Università, i laureati guardano all’estero: ingegneri i primi a "fuggire"

Marcello G.
Di Marcello G.

rapporto almalaurea laureati 2017

Laurearsi conviene ancora: è lo slogan che emerge con chiarezza dal Rapporto Almalaurea 2017 sulla condizione dei laureati italiani. L’importante, però, è farlo nella maniera corretta, non tralasciando nessun dettaglio, iniziando a costruire il proprio avvenire sin dal primo giorno in cui si mette piede in facoltà. Così, nel nostro Paese, i ragazzi hanno ricominciato a fare le cose sul serio: l'età media in cui si discute la tesi triennale è scesa a 24,9 anni, 27,5 anni per le magistrali biennali e 26,9 per quelle a ciclo unico; con una media generale di 26,1 anni (dieci anni fa era di 27,1). E quasi la metà degli iscritti conclude positivamente il percorso (nel 2006 erano solo il 34%). Peccato che, poi, le loro qualità le vadano a dimostrare all’estero. Forse perché il sistema produttivo di casa nostra non riesce ad assorbire e valorizzare le eccellenze che escono dai vari atenei della Penisola. Ma questo, i neolaureati, l’hanno ormai capito più che bene.

Chi lavora già durante l’università trova più facilmente un’occupazione

Lavoro e esperienze all’estero: sono queste le parole d’ordine per essere un buon laureato, appetibile da imprese e aziende. Semplicemente perché si riescono ad aumentare le chance di trovare un’occupazione, buona e subito. I tirocini, ad esempio, fanno crescere le occasioni dell’8%; ancora meglio lo svolgimento di un periodo di studio fuori dai confini nazionali, che dà uno sprint più potente del 12%; anche se per spiccare il volo serve soprattutto senso di responsabilità, visto che chi ha svolto un lavoro ‘vero’ (anche non qualificato) durante l’università aumenta le opportunità di occupazione del 48%.

Un laureato magistrale su cinque ha fatto esperienze di studio all’estero

Ma se più della metà dei laureati (il 56%, in aumento di 12 punti percentuale rispetto a dieci anni fa) ha effettivamente svolto uno stage, lo stesso non si può dire per gli altri due ambiti: nel 2006 aveva lavorato durante gli studi il 75% dei neolaureati; oggi, complice la crisi economica, la quota è scesa al 65%. Mentre solo il 10% è andato all’estero negli anni dell’università (comunque in crescita del 3% rispetto a un decennio fa); nel caso dei laureati ‘biennali’, però, si arriva al 19% (vicini agli obiettivi stabiliti dall’Unione Europea per il 2020).

La metà dei neolaureati pronta a lavorare fuori dall’Italia

Ma la vera chiave di volta sono le lingue straniere. Quelle che permettono di orientarsi anche verso i mercati esteri. Su questo i laureati italiani sono abbastanza preparati: il 76% ha una conoscenza almeno buona dell’inglese scritto (nel caso dei laureati magistrali si sale all’80%). La conseguenza è che, negli ultimi anni, è aumentata la propensione dei ragazzi a trasferirsi per lavorare. Oggi, il 49% dei neolaureati è pronto a partire (nel 2006 si fermavano al 38%). Forse perché, nel frattempo, i tassi d’occupazione in Italia sono crollati; tutto torna. Il 38%, inoltre, non storcerebbe il naso se dovesse cambiare addirittura Continente. Mentre il 52% trasferirebbe anche la residenza, immaginando il proprio futuro non più in patria. Solo il 3% non si muoverebbe per nulla al mondo.

Il 7% dei laureati più qualificati già è andato via: un quarto sono ingegneri

Così sta crescendo il numero dei lavoratori ‘in fuga’: sono il 7% dei laureati magistrali, in genere quelli con i voti migliori e con la carriera universitaria più regolare. Con una particolarità: 1 su 4 è ingegnere. Come mai? La risposta è facile: all’estero, in questo settore, la retribuzione a parità di mansioni è del 60% più elevata rispetto all’Italia. Un elemento che deve far riflettere sull’intera catena economica del nostro Paese. Perché il futuro dei laureati di domani potrebbe essere ben più distante. I primi segnali già s’intravedono; basti pensare che la nuova frontiera si chiama Cina, nazione che ha sostituito gli Stati Uniti al primo posto delle preferenze per un’esperienza di studio all’estero. Ma presto potrebbe diventare una meta ambita anche per i lavoratori.

Con laurea ancora si trova un lavoro migliore

Ma, per tornare alla tesi iniziale – laurearsi conviene – è bene far capire quanto sia importante continuare gli studi dopo le scuole superiori. Con la crescita del livello del titolo posseduto diminuisce, infatti, il rischio di restare disoccupati troppo a lungo. Si è visto che i laureati godono di vantaggi occupazionali significativi rispetto ai diplomati di scuola secondaria: nel 2016, ad esempio, il tasso di occupazione della fascia d'età 20-64 anni è il 78% tra i laureati contro il 65% di chi è in possesso solo del diploma. In più, nel 2012, un laureato guadagnava il 42% in più rispetto ad un diplomato. Anche se, nel caso dei neolaureati, la distanza tra laureati e non si assottiglia. Ma la ripresa dell’economia italiana potrebbe far aumentare di nuovo il gap.

Per i neolaureati crescono occupazione a breve termine e stipendi

Le cose stanno pian piano migliorando. Secondo l’ultima rilevazione Almalaurea, a un anno dal titolo di studio risulta occupato il 68% dei laureati triennali e il 71% dei magistrali biennali. Dati in leggerissimo miglioramento (siamo nell’ordine di 1-2 punti percentuale). Dopo la violenta contrazione del periodo 2008-2013 (-16% per i laureati triennali), inoltre, stanno tornando a crescere anche le retribuzioni (in media 1.104 euro mensili netti per i laureati triennali e 1.153 euro mensili per i magistrali biennali). Quanto basta per guardare con tiepido ottimismo al futuro.
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