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G.Gioacchino Belli, Li soprani der monno vecchio - Sonetti (69)


C’era una vorta un Re cche ddar palazzo

mannò ffora a li popoli st’editto:
«Io sò io, e vvoi nun zete un ****,
sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.

Io fo ddritto lo storto e storto er dritto:
pòzzo vénnevea ttutti a un tant’er mazzo:
Io, si vve fo impiccà nun ve strapazzo,
ché la vita e la robba Io ve l’affitto.

Chi abbita a sto monno senza er titolo
o dde Papa, o dde Re, o dd’Imperatore,
quello nun pò avé mmai vosce in capitolo».

Co st’editto annò er Boja pe ccuriero,
interroganno tutti in zur tenore;
e arisposeno tutti: «È vvero, è vvero».
21 gennaio 1832
Parafrasi

C’era una volta un Re che dal suo palazzo

Emise questo editto rivolto ai sudditi:
“Io sono io, e voi non valete nulla,
Signori mascalzoni e imbroglioni, e non osate replicare

Quello che storto lo faccio diventare dritto e viceversa:
posso vendervi tutti a un tanto a peso:
Io, se vi faccio impiccare non vi rendo alcun torto,
perché vi ho dato la vostra vita ed i vostri beni in affitto.

Colui che abita in questo mondo senza il titolo
O di Papa o di Re, o di Imperatore,
non può avere mai voce in capitolo

Con questo editto il boia se ne andò come portavoce
Ponendo la domanda sulla veridicità della questione;
e tutti risposero: “È vero, è vero”.

Commento


Con il dialetto romanesco, Gioacchino Belli ci rappresenta la realtà sociale del suo tempo, in modo molto efficace e a volte anche pregiudicato. La concezione del mondo che ne deriva e l’immagine della società romana della 1.a metà del XIX secolo è ancora molto attuale. Il sonetto definisce il carattere fondamentale del mondo vecchio, cioè dell’ Ancien régime che nella Roma papale era molto vigoroso e dominato dalla violenza, dai soprusi, dal potere assoluto e dall’arbitrarietà della classe nobiliare. Per descrivere l’arroganza dei potenti ed il servilismo del popolo, il poeta ricorre ad un apologo, con un incipit del tutto fiabesco (C’era una volta un re), ma subito il lettore viene trasportato all’interno del problema che sta a cuore al Belli con un linguaggio molto violento. La conclusione è particolarmente amara: l’editto viene portato a conoscenza dei sudditi dal boia e non da un banditore secondo la consueta prassi (una forma di umiliazione estrema) ed il popolo prende atto della comunicazione del re in modo remissivo, come se volesse legittimare i soprusi e l’arbitrio a cui esso è costantemente sottoposto senza mai opporre resistenza. Quindi la critica non è solo rivolta ai nobili, ma anche ai sudditi, alla cui supina sottomissione, il re trae forza per perpetare i propri abusi.
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