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Realismo: caratteristiche e poetica


L’idealismo contraddistingue l’indirizzo generale della cultura europea della seconda metà dell’ottocento. Il passaggio dal romanticismo al realismo si verificò durante gli ultimi decenni del XIX secolo, età durante la quale i poeti miravano a giungere direttamente al vero. Tale passaggio, però, non fu radicale, ma, come tutte le volte in cui avviene un cambiamento così importante, esso fu graduale: venne infatti intermediato dal movimento letterario della scapigliatura.
È la stessa cosa che succede con le date», disse girando attorno alla cattedra e fermandosi di fronte al calendario fissato sul muro. «Siamo all’inizio del mese e il passaggio al mese prossimo deve essere per forza graduale, infatti non possiamo strappare la pagina e andare a quella successiva, dobbiamo aspettare che il tempo scorra gradualmente prima che si verifichi il passaggio da questo mese al prossimo».
Dal punto di vista filosofico, il realismo assunse il significato di positivismo; dal punto di vista letterario, invece, in Francia esso venne chiamato naturalismo, mentre in Italia verismo. Sia i naturalisti che i veristi reagirono con forza al sentimentalismo romantico.
La filosofia positivistica influenzò fortemente la letteratura e la poetica prodotte in questo periodo: mentre in precedenza l’uomo era al centro delle composizioni liriche e letterarie, in particolare durante il «secol superbo e sciocco», con la nascita del realismo emerse la concezione dell’uomo come creatura uguale a tutte le altre. Come scrive Ippolito Taine, infatti, l’uomo è sottoposto agli stessi condizionamenti di tutte le altre creature. Egli è il frutto di tre diversi momenti: quello genetico; quello sociale e quello storico.
La nascita di questa nuova concezione indusse artisti e poeti a non esaltare l’Io, come avveniva precedentemente (in particolare durante l’illuminismo ). La letteratura che rappresentava il realismo doveva essere, proprio come la scienza, realistica e, quindi, oggettiva e diretta al vero. Essa doveva abbandonare gli elementi sentimentali, fantastici e inerenti l’immaginazione, per dedicarsi solamente alla ricerca dell’origine dell’uomo.
Il realismo si basava sul principio fondamentale secondo cui l’arte dovesse rappresentare il reale positivo e, affinché ciò accadesse, gli artisti si proponevano di esaminare le persone più umili. I sentimenti e gli istinti, infatti, si manifestano soprattutto negli ambienti più degradati, in quanto, mentre i nobili ostentano sentimenti controllati, le persone più semplici lasciano emergere i propri istinti. I protagonisti delle opere realistiche, dunque, facevano parte del quarto stato, in quanto non disponevano di mezzi di sostentamento che consentissero loro di condurre un’esistenza stabile e, quindi, erano costretti a lavorare giornalmente per sopravvivere, a differenza, ad esempio, dei personaggi delle opere manzoniane, i quali facevano invece parte del terzo stato, poiché attraversavano vicissitudini e complicazioni ma possedevano mezzi adeguati che garantissero loro la sopravvivenza. Rappresentando l’arretratezza delle plebi, i realisti si proponevano di richiamare lo stato al dovere, invitandolo, come scriveva De Sanctis, a «calare l’ideale nel reale», cioè a rendere concreti quei valori che spesso rimanevano parole fini a se stesse.
Il secondo principio su cui si basava la poesia realistica era quello dell’impersonalità e dell’oggettività: il vero doveva essere riprodotto in modo anonimo e distaccato, nello stesso modo in cui viene descritto un fenomeno scientifico.
I veristi italiani intesero diversamente dai naturalisti francesi il principio dell’impersonalità in quanto, mentre i francesi lo esasperarono fortemente; gli autori italiani lo considerarono come un freno all’eccessività del soggettivismo, che venne solamente ridotto, rimanendo latente in tutte le opere.
In generale, la tecnica compositiva del realismo si adattò a questi due principi; ciò è testimoniato da un’eloquente frase che esprimer gli intenti poetici dei realisti, i quali scrivevano: «Parliamo poco di noi ma facciamo parlare le cose”, intendendo dir che il vero doveva essere trasposto attraverso gli oggetti e, soprattutto, attraverso l’impersonalità.
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