Baudelaire: “Corrispondenze” da I fiori del male


È una poesia manifesto, in cui poterlo annuncia una determinata visione del mondo e delinea la funzione della poesia che ne consegue. Si tratta di una visione del reale di tipo mistico. Le forme materiali della natura non sono che simboli di una realtà più profonde autentica, che si colloca al di là delle cose. Una rete di legami misteriosi unisce tutte le realtà in un’unica realtà occulta. L’uomo non riesce accogliere questi legami, anche se i simboli risuonano familiari perché corrispondono a qualche cosa che giace nel profondo di ognuno. Per decifrare questo linguaggio segreto occorre rinunciare alla visione razionale, che si ferma solo alla superficie delle cose e abbandonarsi alle sensazioni che, nella loro essenza non razionale, mettono in comunicazione col profondo. Al di là delle apparenze, soggetto e oggetto non sono distinti, ma uniti in un’unità profonde tenebrosa. Una corrente sotterranea unisce l’inconscio, in cui le sensazioni desta nel loro etti, e la realtà esterna. Per questo sono le sinestesie che possono cogliere i legami misteriosi che uniscono tutto reale. Le sinestesie sono confusioni di sensazioni: una sensazione può evocare effetti propri di altri sensi.
È implicito che è il poeta ad avere la facoltà di decifrare questi simboli occulti, grazie alla sua sensibilità privilegiata, alle sue prerogative di veggente. La poesia non si colloca più sul piano della comunicazione logica, ma agisce a livelli più profondi, evocando queste analogie misteriose. Il suo linguaggio non deve quindi essere razionale, ma allusivo, come un sortilegio provocatorio, una sorta di magia che metta in comunicazione con ciò che è al di la delle apparenze. La poesia assume il valore di rivelazione del mistero, dell’ineffabile.

“L’Albatro” da I fiori del male


nell’allegoria dell’albatro si trova l’enunciazione più compiuta della concezione romantica del poeta. L’albatro, con le sue ampie ali, signoreggia l’aria; ma, quando si posa sul suolo, propria causa delle ali non riesce a camminare da fare goffo in ridicolo. Così il poeta alle grandi ali della sua nobilità spirituale, delle sue capacità intellettuali, della sua sensibilità, nella sua fantasia, che gli permettono di spaziare nei cieli della poesia e dell’ideale; ma, una volta mescolato sia gli uomini comuni, attraverso privilegio spirituale lo rende inadatto alla vita pratica. Si delinea qui il conflitto tra l’intellettuale e il mondo borghese che è costitutivo della cultura ottocentesca. In una società che ha come valori fondamentali l’utile, l’interesse, la produttività, e che trasforma anche l’opera d’arte in merce, l’artista, teso verso l’ideale e creatore di un valore disinteressato come la bellezza, appare un diverso, inadatta alla vita comune. La società, considerandolo un essere inutile e introduttivo, lo priva del prestigio quasi sacrale e dei privilegi materiali di cui godeva in età precedenti, lo relega ai margini, lo guarda con scherno e sospetto. Da questa diversità e inettitudine si sviluppa nell’artista un oscuro senso di colpa, che lo fa sentire con un reietto e un maledetto. Ma egli reagisce rovesciando il senso di colpa e assumendo la propria diversità come segno di superiorità e nobiltà; rifiuta quel mondo che non lo comprende e rivendicando orgogliosamente il proprio privilegio spirituale, si isola e gli stesso, dalla vita normale, disprezzando la gretta mediocrità borghese.L’antitesi fra il volo libero dell’albatro nell’azzurro e la sua ridicola degradazione sulla torta della nave si riproduce nello stile: da un lato ricorre una serie di preziosi immagini liriche, abissi amari, re dell’azzurro, dall’altro ad esse si contrappongono immagini basse e comiche, il marinaio che stuzzica il becco con la pipa, quello che lo imita zoppicando. Si può a verificare qui la tensione interna che tipica dello stile baudelairiano. In contrasto con questa disarmonia, il verso è invece fluido e musicale.

“Perdita d’aureola” da Lo spleen di Parigi


Il poemetto in prosa alla forma di un dialogo tra il poeta e un amico che si meraviglia di trovarle in un luogo malfamato. Il poeta spiega che può frequentare quei luoghi con i comuni mortali perché ha perso l’aureola che contrassegnava la sacralità, quasi la divinità del poeta nel passato. Il poemetto è importante perché coglie con molta acutezza, informa corrosiva mente Veronica, il mutamento di ruolo dell’artista nel mondo moderno. Egli ha perso l’aureola, cioè quella dignità sacrale, di sacerdote della bellezza e della poesia, che lo circondava nelle società aristocratiche del passato e gli garantiva una condizione privilegiata e un forte prestigio sociale. La società borghese non assicura più al poeta questa dignità e questo prestigio, poiché altri sono in essa i valori dominanti. Per la coscienza comune, il poeta è divenuto un uomo come tutti gli altri. Il poeta fingere unicamente di accettare questa nuova condizione; in realtà si getta nel vizio proprio per accentuare la sua diversità dalla gente normale, per negare polemicamente valori perbenistici su cui si regge la società borghese. Così al posto del privilegio di un tempo si colloca una specie di privilegio negativo, rovesciato, quello del vizio e del male.
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