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Neoclassicismo e pre-romanticismo

Gli illuministi sostenevano la validità della ragione per riscattare l’autentica natura dell’uomo, ancor prima della sua dignità. In linea con questo principio ripudiarono qualsiasi forma di fede religiosa, poiché non era possibile giustificarla razionalmente; professarono l’ateismo ed osteggiarono la Chiesa perché responsabile delle disparità tra gli uomini.
I principali avvenimenti del XVIII secolo, ed in particolare la Rivoluzione francese, sembrarono confermare l’ideologia illuminista, poiché in breve tempo - seppur con mezzi drastici - demolirono le istituzione del cosiddetto “ancien régime” (l’Antico regime assolutista). Tuttavia a tali episodi seguì l’imprevista avventura napoleonica, la quale fu, da un lato, veicolo formidabile delle idee rivoluzionarie, dall’altro una chiara forma di dispotismo del tutto affine a ciò che la Ragione aveva combattuto. Così fervida fu l’esaltazione di Napoleone Bonaparte che egli stesso si pose accanto ai grandi imperatori dell’antica Roma come discendente della loro “gloriosa” stirpe. Napoleone fu un convinto appassionato di arte antica, e per riguardo nei suoi confronti il gusto classico si riflesse nella cultura del primo Ottocento, in quel particolare movimento chiamato Neoclassicismo.

Tra il XVIII e il XIX secolo rifiorì l’interesse per l’archeologia, e l’entusiasmo derivato dalla scoperta di opere antiche non fece che affermare la vena neoclassica nell’animo degli artisti. I neoclassicisti ricercavano l’armonia delle opere classiche, una bellezza che si librasse fuori dal tempo e dallo spazio. Fornirono alla letteratura italiana numerosi componimenti ispirati alla forma e allo spirito della poesia antica, nonché traduzioni appassionate delle più celebri opere di Omero, Virgilio, Catullo, Ovidio… In letteratura autori come Vincenzo Monti s’illusero di far propria l’arte antica, altri, come Ugo Foscolo, ne realizzarono una visione nostalgica, in contrasto con le tristezze del presente. Per certi versi l’arte neoclassica anticipò i sentimenti che avrebbero mosso, di lì a poco, la nuova corrente culturale del XIX secolo.

Elegia scritta in un cimitero campestre (Thomas Gray)

È, questa, la prima parte dell’opera più nota dell’inglese Thomas Gray, vissuto tra il 1716 e il 1771, nella quale si tratta delle tombe degli umili nel cimitero di campagna.

Le prime strofe contengono elementi tipici del preromanticismo: il morire del giorno, le tenebre che avvolgono le cose, il triste lamento del gufo dall’antica torre ammantata d’edera, la solitudine della notte. Tutto riconduce a un’atmosfera cupa e malinconica, che predispone alla meditazione.
Le strofe centrali del componimento sono, invece, un’esaltazione della vita oscura degli umili, e riflettono il formarsi di una concezione borghese (d’ispirazione cristiana) in opposizione alla visione aristocratica e classica dell’esistenza. Gray rivendica il valore delle cose semplici, quando la concezione tradizionale ed eroica ritiene degno di ricordo solo chi è stato grande ed eccezionale. I contadini che riposano nel desolato cimitero campestre erano forse potenziali uomini d’arte o di politica, o grandi condottieri. La povertà soltanto ha impedito loro di esprimere tali doti.
Con ciò Gray anticipa la letteratura del secolo successivo, nella quale la quotidianità sarà preferita agli scenari splendidi della letteratura classica.

Ugo Foscolo (1778-1827)

Biografia e pensiero: Niccolò Foscolo (in seguito Ugo) nacque nel 1778 a Zante, un’isola delle Ionie appartenente alla Repubblica di Venezia. L’essere nato in terra greca e da madre greca rivestì grande importanza per Foscolo, che sempre fu legato alla civiltà classica. L’isola natia, da cui presto dipartì, rimase in lui un simbolo di serenità e luminosa bellezza, che spesso narrò nelle sue poesie.
Trasferitosi a Venezia, Foscolo sviluppò una notevole cultura, compose i primi versi e, malgrado fosse povero, acquistò notorietà. Fu a favore dei moti rivoluzionari in Francia, delle idee egualitarie e libertarie che l’ispiravano, e perciò ebbe noie con il governo conservatore di Venezia, per causa delle quali si isolò presso i vicini colli Euganei. In seguito fuggì a Bologna, dove si arruolò nell’esercito della Repubblica Cispadana e tributò un’ode a Buonaparte liberatore, quando questi era impegnato nella campagna d’Italia. Il formarsi a Venezia di un nuovo governo democratico, consentì a Foscolo di farvi ritorno, ma presto la pace di Campoformio sovvertì la situazione ed egli fuggì di nuovo, amareggiato da quel che definiva il “tradimento” di Napoleone. Giunto a Milano, Foscolo ebbe contatti con personaggi illustri (Parini, Monti), e con alcuni fondò il “Monitore italiano”, un giornale che diede voce al suo impegno patriottico.

Quando Napoleone riconquistò l’Italia, Foscolo ebbe modo di tornare a Venezia. Rientrò nell’esercito come capitano, ma nel frattempo, per il carattere insofferente e poco ossequioso, perse il favore degli illustri colleghi che, a Milano, l’avevano sostenuto (Monti su tutti). Si recò prima a Firenze, poi, alla sconfitta definitiva di Bonaparte, lasciò l’Italia. Visse in esilio prima in Svizzera, poi a Londra, dove le sue condizioni economiche si fecero gravi. Relegato nei sobborghi più poveri della capitale inglese, Foscolo morì, ammalato, nel 1827.

Opere: La prima opera rilevante di Foscolo fu il romanzo intitolato Ultime lettere di Jacopo Ortis, pubblicato più volte in diverse edizioni e ristampe. Si tratta di un romanzo epistolare, costruito sulla corrispondenza tra il protagonista, Jacopo Ortis, e l’amico Lorenzo Alderani. L’opera deriva molti aspetti da I dolori del giovane Werther di Goethe, come il conflitto tra il protagonista e un contesto sociale in cui non può inserirsi. Se, però, il Werther di Goethe vive la sua disperazione sul piano di vicende puramente personali, l’Ortis di Foscolo soffre anche per ragioni politiche. Egli è, infatti, un giovane patriota che abbandona Venezia in seguito alla pace di Campoformio. Si rifugia sui colli Euganei, e lì s’innamora di una fanciulla - Teresa - promessa a un uomo che è il suo esatto opposto. La disperazione sentimentale e politica spinge il giovane a viaggiare attraverso l’Italia, finché la sua amata non si sposa ed egli, tornato a casa, si uccide.

Il dramma di Jacopo rispecchia la delusione di Foscolo per il “tradimento”, da parte di Napoleone, dei presupposti di libertà affermati dalla Rivoluzione francese. È evidente il senso di estraneità che divide Ortis dal mondo in cui vive, così insostenibile e immodificabile da suggerirgli la morte come unica via d’uscita. Nel romanzo si sviluppa, peraltro, la ricerca di valori positivi, che possano riscattare il protagonista dalla sua condizione disperata.

Per tutta la vita Foscolo compose odi e sonetti in cui espresse il gusto e le tematiche del suo tempo. Egli stesso fece una selezione di tali lavori nella raccolta Poesie, composta di due sole odi (A Luigia Pallavicini caduta da cavallo e All’amica risanata) e di dodici sonetti (tra cui spiccano Alla sera, A Zacinto e In morte del fratello Giovanni).
Le due odi risalgono alla gioventù di Foscolo, ma diversamente dall’Ortis mostrano tendenze squisitamente neoclassiche. Tema comune ai due componimenti è, infatti, l’esaltazione della bellezza femminile, compiuta attraverso la sovrapposizione di immagini di divinità greche. Il lessico è aulico e sublime, mentre la struttura sintattica riprende le architetture tipiche della letteratura classica

I sonetti sono, invece, più vicini alla passionalità dell’Ortis, e ne riprendono sia il motivo nichilistico, sia la ricerca continua di valori positivi che possano arginare le difficoltà.

L’opera Dei Sepolcri è tra i lavori più noti e importanti di Foscolo. Si tratta di un poemetto (un carme secondo l’autore) di 295 endecasillabi sciolti, nato da un dialogo tra Foscolo e l’amico Ippolito Pindemonte circa il significato delle tombe. L’idea dei Sepolcri si formò precisamente quando Napoleone promulgò l’editto di Saint Claud, nel quale regolamentava la scrittura delle lapidi e disponeva che i defunti fossero seppelliti oltre i confini delle città.
Nell’opera si sviluppa la ricerca di valori che possano vincere il nichilismo dato, all’uomo, dalla delusione storica. Il tema della morte è comunque centrale, ma è contrapposto, stavolta, all’illusione di una sopravvivenza ultraterrena. La tomba, infatti, conservando il ricordo del defunto presso i vivi, diventa il centro degli affetti familiari e la garanzia che essi durino dopo la morte. È anche il centro dei valori civili e delle tradizioni, il ricordo degli uomini antichi e delle imprese eroiche, che spinge alla loro imitazione. Se nell’Ortis, Foscolo tracciava un profilo drammatico dell’Italia contemporanea, nei Sepolcri dà spazio ad una possibilità di riscatto.
Nonostante il tema, l’opera si estranea, per precisazione dello stesso Foscolo, dalla poesia cimiteriale diffusa nel Settecento. Il carme vuole essere un invito all’impegno civile, una lettura che attraverso figurazioni e miti colpisca il cuore e la fantasia degli italiani. La stessa struttura dei Sepolcri è congegnata per portare l’uomo alla riflessione, più che al ragionamento, e perciò molti passaggi sono impliciti o sottointesi. Il linguaggio è estremamente elevato, aulico, e rimanda spesso a forme d’espressione classicheggianti, dense di echi e di suggestioni.

«Il sacrificio della patria nostra è consumato» (Ugo Foscolo)da Ultime lettere di Jacopo Ortis


È, questa, la lettera di apertura del romanzo epistolare di Foscolo, e già la morte sembra l’unica via d’uscita dalla difficile situazione politica in cui si trova il protagonista “senza patria”. Ma la morte è anche vista in senso positivo, come forma di sopravvivenza, seppure illusoria, nella memoria dei “pochi uomini buoni”. E quest’illusione si traduce nella ricerca continua di valori che possano riscattare il giovane Ortis dalla sua disperazione.
Il romanzo presenta già un’impostazione narrativa fortemente autobiografica e passionale. Il tempo del narrato coincide con il tempo della Storia, così che ad ogni atto s’accompagnino i sentimenti e le emozioni che realmente l’hanno determinato. Da qui lo stile dell’opera, tragico e di forte enfasi oratoria, quasi fosse un monologo. Le frasi molto brevi sono il risultato della ricerca di una concisione lapidaria, la stessa che potremmo trovare nelle sentenze di eroi della storia romana o di grandi tragedie (“Poiché ho disperato e della mia patria e di me, aspetto tranquillamente la prigione e la morte”).

Il colloquio con Parini: la delusione storica (Ugo Foscolo) da Ultime lettere di Jacopo Ortis

Nel suo pellegrinaggio per l’Italia, Jacopo Ortis giunge a Milano ed incontra l’ormai anziano poeta Parini, con il quale intrattiene un dialogo sulla situazione negativa dell’Italia contemporanea. L’episodio è significativo perché esprime con chiarezza il tema centrale del romanzo, le problematiche politiche e il dramma personale del protagonista.
Il colloquio è aperto da Parini, che riassume la condizione dell’Italia napoleonica in quattro punti essenziali. La degenerazione dei principi rivoluzionari: secondo il poeta le armate francesi non hanno portato la libertà promessa, ma hanno affermato un regime arbitrario che viola i diritti umani. La condizione del mondo letterario: Parini biasima gli uomini di cultura che si “prostituiscono” al regime vigente per ottenere favori e privilegi. Lo spegnersi dello spirito eroico: egli osserva il diffondersi dell’indolenza, l’incapacità di compiere azioni generose. La scomparsa, infine, dei valori basilari della vita quotidiana, della benevolenza e dell’amore filiale, per una società sempre più devota alla guerra.
Dinanzi a questo quadro Ortis reagisce con rabbia e smania d’azione. Affronterebbe un’impresa disperata, la morte per giunta, perché ancora nutre speranza nel futuro (“frutterà dal nostro sangue il vendicatore”). Ma Parini, reso saggio dagli anni, smonta implacabilmente il furore del giovane e afferma che mai si potrebbe insorgere in un contesto degradato senza esserne contaminati a propria volta. Anche se, per assurdo, l’eroe della situazione fosse in grado di superare tale ostacolo, il prezzo di una ribellione sarebbe alto, e forse varrebbe solo a peggiorare le cose (“di filosofo saresti fatto tiranno”). Jacopo ammette, allora, che non potendo agire sul piano politico, l’unica via d’uscita è la morte, intesa come annullamento totale dell’esistenza. Su questo punto emerge la discrepanza tra lo stesso Jacopo e Foscolo, perché il primo, in effetti, finirà col suicidarsi, ma il secondo, seppur con fare critico, continuerà ad operare nell’ambito del regime napoleonico. Il nichilismo di Jacopo, così come il suo suicidio, va dunque interpretato come un tentativo, da parte di Foscolo, di mettere in discussione le tendenze negative della sua stessa personalità, nate dalla delusione storica e dall’amarezza. L’atto finale e disperato di Ortis è perciò il sacrificio con cui Foscolo si libera di tali tendenze, per seguire un’altra strada.

Illusioni e mondo classico (Ugo Foscolo) da Ultime lettere di Jacopo Ortis

La lettera descrive lo stato d’animo di Jacopo dopo aver baciato Teresa, ed esprime un carattere fondamentale della prima parte dell’Ortis: In questa sezione dell’opera, conclusa infelicemente dal matrimonio di Teresa con Odoardo, l’amore si contrappone alla disperazione di Jacopo, e lo spinge ad essere ottimista e ad apprezzare la bellezza delle cose. Tale stato d’animo porta il giovane a riflettere sulle illusioni, e quindi sulla condizione del mondo contemporaneo, votato al razionalismo.
Per Foscolo, le illusioni sono i processi mentali attraverso cui l’uomo mitiga la percezione della realtà cruda e fitta di dolore. Nel Settecento, il diffondersi della ragione ha spento questa propensione, e ha costretto l’uomo al contatto diretto con una realtà insostenibile, che spinge alla rassegnazione e all’inerzia.
L’amore, dunque, in quanto sentimento di benessere e di gioia interiore, è un illusione, e come tale sostiene il superamento del nichilismo dato dalla delusione storica.

La sepoltura lacrimata (Ugo Foscolo) da Ultime lettere di Jacopo Ortis

Il testo qui offre un esempio di quella ricerca di valori positivi che nell’Ortis si affianca all’atteggiamento nichilistico del protagonista. La morte, prima vista come annullamento totale della vita, è ora una via di sopravvivenza, che attraverso il ricordo delle persone care lega il defunto al mondo dei vivi. La terra è il “grembo materno”, l’approdo sicuro e confortante per il “senza patria” che in vita non ha potuto inserirsi in un tessuto sociale.
Ortis sa bene che quest’idea della morte è solo un’illusione, ma un’illusione sufficiente a continuare a vivere e ad operare nel mondo. È l’espediente che riscatta Foscolo dalla delusione storica, un tema che egli riprenderà nelle opere successivi e, specialmente, nei Sepolcri.

Alla sera (Ugo Foscolo) dai Sonetti

Forse perché della fatal quïete
tu sei l’immago a me sì cara vieni
o sera! E quando ti corteggian liete
le nubi estive e i zeffiri sereni,

e quando dal nevoso aere inquïete
tenebre e lunghe all’universo meni
sempre scendi invocata, e le secrete
vie del mio cor soavemente tieni.

Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme

delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace, dorme
quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.

Il sonetto è nettamente diviso in due parti, che corrispondono l’una alle due quartine, l’altra alle terzine conclusive. La prima parte è prevalentemente descrittiva: spiega lo stato d’animo del narratore di fronte alla sera, colta in due momenti distinti ma equivalenti, l’imbrunire di una bella giornata estiva (prima quartina) e il calare delle tenebre in una fosca sera invernale (seconda quartina). La seconda parte è, invece, il nucleo centrale del componimento e in essa hanno luogo alcuni processi di trasformazione essenziali.
Anzitutto si chiarisce perché la sera è cara al poeta: essa è immagine della morte, e la morte è per lui la liberazione, il “nulla eterno” in cui si cancellano conflitti e sofferenze. Ma ancor più importante è lo schema secondo cui si organizzano le diverse opposizioni in questa parte del sonetto. Il “nulla eterno” - la morte - si contrappone al “reo tempo”, poiché è il momento storico negativo a deludere e a tormentare l’animo del poeta. Il “reo tempo” si vanifica nel “nulla eterno”, che tutto cancella e da tutto libera, così, nell’ultima terzina, lo “spirto guerrier” (l’animo ribelle del poeta) si placa dinanzi alla “pace” della sera, che è ancora immagine della morte.
Il procedimento è messo in luce dalla rigorosa simmetria sintattica del sonetto, nel quale i soggetti “reo tempo” e “spirto guerrier” sono posti in seguito ai verbi che rispettivamente ne implicano la vanificazione da parte dei concetti positivi della morte: “fugge / questo reo tempo” e “dorme / questo spirto guerrier”. Anche il gioco delle rime è significativo, poiché proprio i verbi “fugge” e “dorme”, protagonisti della trasformazione, rimano con i termini negativi “strugge”, “rugge” e “torme”. Infine, va osservata la ritmica della poesia, che nelle quartine iniziali è ampia e pausata, ma nelle successive terzine accelera in versi più brevi, serrati e quasi nervosi.

In morte del fratello Giovanni (Ugo Foscolo) dai Sonetti

Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo
di gente in gente, mi vedrai seduto
su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
il fior de’ tuoi gentili anni caduto.

La madre or sol, suo dì tardo traendo
parla di me col tuo cenere muto:
ma io deluse a voi le palme tendo;
e se da lunge i miei tetti saluto,

sento gli avversi Numi, e le secrete
cure che al viver tuo furon tempesta,
e prego anch’io nel tuo porto quïete.

Questo di tanta speme oggi mi resta!
Straniere genti, l’ossa mia rendete
allora al petto della madre mesta.

Il sonetto è interamente costruito sull’opposizione tra due motivi fondamentali: l’esilio e la tomba.
Il tema dell’esilio ha valore simbolico, e sta a rappresentare una condizione di sradicamento che è insieme storica ed esistenziale. Esso richiama la figura dell’eroe infelice e sventurato che Foscolo ama costruire di sé, perseguitato dagli “avversi Numi” contro cui è inutile lottare.
Il tema della tomba si identifica con l’immagine del nucleo familiare che attorno ad essa si raccoglie, ed in particolare fa riferimento alla figura materna. Nella condizione precaria dell’esilio, infatti, il ricongiungimento con la madre e con la terra natale è la sola certezza che può vincere l’inquietudine. Ma è comunque un approdo impossibile.
I due motivi, dell’esilio e della tomba, si organizzano nei primi versi del sonetto nella struttura ritmica ABBA. Il tema dell’esilio (A) compare nei primi due versi e dal settimo al decimo, e racchiude al suo interno il tema della tomba (B, vv. 3 e 4) e quello, analogo, della madre (vv. 5 e 6). Nella terza strofa, però, la sequenza giunge a una situazione bloccata, di sconfitta, che pare definitiva e insuperabile. Perciò si presenta l’unica alternativa della morte (“e prego anch’io nel tuo porto quïete”), ancora vista come annullamento delle “tempeste” della vita. In realtà qui si perviene a un finale ben diverso, nel quale riappare il motivo del ricongiungimento col nucleo familiare, che sembrava irrimediabilmente negato. Proprio la morte lo rafforza, nel quadro delle ossa rese “al petto della madre mesta”.

A Zacinto (Ugo Foscolo) dai Sonetti

Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
nel greco mar da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l’inclito verso di colui che l’acque

cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacriminata sepoltura.

Il sonetto non rispetta lo schema ritmico tradizionale, che vorrebbe la coincidenza tra periodi sintattici e strofe. Il primo periodo, qui, si estende per ben 11 versi (le due quartine e la prima terzina) e scavalca i passaggi di strofa attraverso due enjambements (“nacque // Venere”, “l’acque // cantò”). Questa trasgressione fa del discorso un flusso appassionato e ininterrotto sull’esule Foscolo che mai più toccherà “le sacre sponde” dall’amata isola natia. Risalta, quindi, il confronto/contrasto tra lo stesso Foscolo e Ulisse, che come lui è costretto a errare lontano dalla terra d’origine. Ma se Ulisse tornerà, infine, ad Itaca, Foscolo rivedrà Zante solo attraverso il “canto”, e neanche gli sarà possibile esservi sepolto.
L’errare senza approdo per terre lontane e sconosciute è un tema tipico del romanticismo, e rappresenta una condizione di smarrimento, di incertezza. La figura dell’eroe romantico nella veste mitica degli antichi omologhi è anch’essa ricorrente, ma egli è disperato e perduto quando questi ultimi erano autori di grandi imprese. L’eroe moderno è spinto dal senso di sconfitta a cercare un conforto, una sicurezza, e questa gli viene, nel caso di Foscolo, dalla natia Zante, che è insieme la sua patria e una figura materna (“ove il mio corpo fanciulletto giacque” richiama l’infanzia e il ruolo della madre). Non a caso, infatti, i versi del sonetto identificano l’isola greca con Venere, la quale, secondo la mitologia, nacque proprio dalle stesse acque. E l’acqua, a sua volta, è intesa come donatrice di vita e quindi come figura materna. Molti termini del sonetto richiamano questo elemento (“onde”, “mar”, “acque”), ultimo il concetto di “illacriminata sepoltura”, ad indicare che l’assenza d’acqua equivale alla morte.

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