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L’idea e l’estetica di Hegel: ad una critica rimbambita, che ponea ogni valore nelle parole, è succeduta una critica astratta, che guarda principalmente al concetto e ne fa un criterio, di modo che secondo che quello è buono o cattivo, verso o falso, approva o biasima.
Che cosa è il pensiero per un gran poeta? Il pensiero è l’immagine: egli non dee, non può saper pensare se non con l’immaginazione. La poesia non è né veste, né velo, né condimento, né spezie, né aromi; il poeta non è un cortigiano, nato ad accarezzare il pensiero, a dargli grazia. Anzi il poeta nasce ad uccidere il pensiero.
Hegel cerca nella forma l’idea; ma il sistema non lo sospinse sino a disconoscere l’unità organica dell’idea e della forma, anzi la sua maggior gloria è di avere altamente proclamata la contemporaneità dei due termini nello spirito del poeta, è di aver posta l’eccellenza dell’arte nell’unità personale.

Questo suo individuo libero e poetico è nel fatto un individuo-manifestazione, o un velo trasparente dell’idea: sicchè il principale, l’importante è sempre la cosa manifestata.
Ma questo momento, è puramente filosofico, è fuori dell’estetica; perché nell’estetica l’idea ha già oltrepassata sé stessa, non esiste più; ciò che esiste, è la forma. Il poeta nel caldo dell’ispirazione vede immagini, fenomeni, forme, e le vede non come velo o manifestazione d’idee, ma come forme, cioè come belle o brutte. Vede il mondo già formato e in azione, e non sa in virtù di quali leggi generali, di qual metafisica abbia preso quella forma ed operi a quel modo. Domandate ad Omero e Virgilio, a Shakespeare ed all’Ariosto, qual è l’idea del loro mondo: non la sanno. Ciò che sanno, è quello che veggono, la vita in atto.
Il poeta rappresenta oggetti particolari in certi stati o momenti della loro esistenza, quello che sono o paiono o fanno.
Il bello per lui è l’esistenza dell’idea nella forma, ciò che chiama l’ideale. Ora l’esistenza dell’idea nella forma ti mette innanzi due termini distinti, l’uno come contenente e l’altro come contenuto. Così il particolare di Hegel è un velo del generale, la sua forma è l’apparenza dell’idea.
In poesia il generale sta come anima, che move e fa tutto; il generale non dee comparire, ma trasparire; che solo il particolare dev’essere espresso.
In teoria ti parla di unità organica; ma nel fatto sente una tentazione irresistibile a staccare dalla forma il contenuto e dal contenuto l’idea.
Così sono nate le distinzioni di poesie pagane, cristiane, cavalleresche, ecc., nelle quali la differenza ed il valore dell’idea, e perciò della materia o contenuto, costituisce la differenza ed il valore della poesia.
Il critico vede nell’Ifigenia il trionfo della civiltà sulla barbarie, e celebra la grandezza e l’importanza di questa idea. Il poeta ci ha veduto solo quello che ha rappresentato. Ha veduto una donna, sacerdotessa insieme e sorella. Certo, ciascun fatto particolare ha un valore generale e si può dalla vista di una cipolla salire fino all’idea cosmica, si può da Ifigenia correre sino al trionfo della civiltà.
Questo è un prendere l’oggetto nel punto che si presenta al poeta, ed invece di accompagnare il poeta nella formazione di quello, mettersi a camminar tutto solo indietro, sino all’idea.
Il poeta, secondo questa critica, in luogo di abbandonarsi alla contemplazione della natura, l’eterno libro della vita, guarda l’oggetto con occhio filosofico, e comincia col dimandarsi: qual è l’idea di cui questo oggetto dee essere manifestazione?
E come l’idea non si trova mai tutta intera in nessun individuo, ed il poeta vuol pure porvela tutta, insieme con la mutilazione hai l’esagerazione. L’individuo è falsificato in grazia dell’idea; eppur questo chiamano gli estetici con superbo titolo “poesia monumentale”.
Questo procedere secondo il quale, data l’idea, il poeta s’ingegna di accomodarvi l’oggetto, è ciò che dicesi l’individuale o l’individuazione. Ora l’individuazione è per rispetto all’individuo quello che la personificazione è per rispetto alla persona, una finzione retorica.
Il poetico di un individuo è più nell’azione de’ sentimenti e della natura che nella potenza dell’idea. L’idea dee nell’individuo, come la logica nella lingua, esser vita interna in concorrenza con altre forza, e perciò determinata e condizionata. Il critico al contrario ha innanzi l’idea, come assoluta, nella sua generalità, fa si questa lo scopo del lavoro poetico, e dell’individuo un esempio, un mezzo per giungere là.

Per me, l’essenza dell’arte è la forma, non la forma veste, velo, specchio, manifestazione di una generalità distinta da lei; ma la forma, in cui l’idea è già passata, ed a cui l’individuo si è già innalzato: qui è la vera unità organica dell’arte. Ora la forma non è una idea, ma una cosa; e perciò il poeta ha innanzi delle cose e non delle idee. Ciò che in poesia vive di una vita immortale, è la forma.
Il mistero della vita è che il tutto non comparisce mai come tutto, ma come parte la quale non esclude, ma si assimila il rimanente.
In poesia l’individuo conserva lo stesso valore; l’ultimo risultamento di un lavoro poetico non è l’idea, ma l’individuo, quell’individuo, quell’individuo, quella figura.
Mi si dirà: che cosa dunque diventa l’idea? L’idea è stata; non è più. L’idea ha partorito una bella fanciulla; il poeta contempla la figlia e non conosce la madre; corre appresso alla figura ed abbandona l’idea alla provvidenza.
Sento spesso dire: il poeta ha rappresentato il tale individuo per mostrare il tale tipo o il tale carattere, e ha rappresentato il tale tipo o carattere per mostrare la tale idea. E’ una conseguenza di questa critica, falsificatrice dell’arte. Il poeta mostra l’individuo come individuo, per sé stesso.

Quando si presentano al poeta, l’idea è diventata la forma, e il contenuto è diventato la figura.
Il contenuto è figura, quando non è più il semplice materiale, ma la materia organizzata. L’idea è forma, quando non è più il semplice pensiero, ma l’unità dell’organismo.
Per me, l’eccellenza della poesia è nell’unità personale.
Nella poetica la figura è un velo, l’individuo un’allegoria, e l’essenziale è nell’idea.

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