
La redazione di Skuola.net ha ricevuto la segnalazione di Giorgia, una studentessa di 25 anni con DSA, discalculia e disturbo d'ansia scolastica. Dopo un periodo di interruzione, Giorgia ha deciso di tornare sui banchi per prendere il diploma mentre lavora come barista. Quest'anno ha affrontato l'esame di Maturità, ma la prova si è conclusa con una bocciatura a causa di un attacco d'ansia durante il colloquio orale.
Nel suo "Capolavoro", la ragazza ripercorre le tappe di un percorso scolastico segnato da forti difficoltà relazionali con diversi docenti, il rifiuto degli strumenti compensativi previsti per legge e un conseguente crollo psicofisico. Giorgia ha scelto di rendere pubblica la sua storia non per cercare giustificazioni, ma per aprire una riflessione sulle dinamiche di inclusione nella scuola italiana.
Di seguito, l'esatto messaggio iniziale inviato dalla studentessa alla redazione.

Il Capolavoro di Giorgia
Di seguito, lo scritto arrivato alla redazione di Skuola.net:
Salve a tutti,
per chi non mi conosce, sono Giorgia Ghizzoni, ho 25 anni e soffro di ansia scolastica. Vi starete chiedendo cosa ci faccio qui alla mia età, ma ora ve lo racconto.
Tutto iniziò alle elementari.
Fin dai primi giorni di scuola era mia nonna che mi aiutava a fare i compiti, perché mia mamma e mio papà lavoravano tutto il giorno. Fu proprio lei a notare una differenza di apprendimento tra me e mia sorella. Così lei e mia madre decisero di parlare subito con le maestre per chiedere spiegazioni, ma loro diedero la colpa a mia mamma perché, secondo loro, avrebbe dovuto essere lei a seguirmi nei compiti e non mia nonna. Però, visti gli orari
di lavoro, mia mamma faceva quello che poteva.Le maestre continuarono con la loro idea, quindi decisero di mandarmi da mia zia, che è una maestra, per avere un’altra opinione. Lei mi fece leggere, scrivere e svolgere vari esercizi e, alla fine, disse a mia mamma e a mia nonna che, secondo lei, ero dislessica. Ci consigliò quindi di portarmi al Tice, un centro specializzato che avrebbe potuto aiutarmi.
Non ci pensarono nemmeno un minuto e mi portarono subito lì. Dopo le valutazioni capirono che ero borderline DSA.
Ma ora torniamo a noi.Già dai primi giorni delle elementari notai che non piacevo molto a una maestra. Quando sbagliavo a leggere rideva di me davanti a tutta la classe e, di conseguenza, ridevano anche i miei compagni. Mi faceva riscrivere i dettati tantissime volte perché sbagliavo e poi, davanti
a tutti, leggeva le parole errate prendendomi in giro.
Questi sono solo due esempi di quello che quella maestra mi fece vivere.
Si può quindi capire perché, tutti i giorni, alle 12:30, quando uscivo da scuola, piangevo disperata.
Alla fine di quei cinque anni tremendi, per la festa di fine anno, dovevamo scrivere una dedica su un libro da regalare alla maestra. Io avrei voluto scrivere: “Grazie per avermi fatto passare i cinque anni peggiori della mia vita.”
È terribile pensare che una bambina così piccola potesse desiderare di scrivere una frase del genere. Infatti, mia mamma non me lo permise.Quel giorno, mentre tutta la classe piangeva per la fine delle elementari, io ero la bambina più felice della Terra, perché per me erano finalmente finiti quegli anni d’inferno.
Sulle medie, invece, non ho nulla di negativo da dire. Sono stati tre anni bellissimi. Alla fine, ero felice e fiera di me stessa, perché riuscii a superarli senza una certificazione DSA ufficiale. Anche se magari non prendevo voti altissimi, riuscivo comunque ad avere una media del 7 che, forse per altri non significa molto, ma per me valeva come un 9, perché rappresentava tutto il mio impegno.Poco prima degli esami di terza media feci finalmente la certificazione DSA, così da poter avere un PDP per affrontare l’esame.
Alle superiori iniziarono i veri problemi.
Premetto subito una cosa: non mi sono mai vergognata di essere dislessica. Almeno all’inizio.
Per la prima superiore scelsi Scienze Applicate, in una scuola della mia città. Lì trovai professori che non volevano farmi usare gli strumenti compensativi che mi spettavano per legge, come le mappe concettuali, perché, secondo loro, non sarebbe stato giusto nei
confronti dei miei compagni.Oltre a questo, mi interrogavano senza preavviso perché, a loro dire, le interrogazioni programmate non erano corrette. Un professore di informatica passava l’intera lezione urlando:
“Ghizzoni alla tastiera!”
Nonostante tutto, la cosa che mi fece più male fu la preside che, a metà anno, chiamò mia madre per un colloquio e le disse che, se non avessi cambiato scuola entro fine anno, mi avrebbe bocciata. Il motivo? Essendo dislessica, avrei abbassato la media della scuola.
Così abbassai la testa e, a fine anno, cambiai scuola, mantenendo però lo stesso indirizzo.Ma non cambiò solo la scuola: cambiai anche io. Iniziai a vergognarmi di essere dislessica.
Il secondo anno andò quasi bene, tralasciando le solite situazioni: professori che non volevano le mappe e interrogazioni improvvise, ormai diventate la normalità per me.
Intanto, però, la vergogna cresceva sempre di più. Nascondevo le mappe sotto il foglio della verifica per non farmi vedere dai miei compagni. Durante le interrogazioni parlavo piano, così se avessi sbagliato nessuno avrebbe riso di me.
La mia vergogna era diventata uno tsunami.Il terzo anno la mia classe venne divisa perché eravamo troppo pochi. Mi ritrovai così in una classe dove non conoscevo quasi nessuno e questo aumentò ancora di più il mio disagio.
Ricordo in particolare un episodio: durante una verifica, un professore di storia mi urlò di mettere via le mappe. Quando chiesi spiegazioni, mi disse che non sarebbe stato giusto nei confronti dei miei compagni e che era ovvio che avrei preso un bel voto usando gli aiuti.Dallo stupore, dalla rabbia e dalla vergogna, quel giorno non scrissi nulla.
Il quarto anno iniziai ad avere un forte problema all’anca, per il quale poi venni operata.
All’inizio nessuno riusciva a capire cosa avessi. L’unica certezza era il dolore, così forte da impedirmi alcune volte persino di andare a scuola. Per sei mesi vissi praticamente di antidolorifici.Nonostante avessi consegnato tutti i certificati medici, i professori dissero alla classe che non avevo voglia di studiare e che non avevo nulla.
Finalmente, a metà anno, scoprii il problema e portai tutta la documentazione a scuola.Ma ai professori non interessò. Continuarono con battute e commenti anche in mia presenza.
Fu lì che l’ansia iniziò davvero a prendere il sopravvento. Avevo ansia prima di entrare in classe e ogni volta che cambiava professore.
A quel punto avevo due possibilità: continuare in un ambiente che ormai mi stava distruggendo oppure fermarmi, curarmi e riprovare l’anno successivo.
Scelsi la seconda opzione.
L’anno dopo mi iscrissi di nuovo nella stessa scuola, ma in un altro indirizzo: lo sportivo, che era sempre stato il mio sogno.
All’inizio sembrava andare tutto bene, fino a quando una professoressa di una materia nuova decise di iniziare le interrogazioni. Alla fine della lezione andai a parlarle, spiegandole che ero dislessica e proponendole di mostrarle le mie mappe due settimane prima dell’interrogazione, così da poterle controllare insieme.La sua risposta fu completamente diversa da quella che mi aspettavo. Mi disse che lei le mappe non le voleva e che mi avrebbe aiutata durante l’interrogazione.
Arrivò il giorno dell’interrogazione, ma quell’aiuto non arrivò mai.
A un certo punto le dissi che senza mappe mi trovavo in difficoltà. Lei allora si alzò in piedi e disse davanti a tutti che io non ero dislessica, ma scema.
Da quel momento non riuscii più a parlare. Rimasi pietrificata, terrorizzata.
Fu lì che iniziai davvero a sentirmi un fallimento.
Il giorno dopo non andai a scuola. E nemmeno quello dopo. Ero completamente in crisi.La mia famiglia non riusciva a capire cosa mi stesse succedendo e io non riuscivo a raccontarlo. Nella mia testa pensavo che, se l’avessi detto ad alta voce, tutto sarebbe diventato reale.
Così, quando mi chiedevano cosa avessi, riuscivo solo a piangere.
Da quel momento nella mia mente risuonava una sola frase:
“Io non ce la farò mai.”
Fu allora che iniziai il mio percorso psicologico. Pian piano, la psicologa riuscì a farmi tornare a scuola.
Poi arrivò il Covid e io caddi in depressione. Passavo le giornate guardando serie TV, anche se vivevo in campagna e avrei potuto stare all’aria aperta.Venni bocciata e, come se non bastasse, la mia psicologa cambiò città. Mi sentii abbandonata dall’unica persona che in quel momento sembrava capirmi davvero.
Mi iscrissi nuovamente a quella scuola, ma non ci misi mai piede.
Solo il pensiero di andarci mi provocava ansia, attacchi di panico e notti insonni. Passavo le notti a fissare il soffitto.
Perfino passare davanti a quella scuola con i miei amici mi provocava ansia.L’anno successivo cercai una nuova scuola e trovai il Marconi. Ma ormai la mia ansia era
diventata ingestibile, tanto da causarmi perfino un’ulcera.
Nonostante tutto, grazie a quei professori, riuscii a finire la quarta.
La quinta, però, fu ancora più difficile. L’ansia era cresciuta a dismisura. Iniziai ad avere emicranie fortissime, problemi intestinali, otiti, persi dieci chili. Stavo male sia psicologicamente sia fisicamente.
Un giorno andai dalla mia dottoressa per farmi fare alcuni certificati medici. Mi guardò e mi disse:
“Giorgia, tu non stai bene. E non solo fisicamente, ma anche psicologicamente.”
Quelle parole mi colpirono profondamente.
La sera stessa non riuscii a dormire. Avevo il battito accelerato dall’ansia e riuscivo solo a piangere.
Fu quella notte che capii di non poter più affrontare tutto da sola.
Scrissi un messaggio a mia mamma:
“Mamma, domani non svegliarmi. Ho capito che ho bisogno di aiuto. Chiama Paola.”
Paola è un’amica di mia madre che lavora nel reparto di salute mentale a Borgonovo. Grazie a lei iniziai un percorso con una psichiatra che, dopo la prima visita, mi prescrisse degli antidepressivi. Ormai l’ansia aveva preso completamente il controllo della mia vita.
Non riuscivo più ad andare a scuola, ma nemmeno a uscire il sabato sera con i miei amici.
Inventavo continuamente scuse.Quando uscii da quella visita scoppiai a piangere come mai avevo fatto prima.
Avevo finalmente capito che mi stavo autodistruggendo.
Da lì iniziai il mio percorso tra psicologi e psichiatri. Insieme decidemmo che la scelta migliore fosse ritirarmi da scuola e provare a preparare la maturità da privatista, così da dedicarmi completamente alla mia salute mentale.Non riuscii a superare gli esami da privatista, ma il vero obiettivo era un altro: riuscire a tornare a scuola.
Per me, in quel momento, sembrava impossibile.
Oggi sono qui.
A 25 anni ho deciso di rimettermi in gioco e di reiscrivermi a scuola per prendere il diploma.
Avevo paura, e forse quella paura non se ne andrà mai del tutto.
Nel frattempo, lavoro come barista nei pomeriggi e nei weekend e, anche se il percorso è ancora difficile, so di aver fatto passi enormi.
Ho bisogno del diploma non solo per trovare un lavoro migliore, ma soprattutto per me stessa.
Ho bisogno di riuscirci per voltare pagina.
Sono stati anni durissimi, anni che non dimenticherò mai. Forse un giorno li racconterò ai miei figli.
E se oggi mi chiedeste chi vorrei diventare tra cinque anni, non risponderei avvocato, medico o altro.
Risponderei così:
Vorrei avere l’empatia di mia madre,
il senso del dovere di mio padre,
la determinazione di mia sorella,
l’amore di mia nonna Carla,
la saggezza di mio nonno Elio,
la consapevolezza di mia nonna Franca,
il senso della giustizia di mio zio Bebo,
la forza di Rossana,
la generosità di Massimo,
la sensibilità di Enry.
Perché, tra cinque anni, vorrei essere questo: una persona capace di custodire dentro di sé il meglio delle persone che ama.Per molto tempo la scuola è stata un luogo in cui mi sono sentita giudicata, sbagliata e mai abbastanza. Alcuni atteggiamenti mi hanno portata a chiudermi in me stessa, fino a vivere ansia, tristezza e un forte senso di fallimento.
Ma proprio nei momenti peggiori ho capito quanto le persone possano salvarci, anche senza rendersene conto. A volte basta qualcuno che resta, che ascolta, che crede in te quando tu non riesci più a farlo.
Oggi invece non mi vergogno più, perché questa storia fa parte di me e della persona che sono diventata.
Per anni ho pensato di essere un fallimento. Oggi so che non è così.
Ogni ostacolo superato, ogni caduta, ogni volta che ho trovato la forza di rialzarmi mi ha resa la persona che sono.
E in conclusione posso dirlo con orgoglio:
SONO IO IL MIO CAPOLAVORO.