La scuola italiana vista dallo Spazio

Redazione
Di Redazione


Articolo di Marco Iannacone

Facciamo un gioco: proviamo a guardare la scuola dall’esterno, con gli occhi di un extraterrestre appena arrivato sulla terra.

Immaginiamoci nei panni di questo alieno - un individuo logico e razionale - che cercherà di farsi un’idea generale il più possibile oggettiva e basata sui fatti (fact driven).
Per valutare la scuola italiana cercheremo di capire che cos’è e quali sono gli obiettivi che si pone.
Noti gli obiettivi, potremo eventualmente esprimere una valutazione in merito alla sua efficacia nel raggiungimento degli stessi.

Dove trovare gli obiettivi della scuola italiana?
Perché esiste la scuola pubblica? E’ una domanda veramente molto semplice, quasi elementare, di quelle che fanno i bambini: come tale dovrebbe essere semplice fornire una risposta.

Negli anni 50 del secolo scorso darsi degli obiettivi era piuttosto semplice: ridurre il tasso di analfabetizzazione della popolazione (dopo la guerra era intorno al 20%) comportava una maggior probabilità di affermazione ed un sicuro miglioramento economico delle persone.
Oggi però l’analfabetismo in Italia è praticamente scomparso pertanto è importante capire quale possano essere i nuovi traguardi.

Ad ognuno di noi vengono in mente mille possibili risposte, ma il nostro extra terrestre non può basarsi sulle opinioni personali, vuole arrivare ad una valutazione basandosi solo su dati e su fonti ufficiali.

Proviamo quindi a partire dal Ministero della Istruzione Università e Ricerca (MIUR) sul cui sito è presente la descrizione delle sue funzioni, cioè di che cosa si occupa e quali sono gli aspetti che regola

Al Ministero dell’istruzione, università e ricerca sono attribuite le funzioni e i compiti spettanti allo Stato in materia di istruzione scolastica, universitaria e alta formazione artistica, musicale e coreutica, di ricerca scientifica e tecnologica.
In questi tre principali canali d’intervento, salvo ambiti di competenza riservati ad altri enti ed organismi, il Ministero svolge, inoltre, funzioni di regolazione, di supporto e di valorizzazione delle autonomie riconosciute alle istituzioni scolastiche, universitarie, afam (alta formazione artistica e musicale) e di ricerca

Purtroppo, non si trova la mission: qual è il fine ultimo per il quale il Ministero svolge queste attività? Che cosa ci si aspetta dalla scuola pubblica?

Proviamo a vedere cosa dice la Costituzione:

L’articolo 34 della Costituzione Italiana (1947) stabilisce che la scuola è aperta a tutti.

Il diritto allo studio è assicurato ad italiani e stranieri in Italia, senza discriminazioni di sorta.

Mi sembra un buon principio, ci indica che non deve esserci discriminazione. Tale diritto della persona è anche affermato nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo (ONU 1948).

Nel 2017 secondo l’ISTAT in media le classi italiane risultavano avere una composizione piuttosto variegata: 9% studenti con genitori stranieri che parlano poco italiano, circa 3% studenti con DSA certificata, 3,8% studenti con deficit dell’attenzione e iperattività, 1,8% studenti con problemi cognitivi e/o deficit intellettivi, 0,8% studenti con disabilità fisiche.

A questo punto, in assenza di altre definizioni ufficiali proviamo a procedere per sillogismi: se la scuola non deve discriminare significa che tutti devono poterla frequentare… in particolare se parliamo della scuola dell’obbligo potremmo dire che è obbligatorio che tutti la completino.

Proviamo quindi a vedere che risultati ottiene la scuola da questo punto di vista (fonte report MIUR 13 novembre 2017)

Dispersione scolastica

L’Italia occupa il quartultimo posto in Europa per dispersione scolastica.
Il 15,5% dei giovani tra i 18 e i 24 anni può contare sulla licenza media come unica arma per affrontare il suo destino. Negli ultimi 15 anni quasi 3 milioni di ragazzi iscritti alle scuole superiori statali non hanno completato il corso di studi.
Un ulteriore dato drammatico riguarda coloro che si perdono appena superata la soglia della scuola primaria: lo 0,8% degli iscritti, infatti, abbandona le medie (al sud la percentuale è maggiore ed arriva al 1,3% in Sicilia).
I cittadini stranieri sono maggiormente colpiti: il 4,2% dei nati all’estero abbandona prima della licenza media.
L’abbandono degli studi nella scuola di II grado è del 4,3% (maschi 5,1% e femmine 3,4%). Nel Mezzogiorno la percentuale sale al 4,8%. Nel primo anno di corso, l’abbandono è del 7%

Disabilità

Proviamo invece a capire quanto è attrezzata la scuola per aiutare i ragazzi con disabilità.
Secondo i dati ISTAT 2016/17 gli alunni con disabilità sono 160mila (il 3,5% del totale degli alunni).
Nonostante si tratti di numeri importanti, nel 31% dei casi le scuole primarie del Sud non hanno scale a norma, il 30% delle scuole primarie e il 25% delle scuole secondarie è carente di postazioni informatiche destinate agli alunni con disabilità.
Inoltre, il 55,2% degli alunni della scuola primaria e il 61,8% di quelli della scuola secondaria ha bisogno di studiare con tablet/PC. Ma il per 12,5% dei casi nella scuola primaria e per il 15,6% nella secondaria, il PC/Tablet deve essere acquistato dalla famiglia

Si tratta in entrambi i casi di dati in miglioramento rispetto al passato, ma sono ancora incredibilmente alti soprattutto se li paragoniamo agli altri paesi europei.

Un’altra angolazione da cui potremmo valutare la scuola è sicuramente l’adeguamento al contesto culturale in cui viviamo e se le nuove generazioni di studenti vengono preparate in maniera efficace.

Analfabetismo funzionale

Riporto di seguito una considerazione generale estratta dal rapporto MIUR 2016.
In generale gli adolescenti lamentano un disagio scolastico: una gran parte pur possedendo un funzionamento cognitivo nella media, in fase di studio manifesta un generale disinteresse per l’apprendimento.
Ma qual è la situazione confrontata agli altri Paesi del mondo? Secondo i dati Ocse-Piaac diffusi nel 2017, il 28% degli italiani è un analfabeta funzionale; non è quindi in grado di comprendere, estrarre ed utilizzare le informazioni in un testo scritto di media complessità. L’Italia risulta penultima in Europa per livello di competenze (preceduta solo dalla Turchia) e quartultima su scala mondiale rispetto ai 33 Paesi analizzati dall'Ocse.

Se approfondiamo i dati dal punto di vista anagrafico, scopriamo che tra i 16 e i 34 anni la percentuale raggiunge il 22% mentre oltre i 55 anni supera il 41%!

Sempre in ambito culturale ricordiamo i dati dell’Associazione Italiana Editori secondo cui nel 2016 il 60% degli italiani (laureati compresi) non ha aperto un libro di qualsiasi tipo.

Adeguatezza al mondo del lavoro

Proviamo ora ad analizzare come la formazione scolastica sia adeguata all’ambito lavorativo.
Secondo una ricerca McKinsey del 2017 nei prossimi 20 anni l’intelligenza artificiale e i robot sostituiranno l’uomo nel 49% dei lavori attualmente esistenti
Secondo il rapporto le aree in cui l’uomo non sarà facilmente sostituibile sono quelle legate ai lavori creativi, i lavori che richiedono empatia o capacità interpersonale e i lavori fisici non prevedibili (in cui serve capacità di improvvisazione ed adattamento).
Per il nostro extraterrestre sarebbe utile capire quali attività curricolari sono orientate a preparare gli studenti a svolgere queste attività: purtroppo sul sito del MIUR non ne abbiamo trovata traccia.

Negli ultimi 5 anni c’è stata la ripresa anche in Italia di un movimento mondiale atto a introdurre il coding (la programmazione informatica) nelle scuole.

Sicuramente è una nuova attività che porta nella direzione di favorire un pensiero logico; inoltre alcune delle più grandi aziende al mondo sono state fondate da programmatori (Google, Facebook, Apple e Microsoft per citare le più importanti).
Gates, Zuckemberg e Wozniak (e molti altri) tuttavia già a 14-15 anni erano in grado di programmare cose notevoli (chi li ha conosciuti dice che era difficile stargli dietro) al punto che hanno tutti lasciato l’università nei primi anni per dedicarsi a sviluppare le proprie aziende.

Nel sistema scolastico italiano esiste un indirizzo – l’Istituto Tecnico Informatico - che dovrebbe preparare gli studenti a lavorare già dopo la maturità proprio in ambito informatico. Ebbene, analizzando i programmi scolastici di queste scuole, il biennio è dedicato all’apprendimento della struttura dei computer, il funzionamento dei sistemi operativi e l’utilizzo di office (per passare gli esami ECDL). Nessun python, java, AWS, arduino, raspberry pi, hacking, networking per questi giovani ragazzi… potranno iniziare ad affrontare la prima programmazione solo nella classe terza - a 16/17 anni (!)

Anche i numerosi progetti per promuovere lo studio delle STEM su cui tutti i Paesi stanno spingendo negli ultimi anni hanno le loro limitazioni: per come sono strutturati si rivolgono soprattutto a persone che hanno un’intelligenza linguistica e logico-matematica.

In realtà negli ultimi 30 anni lo studio del cervello ha portato al superamento della teoria classica sul quoziente intellettivo (Q.I.). Si è affermata la teoria che nella mente umana esista un numero variabile di facoltà relativamente indipendenti tra loro. La teoria delle intelligenze multiple di Gardner ha mostrato che esistono almeno 8 tipi di intelligenze con specifiche peculiarità: Linguistica, Logico-matematica, Spaziale, Musicale, Coorporea-cinestetica, Naturalistica, Interpersonale e Intrapersonale.

Il modello educativo dovrebbe coinvolgere ed enfatizzare le caratteristiche di tutte.
Ancora una volta sarebbe utile per l’extraterrestre riuscire a misurare l’efficacia della scuola in questo ambito, ma non siamo riusciti a trovare un tentativo di misurazione queste dimensioni nemmeno nelle prove INVALSI.

I risultati INVALSI 2018 si soffermano sul raggiungimento degli standard ministeriali: per le scuole superiori percentuale di alunni che non raggiunge il livello previsto dalle Indicazioni Nazionali nella prova di comprensione è del 67% nel Sud e Isole, del 38% nel Centro, di circa il 30%nelle regioni del Nord. L’erogazione dell’INVALSI è però univoca e non tiene conto dei diversi stili di apprendimento e delle diverse intelligenze

Dalla nostra breve analisi sembrerebbe quindi emergere da più fronti una necessità di una scuola in grado di proporre i propri servizi educativi in maniera inclusiva e comprensiva di tutti gli studenti.
Il nostro extraterrestre andrebbe quindi alla ricerca di standard, di best practice che definiscano come sviluppare servizi o prodotti in maniera omnicomprensiva; successivamente proverebbe a misurare la scuola su questi.

Uno dei primi riferimenti che troverebbe per queste buone pratiche è il Design for All (DfA): si tratta di una disciplina giovane ed in evoluzione; nasce negli anni 90 nel nord Europa originariamente nel mondo dell'architettura con l'obiettivo di migliorare la qualità della vita. Nella dichiarazione di Stoccolma del 2004 è stato definito il design per la diversità umana, l'inclusione sociale e l'uguaglianza. Il motto del DfA è “un buon progetto abilita, un cattivo progetto disabilita”.
Inoltre, il DfA vuol essere bello; vuol essere un design che si nota perché emoziona e che non frustra perché non funziona: emoziona tutti e funziona per tutti.

Sembrano concetti assolutamente applicabili anche al contesto educativo / formativo.

E infatti l’istituto Californiano CAST (Center for Applied Special Technologies) ha fatto evolvere il concetto di DfA nel concetto di Universal Design for Learning (UDL) con l’obiettivo di dare la massima accessibilità possibile all’educazione.
La progettazione secondo UDL rispetta 7 criteri: equità, flessibilità, semplicità, percettibilità (da parte di tutti), tolleranza all'errore, contenimento dello sforzo fisico e misure e spazi sufficienti

L’Universal Design for Learning ha quindi definito un insieme di modalità e di criteri per lo sviluppo del curriculum scolastico per assicurare a tutti equivalenti opportunità di apprendimento, fornendo strumenti pratici per la corretta definizione degli obiettivi di apprendimento, per individuare metodi, produrre materiali e strumenti di valutazione flessibili e adattabili alle necessità di qualsiasi persona.
Di seguito riporto i principali principi che sono stati definiti:

  • Utilizzare molteplici modalità di presentazione e di rappresentazione, in quanto gli studenti differiscono tra loro in relazione alle modalità di percepire e comprendere le informazioni che vengono loro presentate. Inoltre, per assicurare un vero apprendimento (e non una pura memorizzazione ad uso interrogazione o compito in classe) – quindi la concettualizzazione, la generalizzazione, il trasferimento di competenze tra campi diversi – occorre che ogni alunno riceva le informazioni attraverso diverse modalità comunicative (il principio cardine dello strutturalismo didattico è che i concetti non si imparano ma si formano e che sono un prodotto dell’attività cognitiva correttamente impostata; il concetto è ciò che rimane uguale quando tutto il resto cambia). Non si tratta soltanto di fornire rappresentazioni che coinvolgano quanti più sensi possibile, ma anche quanti più linguaggi possibili; anche immagini e suoni possono essere veicolati in modi diversi (il linguaggio orale e la musica utilizzano entrambi il canale uditivo ma in modo radicalmente diverso)
  • Ricercare un tipo linguaggio che utilizzi il lessico più semplice, e le strutture grammaticali e di sintattiche più accessibili (lasciando a specifici percorsi gli approfondimenti sulle finezze lessicali e sintattiche), fornendo strumenti per decodificare simboli, espressioni e notazioni matematiche, espressioni linguistiche, ecc. Occorre anche promuovere la comprensione incrociata attraverso i diversi linguaggi (l’architettura barocca può aiutare a comprendere la musica di quel periodo e la sua letteratura? Un fumetto può aiutare a comprendere una situazione sociale meglio di una lunga descrizione?)

  • Fornire diverse opzioni per la comprensione: “lo scopo dell’educazione non è di rendere le informazioni accessibili ma piuttosto di insegnare a ciascun allievo come trasformare le informazioni accessibili in conoscenza utilizzabile (le scienze cognitive hanno dimostrato che questo non è un atto passivo ma un processo attivo). Occorre promuovere le capacità di processare le informazioni (information processing skills) – quindi capacità quali l’attenzione selettiva e la capacità di integrare le nuove informazioni con quanto già conosciuto, ristrutturando il campo della conoscenza e non soltanto aggiungendo. Una progettazione accurata della presentazione delle informazioni deve prevedere anche i supporti (scaffolds) necessari per assicurare ad ogni allievo l’accesso alla conoscenza.

Alla luce di quanto appena illustrato ci si potrebbe chiedere: cambierebbe forse qualcosa se il MIUR, nella definizione dei programmi scolastici, definisse e promuovesse l’adozione di metodologie di UDL?

Il maggior coinvolgimenti degli alunni secondo i giusti stili di apprendimento, una migliore comprensione degli argomenti in quanto resi più accessibili non porterebbe una diminuzione della dispersione scolastica, una maggior soddisfazione personale e il perseguimento di interessi anche in ambito creativo?

A questa domanda il nostro extraterrestre non è in grado di rispondere: in Italia non si trovano dati da analizzare su questi aspetti.

Chissà… forse con il prossimo anno scolastico si potrebbe iniziare a lavorare in tal senso… in modo da non farci trovare impreparati casomai il nostro extraterrestre decidesse di tornare a farci visita tra qualche anno ;-)

MARCO IANNACONE
49 anni, informatico con oltre 25 anni di esperienze internazionali legate ad Internet, TLC e sviluppi applicativi, ha deciso di dedicare le sue competenze creando il primo tablet per l’apprendimento facilitato (in aiuto a BES e DSA) ed autofinanziando una startup per commercializzarlo.
In gioventù è stato uno degli evangelist dell’opensource e di Linux, facilitandone l’introduzione in Italia.
Il suo metodo di studio – basato sul tablet EdiTouch – è stato indicato come best practice da European SchoolNet e la sua azienda è stata citata da Gartner come Cool Vendor in Education 2015.

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