Università in Italia: alte le tasse, poche le borse

Marcello G.
Di Marcello G.

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Tempi duri per gli studenti universitari di casa nostra. Non solo l’Italia è il fanalino di coda europeo per numero di giovani laureati (sono il 25%, contro il 30% dei tedeschi e il 45% dei francesi) ma, beffa delle beffe, è anche il Paese in cui si pagano più tasse, seguendo un trend di crescita costante che sta rendendo insostenibile per molte famiglie poter mantenere un figlio all’università. E, se ciò non bastasse, è anche la nazione tra quelle dell’Unione Europea che rende più difficoltoso l’accesso alle borse di studio. Un elemento a volte fondamentale per consentire di conseguire una laurea. È questa la fotografia scattata dal Rapporto Eurydice 2016-2017, con cui la Commissione Europea ha voluto analizzare i sistemi universitari dei Paesi membri, focalizzandosi proprio sugli aspetti economici.

Tasse universitarie in costante crescita

Rispetto a solo dodici mesi fa le tasse medie in Italia sono aumentate del 3,4%, passando da 1220 a 1262 euro per ogni anno d’iscrizione, mentre l’importo massimo è aumentato in media dell’1% (da 2065 a 2086 euro). A farci compagnia, tra i paesi dove l'università costa di più, Regno Unito e Olanda – che hanno tasse addirittura più alte – Irlanda, Spagna, Bulgaria. Ma, come vedremo, in alcuni casi le tasse sono solo apparentemente elevate.

In Germania, Scozia e Scandinavia l’università è praticamente gratis

Le nazioni più virtuose? Sicuramente Germania, Austria, Scozia e tutti i Paesi scandinavi (Svezia, Danimarca, Norvegia, Finlandia) dove gli studenti sono a totale carico dello Stato. In Germania, in più, il 25% degli studenti prende una borsa di studio che oscilla dai 120 agli 8,820 euro, con una media di 5.376 euro. Mentre in Scozia il primo livello è gratuito per tutti ma, anche quando le tasse diventano onerose (nei corsi specialistici), più del 70% degli iscritti ottiene una qualche forma di finanziamento. Anche in Grecia il primo ciclo è gratis, (ma una laurea di secondo livello può costare anche 4mila euro l’anno). Primo livello gratuito anche a Malta e Cipro.

Aumentano i borsisti ma calano gli iscritti

Come detto, però, la situazione italiana appare ancor più grave se al dato si unisce il capitolo relativo alle borse di studio. Come commenta UdU, Unione degli Universitari, "l’aumento dei borsisti sul totale degli iscritti dall’8% al 9,3%: questo dato va però letto in combinato con il calo degli iscritti". L’ammontare delle borse oscilla tra i 1929 ai 5118 euro, e ben solo il 12% degli iscritti è esonerato completamente dal pagamento.

Le borse di studio fanno la differenza: il caso dell’Irlanda

Mentre sono proprio le borse di studio l’elemento che permette a Paesi in cui le tasse sono elevatissime di potersi fregiare del titolo di nazioni in cui costa poco andare all’università. Prendiamo il caso dell’Irlanda: qui si arrivano a pagare fino a 3mila euro per i corsi di primo ciclo (anche 6mila per il secondo ciclo), ma quasi la metà delle matricole (il 45%) riceve contributi pubblici per proseguire gli studi. Tasse carissime ci sarebbero anche nei Paesi Baltici, ma poi solo una minoranza le paga effettivamente nell'intero importo (il 17% in Estonia, il 35%, il 45% in Lituania).

In Spagna tasse elevate ma tante borse di studio

Discorso simile può essere fatto per la Spagna: qui circa uno studente su quattro accede alle borse di studio, ammortizzando tasse universitarie tra le più alte in Europa (tra 1100 e 2000 euro, a seconda del ciclo). In Italia, invece, meno di 1 su 10 riesce ad avere qualche forma di sostegno. Nel Regno Unito (Inghilterra e Galles in particolare), invece, un universitario può arrivare a spendere oltre 10mila euro l’anno. Qui, però, lo Stato ha previsto un accesso al credito per ottenere finanziamenti da restituire a rate. Tra gli altri grandi Paesi, la Francia ha il 36% di iscritti all’università coperti da borse di studio (del valor di circa 5mila euro). Gli altri però pagano appena tra i 184 e i 256 euro l’anno.

In Italia paga le tasse anche chi non dovrebbe

Il rapporto della Commissione europea fa però emergere anche un altro paradosso italiano: non è che lo Stato non vuole riconoscere i diritti degli studenti ma non può permettersi di farlo per mancanza di fondi. “Questo quadro dovrebbe spingere il Governo e il Parlamento a concentrare gli sforzi dello Student Act sull’allargamento della platea dei beneficiari di borsa di studio e della fascia di studenti compresi nella no tax area”, dichiara in una nota l’Udu, il sindacato degli studenti universitari, per bocca della sua coordinatrice nazionale Elisa Marchetti.

Ridistribuire i fondi per il diritto allo studio

Fra no-tax area e borse di studio, il Governo ha stanziato 290 milioni di euro (80 per l’esenzione totale più 210 per le borse di studio) ma, secondo le associazioni studentesche, si può fare di meglio. “In una situazione come quella descritta – sottolinea la Marchetti – non c’è spazio per misure spot dedicate solo ad alcuni sulla base di meccanismi premiali: i fondi delle super borse devono essere reindirizzati sugli strumenti universali di diritto allo studio. Chiediamo che l’Italia vada verso un sistema di diritto allo studio comparabile con i principali Paesi europei, aprendo l’università a chi oggi non se la può permettere”.

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