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Charles Baudelaire e i poeti maledetti

Charles Baudelaire è il poeta francese considerato il precursore del Simbolismo, ma fu anche critico, studioso dei problemi estetici e soprattutto un grande innovatore del genere lirico, tant’è da essere ricordato come l’iniziatore della poesia moderna.
Baudelaire contribuì all’elaborazione del concetto di “poesia pura”, libera da ogni preoccupazione di contenuto e da intenti civili o morali, nella quale la suggestione delle parole e dei simboli può essere oggetto di ispirazione, aprendo così la strada al Simbolismo, allo sperimentalismo e in generale ai movimenti che a loro volta hanno fatto ponte tra la poesia romantica e quella del Novecento.
Come i parnassiani, Baudelaire ricercava la perfezione della forma e rifuggiva con disprezzo la realtà presente ma, a differenza di Gautier, non cercava rifugio nei modelli classici, bensì in quelli artificiali dell’alcool e delle droghe, nell’evasione dalla normalità attraverso l’eccesso e il vizio e nell’abbandono alla malinconia, che diviene sintomo di una sensibilità superiore. Questo stato d’animo è definito dal poeta Spleen (da cui prende il nome la lirica) ed è paragonabile a un sentimento di noia che assume la forma di un vero e proprio tedio esistenziale.

Alla base della poesia di Baudelaire e di quella simbolista in generale c’è la poetica delle corrispondenze, teorizzata nella lirica ( Ennui e idéal. Provato da una vita travagliata e disordinata testimoniata dalle lettere e dal frammento in prosa “Il mio cuore messo a nudo”, Baudelaire rifiuta l’oggettivismo di cui i suoi contemporanei, i poeti parnassiani, si compiacevano e tende a realizzare una poesia dell’uomo, delle sue cadute e dei suoi tentativi di rialzarsi, delle sue sublimità e bassezze, dell’ininterrotto confronto tra ennui e idéal.
Questa situazione di conflitto e di ambivalenza emotiva è sentita come realizzazione dell’idéal, ma il punto di partenza da cui muovono tanti atteggiamenti di Baudelaire è la sua coscienza di “esiliato”, di “angelo caduto” e quindi di essere estraneo al mondo in cui vive. Questa coscienza di diversità approda o alla cupa accidia o ad un atteggiamento di rivolta e quindi si ritorna all’ennui. Le condizioni da cui si è esiliati non sono però raggiungibili, benché continuamente sentite e cercate: non restano che l’aspirazione alla bellezza e all’arte perseguita con religiosa dedizione, l’oblio della propria disperata condizione, il sogno di nuovi paradisi che ripaghino ciò da cui si è stati esiliati. E quindi i paradisi artificiali della droga che permetta di abbandonarsi a nuove sensazioni di colori, musiche e profumi, oppure il vagheggiamento di partire, di andare lontano verso ciò che è diverso, insolito.
Un mondo interiore così complesso necessita di una poesia ricca di sfumature e di suggestioni per cui un suono può evocare un colore o un profumo può suggerire un paesaggio (Corrispondenze); dunque il ruolo del poeta sconfina quasi in quello del mistico.

I fiori del male (1857)


“I fiori del male” è una raccolta poetica che comprende più di cento liriche, le quali costituiscono una specie di autobiografia ideale, di percorso esistenziale.
In questa raccolta, per la prima volta, acquisiva dignità lirica uno dei temi dominanti del Realismo e del Naturalismo: l’alienazione dell’individuo, che non accetta le convenzioni della società borghese, che si considera estraneo alla vita disumana della realtà moderna; infatti, anche Baudelaire descrive una serie di situazioni quotidiane che evidenziano la degradazione morale provocata dalla società capitalista, ma la sua risposta è opposta all’impegno sociale dei naturalismi: rivendica l’eccezionalità del poeta e la sua volontaria esclusione dai meccanismi della società ed evasione dalla realtà circostanza.
La scelta di queste tematiche così lontane dalla morale comune ebbe un forte impatto sul pubblico dell’epoca e Baudelaire fu condannato per oscenità; tuttavia, “I fiori del male” lasciarono comunque un segno importante nella storia della letteratura.

Le liriche studiate sono:
1. Spleen
Con la parola Spleen intendiamo un particolare stato d’animo, che Baudelaire definisce frequentemente col termine ennui, fatto di tristezza, di disperazione, di angoscia esistenziale, di incapacità di stabilire un rapporto col mondo esterno: si tratta di una disperazione senza via d’uscita, che non si lascia ricondurre ad alcuna causa concreta.

Alla descrizione di questo stato d’animo Baudelaire dedica proprio questa lirica.
Il poeta, guardando la natura, vi legge il riflesso del suo disagio e del suo senso di oppressione: il cielo grava sull’anima come un coperchio, la luce è più tetra del buio notturno, la terra è un’umida prigione, la Speranza è come un cieco pipistrello impazzito, le strisce della pioggia sono come le sbarre di una prigione, i pensieri del poeta sono come ragni silenziosi che invadono il cervello con le loro ragnatele. In questo quadro di disperazione anche il suono delle campane si carica di valenze negative: è un orribile frastuono, un urlo feroce di fantasmi che non trovano pace nell’aldilà. Infine, nell’anima del poeta passa un corteo funebre: la Speranza è stata vinta e l’Angoscia è vittoriosa.
2. Elevazione
Questa lirica è in stretto rapporto con la precedente: allo spleen, all’ennui, all’angoscia si oppone, infatti come momento alternativo l’idéal, il bisogno di evasione, l’elevazione. Dal grigiore della vita è possibile liberarsi slanciandosi verso luoghi sereni e luminosi, elevando in alto il pensiero come l’allodola nei cieli.
Verso la realizzazione di questa liberazione Baudelaire ebbe un alterno avvicendarsi di cadute e di vittorie, e di volta in volta nella sua poesia furono strumenti di questa elevazione l’amore, il sogno, l’ebbrezza e il viaggio.
3. Corrispondenze
Questa lirica è considerata uno dei componenti chiave della poetica di Baudelaire e in generale di quella simbolista, in quanto si può ricavare la concezione dell’autore riguardo alla realtà, al ruolo dell’immaginazione e alla figura del poeta, essere eccezionale.
La natura vi è rappresentata come un tempio, un luogo sacro e del mistero, da cui emanano “confuse parole” che l’uomo può sentire ma non comprendere. L’uomo vive nella natura, è compartecipe del suo mistero; avverte che tra i profumi, i colori e i suoni esistono correlazioni e simmetrie che si perdono lontano come echi. Sta al poeta scoprire e celebrare le originarie corrispondenze di tutte le cose, le analogie sotterranee che legano tra loro i diversi fenomeni sensibili in un’unità profonda. Sta a lui decifrare, mediante l’intuizione e l’immaginazione, l’universale analogia che i sensi e la razionalità non permettono di cogliere. Ma può esprimere tutto ciò solo ricorrendo a un linguaggio simbolico, a una “magia verbale”. In tal senso, se la natura è sacra e la realtà simbolica, anche la poesia è sacra, poiché rivela il linguaggio segreto dell’universo.
4. Albatros
L’albatros è un uccello che ha un’apertura alare eccezionale e vive nei cieli solitari del circolo polare. Metaforicamente è il poeta decadente che è dotato di una sensibilità eccezionale, l’io solipsista, capace di dominare le verità del suo mondo.
Quando però l’albatros viene catturato dai pescatori è costretto a vivere sul piano dell’immanente e quindi diventa goffo, viene deriso e preso in giro da coloro che non possono comprendere in quanto attaccati all’immanente. Per il poeta ciò che appare non è la verità, poiché la verità è dietro alla realtà; non la comunica perché non capirebbero, perché lui è un individuo eccezionale.


Con la raccolta “I fiori del male” Baudelaire apre la stagione dei “poeti maledetti”, così chiamati per la loro vita sregolata, l’uso e l’abuso di alcool e droghe e il rifiuto della morale e del conformismo borghesi. Massimi esponenti di questa nuova generazione furono i francesi Verlaine, Rimbaud e Mallarmé.
Paul Verlaine
Per affinità di temi e sentimenti Verlaine è probabilmente il poeta più vicino a Baudelaire, con il quale condivide l’inquietudine e la noia esistenziali, la rivolta antiborghese, la ricerca di un linguaggio evocativo e ricco di segrete corrispondenze, il compiacimento per una vita da artista fuori dalle convenzioni borghesi e ai margini della società.
Tipici di Verlaine, invece, sono il gusto del vago e del malinconico, l’uso dei versi brevi e fluidi, e la ricerca costante della musicalità e degli effetti fonici per evocare sensazioni immateriali.

Arthur Rimbaud


Amico di Verlaine, Rimbaud portò la poetica simbolista alle sue estreme conseguenze. Rimbaud dichiara che il poeta deve indagare l’ignoto e penetrare nel fondo delle cose per capirne i segreti tramite il “deragliamento dei sensi”, abbandonandosi liberamente alle sue visioni, in un vagare senza meta e senza punti di riferimento, solo, incompreso e maledetto dagli uomini comuni, che non possono capire questo profondo travaglio. Sostanzialmente secondo i principi di poetica di Rimbaud:
• il compito del poeta è di “farsi veggente”, “indagare l’invisibile e udire l’inaudito”, dar vita quindi a visioni apocalittiche e allucinazioni ricavate dalla profondità del proprio io;
• il poeta si fa veggente mediante un “lungo, immenso e ragionato disordine di tutti i sensi”;
• il ritrovamento di cose ignote richiede forme nuove;
• il poeta veggente deve “trovare una lingua dell’anima per l’anima”, incomprensibile razionalmente.

Stephane Mallarmè


Mallarmé, forse il poeta simbolista per eccellenza, considerava il suo maestro Baudelaire. I temi essenziali della sua poesia sono l’anelito all’elevazione e all’evasione dalla vita reale e l’aspirazione a cogliere, al di là delle cose, la loro essenza intangibile.
Nell’intento di liberare il linguaggio da ogni rapporto col reale e arricchirlo del senso del mistero e dell’essenza nascosta delle cose, ricerca la parola pura, spoglia di ogni significato concreto, realistico, libera dalla sintassi, la parola fatta musica e magia evocativa, tant’è che la sua poesia finisce spesso col risultare oscura e di difficile comprensione.
Anche se incluso da Verlaine tra i “poeti maledetti”, Mallarmé condusse una vita lontana dagli eccessi.
Tra le sue opere più famose ricordiamo il poemetto “Il pomeriggio di un fauno”, in cui si accumulano contemporaneamente le suggestioni di poesia, musica e pittura e in cui la compenetrazione tra il protagonista e la natura circostante dà origine al Panismo, che sarà poi ripreso da D’Annunzio.

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