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Disturbi somatoformi

I due principali disturbi somatoformi (riguardano il soma cioè il corpo) sono l’ipocondria e la dismorfofobia che riguardano il sé corporeo, l’identità corporea (cioè la percezione che un soggetto ha del proprio corpo).
L’ipocondria (non è un disturbo d’ansia) è caratterizzata da una preoccupazione eccessiva, quindi da una condizione di ansia che riguarda la fantasia perniciosa, negativa di avere una malattia grave per la quale il soggetto pensa di essere esposto alla morte.
Ci troviamo, quindi, davanti un’angoscia di morte che non è una semplice angoscia di morte in quanto dietro c’è tutta una storia del corpo.
Infatti, perché il soggetto sperimenta qualsiasi variazione, segnale del proprio corpo con un grado di ansia, di preoccupazione eccessiva?
Perché è un corpo che non è stato supportato adeguatamente: l’esperienza del corpo e le emozioni relative alla corporeità (come l’aggressività e la sessualità) non è stata sufficientemente supportata: per questo motivo il soggetto è sempre preoccupato di essere in punto di morire.
Quindi bisogna anche esplorare il corpo: la base del nostro sé è infatti il corpo.
La dismorfofobia è una fobia, una preoccupazione eccessiva che ha delle conseguenze sul piano clinico in cui un soggetto pensa di avere un corpo inadeguato, imperfetto, con un difetto fisico, e questa ossessione interviene ossessivamente nelle fantasie, nelle preoccupazioni relativamente al modo in cui il soggetto sperimenta il suo corpo nella relazione con il mondo.
La dismorfofobia la troviamo quasi dovunque, non soltanto in relazione a quelli che sono i criteri diagnostici del DSM ma anche a livello sub-clinico: ciò vuol dire che non c’è il paziente che ci viene a raccontare di essere preoccupato di avere un difetto fisico: se ciò succede vuol dire che il soggetto rientra nel DSM ed è quindi un disturbo categorizzato sull’Asse I per i disturbi somatoformi.
Ma se vi sono delle situazioni sub-cliniche, allora è il terapeuta che deve portare alla luce che tipo di relazione, di rappresentazione del corpo che il soggetto ha relativamente al modo in cui sperimenta se stesso nella relazione con il mondo.
Per esempio, il terapeuta chiederà al paziente come si vede allo specchio, chi vede nello specchio, in che modo si vede rispecchiato nello sguardo dei suoi genitori, e così si scoprono tante cose, tante informazioni, per esempio una madre narcisistica, perfezionista ed ossessiva che magari guarda il figlio come un prodotto difettoso relativamente a quella che poteva essere la sua capacità di produrre, di realizzare qualche cosa di positivo e di adeguato: quindi la madre certamente avrà uno sguardo svalutante soprattutto nel bambino (nelle prime fasi del suo sviluppo psicologico) che non valuterà bene il suo corpo, non riuscirà mai a separarsi adeguatamente e quando si troverà solo si sentirà disintegrare.
La dismorfofobia la troviamo certamente a livello sub-clinico e difficilmente nell’ambito della psicopatologia: la troviamo in particolar modo nei disturbi dell’alimentazione (nell’anoressia) dove però non si ha un deficit dell’integrazione del sé corporeo: quindi se c’è un deficit dell’integrazione del sé corporeo non abbiamo a che fare con la dimensione estetica ma con le prime relazioni di attaccamento, dove il rispecchiamento del corpo del bambino non è stato adeguatamente valido.
La dismorfofobia la troviamo anche nella dimensione psicotica dove si hanno delle alterazioni del sé corporeo: per esempio, perché un soggetto psicotico nella relazione interpersonale si sente sempre risucchiato dall’altro? Perché non ha il corpo e quindi è sempre angosciato di poter perdere la sua individualità perché l’individualità dell’altro ha addirittura la possibilità di superarlo.
Per esempio, la depersonalizzazione si trova fra i disturbi dissociativi nell’Asse I e si presenta con una condizione di sofferenza, per cui il soggetto si sente staccato dal proprio corpo (anche qua ritorna la questione del sé corporeo); ma la troviamo anche nei disturbi degli attacchi di panico.
Quindi quando si alza il livello di ansia (per un attacco di panico o in certe situazioni depressive o nell’esperienza psicotica) il corpo immediatamente si disintegra, scompare, svanisce; per cui quando un soggetto sperimenta la depersonalizzazione vuol dire che non ha ancora maturato il sé corporeo: non è che non gli piace il suo corpo ma è un soggetto che non riesce a rappresentare quelle emozioni legate a certe sensazioni fisiche e che quindi non possono essere controllate dall’esperienza del soggetto.
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