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Lo sviluppo delle intelligenze personali

Lo sviluppo delle intelligenze personali prende le mosse dal legame fra il neonato e la madre, che nel primo anno di vita raggiunge la massima intensità, e si articola poi in una serie di fasi:
- Il neonato: fin dai primissimi giorni di vita il bambino sperimenta una varietà di sentimenti e di affetti che si manifestano attraverso una serie di espressioni facciali universali; all’età di due mesi è già in grado di discernere espressioni facciali altrui - il padre dalla madre, gli estranei dai genitori, le espressioni tristi da quelle gioiose- e di imitarle. Mostra inoltre i primi segni di empatia e risponde per “simpatia” quando sente un altro neonato piangere o qualcuno soffrire. Si tratta dei primi inequivocabili segnali di interesse per l’altro e di altruismo. Intorno al secondo anno di vita, il bambino inizia ad avere la consapevolezza di possedere un corpo fisicamente separato e una distinta identità: comincia a reagire quando viene chiamato col proprio nome e inizia a chiamare se stesso per nome;

- Dai due ai cinque anni: il bambino inizia a usare vari simboli per riferirsi a se stesso (io, mio), agli altri (tu, lui, mamma) e alle proprie esperienze (hai paura, sei triste ecc.). La comparsa di questi simboli ha enormi implicazioni per lo sviluppo delle intelligenze personali: “Il bambino non ha più bisogno di fondarsi su discriminazioni preprogrammate e su sue inferenze personali (se esistono); è invece la cultura a mettere a sua disposizione un intero sistema di interpretazione a cui egli attinge nei tentativi di capire le esperienze cui è soggetto egli stesso, oltre a quelle che implicano altre persone”. Attraverso il gioco, i disegni, i gesti il bambino entra nel ruolo della madre e del figlio, del medico e del paziente e così via e sperimenta non solo i ruoli ma anche i comportamenti e i sentimenti assegnati socialmente a tali ruoli. Gardner, però, chiarisce che gli autori sono discordi nel valutare questa fase e li riunisce sostanzialmente in due scuole: da una parte la scuola che fa capo a Piaget, che studia il bambino nel suo isolamento, ritenendolo un soggetto unidimensionale impegnato a costruire i suoi ruoli in maniera autocentrica e autoreferenziale41; dall’altra, la scuola che include il movimento simbolicointerazionista
americano di Mead e Cooley e il ”mediazionismo” sovietico di Vygotskij e Lurja, che sostengono che il bambino in questa fase può pervenire a conoscere se stesso solo conoscendo altri individui. Se si fa riferimento alla prima scuola si metterà in maggior risalto l’intelligenza intrapersonale, se invece si
condivideranno le tesi della seconda, si metterà l’accento sull’intelligenza
interpersonale;
- Il bambino in età scolare: Con l’avvento delle operazioni mentali concrete il bambino inizia a comprendere il meccanismo della reciprocità. Ci si comporta in un certo modo con l’aspettativa che l’altro faccia altrettanto ma si diventa capaci anche di mettersi nei panni altrui. È in questa fase che il bambino diviene un essere sociale a tutti gli effetti, instaurando rapporti paritetici con i propri coetanei. Ma è anche l’età in cui “il bambino acquisisce competenza e costruisce la sua industriosità: egli è afflitto dal timore di sentirsi inadeguato, di apparire un Sé inetto”;
- La fine dell’infanzia: Si approfondisce la sensibilità sociale, si costruiscono reti amicali (nel caso dei maschi organizzate spesso in forma gerarchica) ma si può sperimentare anche un forte senso di solitudine se non si riesce a costruire
amicizie profonde con altri bambini;
- L’adolescenza: A livello intrapersonale si è molto concentrati sulle proprie esigenze interiori, motivazioni e desideri. A livello interpersonale si diviene più sensibili alle motivazioni nascoste degli altri, i rapporti interpersonali iniziano a fondarsi sul sostegno e la comprensione psicologica, si cercano amici in grado di apprezzare le proprie idee;
- Il Sé maturo: Ci sono due concezioni del Sé prevalenti. Una insiste sul processo di sviluppo continuo, che porterebbe l’individuo a vincere le debolezze umane e a essere via via più autorealizzato e integrato nella società. Ma un’altra visione crede a un Sé autonomo ma ritiene che un individuo sia sempre e necessariamente un insieme di Sé, “un gruppo di persone che riflette perennemente il contesto in cui si trovano a operare in qualsiasi particolare momento”. Non esiste, in altri termini, un Sé centrale che organizza e gestisce pensieri, comportamenti e obiettivi ma un individuo concepito come un insieme di maschere diverse e intercambiabili, nessuna delle quali ha la preminenza sulle altre, e che vengono indossate quando la situazione lo richiede. Quest’ultima concezione vede come variabile decisiva del comportamento il
contesto in cui ci si trova e sottolinea l’importanza di saper manipolare le situazioni a proprio favore.

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