donne migranti imparare a cambiare la propria vita, i propri ruoli e funzioni, il proprio modo di essere, con i suoi valori e le sue priorità. Ma soprattutto non è facile per le donne migranti diventare madri “altrove”, in una nuova terra e in una nuova cultura, altrove rispetto al modo che le ha cresciute.
A questo proposito è stata presentata una ricerca che ha come oggetto le rappresentazioni e i vissuti di maternità nelle donne immigrate.
Tale vissuto riveste sempre un significato profondo nel ciclo di vita femminile, con un’accezione peculiare nelle donne immigrate: infatti il risultato dell’elaborazione della separazione dalle origini e della non appartenenza al paese ospitante influirà sulle modalità di relazione che si istaureranno tra madre e bambino.
La ricerca è stata realizzata su un gruppo di 22 donne immigrate di età compresa tra i 19 ed i 34 anni, tra il 6° e 8° mese di gravidanza, appartenenti ad un livello socio–culturale medio–basso e provenienti da aree geografiche molto diverse (Tunisia, Albania, Nigeria, Ghana, Costa D’Avorio e Kosovo).
Sono stati utilizzati 2 strumenti di tipo clinico:
1. L’IRMAG (Intervista per le Rappresentazioni Mature in Gravidanza) che è un’intervista semi-strutturata in 41domande che fornisce un valido indice della formazione di due modelli rappresentazionali, uno relativo al bambino e uno relativo a sé come madre e come donna, in relazione al partner e alla famiglia d’origine.
2. Il DSSVF (Disegno Simbolico dello Spazio di Vita Familiare) che è uno strumento di natura proiettiva col quale si può ulteriormente approfondire l’organizzazione domestica: il soggetto colloca in qualche punto (esterno o interno) di un cerchio disegnato su un foglio bianco (cerchio che delimita simbolicamente il confine tra famiglia e ambiente) se stesso e le persone per lui più significative, indicando anche i legami e gli eventuali accadimenti di rilievo.
Il tema dello sradicamento assume, nel periodo della gravidanza, per le donne immigrate, un rilievo del tutto particolare: per queste donne, infatti, la decisione di avere un figlio in un paese straniero si lega a stati d’animo di solitudine e isolamento, oltre che alla mancanza di supporto delle figure femminili della propria famiglia d’origine (in Ghana, per esempio, la futura mamma va a vivere a casa dei propri genitori un mese prima della nascita del bambino, ricevendo attenzioni da parte della madre, delle sorelle e delle zie che cercano di farla stare tranquilla e serena).
Nel nostro paese queste donne si trovano spesso da sole e l’unica presenza su cui possono contare è quella del marito.
Inoltre vi è una grande difficoltà, da parte di queste donne, a parlare del proprio corpo, difficoltà dovuta anche a una conoscenza sommaria della sua autonomia e, in particolare, delle funzioni riproduttive. Tuttavia, nessuna manifesta preoccupazioni rispetto ai cambiamenti e alle trasformazioni che la gravidanza apporta inevitabilmente all’immagine.
Il figlio, invece, è visto soprattutto attraverso lo spazio che occupa fisicamente: gli spazi mentali per il bambino immaginario sono pochi, a differenza delle donne italiane che hanno un’elevata presenza di fantasie e rappresentazioni su se stesse come future madri e sul proprio bambino.
Quindi, chi decide di emigrare non è inizialmente cosciente di tutto ciò che questo cambiamento comporta: è infatti molto difficile riuscire a “ricollocarsi “ in un contesto geografico totalmente nuovo: trasferimento corporeo (geografico) e trasferimento mentale (psicologico) seguono quindi tempi diversi; si ha, come dice Sayad, il paradosso della “doppia assenza” cioè l’immigrato è sempre “fuori luogo” perché ha “perso” le proprie radici familiari e culturali e perché fatica a costruire significati nuovi nel paese d’arrivo.
E’ facile comprendere come il passaggio da un contesto tradizionale (come il villaggio) alle nostre città moderne incida su tutti gli aspetti dell’esistenza, inclusi i tradizionali ruoli familiari e di coppia: la donna immigrata sembra percepire con particolare sensibilità questo scarto e cerca di compensarlo mantenendo uniti nel nuovo sistema di vita vecchi e nuovi ruoli.
Quindi vi è una difficoltà insita in questo nuovo ruolo che viene “affidato” alla donna immigrata, trovandosi inserita in un contesto dove il suo compito non è più solo quello di cura, in posizione subordinata rispetto al marito, ma la vede protagonista, con tutti i suoi sacrifici, con tutte le sue fatiche, con tutte le sue paure.
Il 4° intervento è stato fatto sui fattori iatrogeni nell’intervento con le migrazioni, cioè degli errori che si commettono nell’approccio con gli immigrati: l’intervento nelle migrazioni deve servire a modificare una spiegazione del mondo, quella che si dà il committente, quello che si danno gli utenti, quella che ci diamo noi, per cui bisogna tenere sotto osservazione le emozioni e gli schemi di azione di chi realizza l’intervento, il sistema sul quale si interviene e stimolare la capacità di metacomunicazione e metaosservazione dei partecipanti al setting.
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