Primo Levi, 100 anni dalla nascita: le cose che non tutti sanno

Giulia.Onofri
Di Giulia.Onofri
100 dalla nascita di Primo Levi: curiosità

Il 31 luglio 1919 in una Torino in preda al dilagare della febbre spagnola e del Biennio Rosso, nasceva Primo Levi da genitori di religione ebraica. Saranno proprio le sue origini che lo renderanno un bersaglio privilegiato delle leggi razziali dal 1938, anno della loro emanazione, e che lo condurranno alla deportazione avvenuta nel 1943 nel campo di concentramento di Auschwitz.
Oggi 31 luglio 2019 si celebra il centenario della nascita e per ricordare questo grande scrittore, molti potranno trovare interessanti alcune curiosità relative alla sua vita e alla sua attività.

Voti migliori in Scienze e non in Italiano

Nel 1934 Primo Levi si iscrive al liceo classico Massimo d’Azeglio di Torino: nonostante i buoni profitti scolastici, ottiene voti migliori nelle materie scientifiche e meno buoni in italiano. Proprio per questo, una volta diplomato, nel 1937 decide di iscriversi al corso di laurea in Scienze presso l’Università di Torino. La sua passione per le materie scientifiche e la brillante media accademica raggiunta, lo porteranno nel 1941 a laurearsi con 110/110 e lode, anche se la votazione sarà contrassegnata da una marchiatura scritta che ne puntualizza l'appartenenza alla ‘razza ebraica’.

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Le due anime di Primo Levi

La mente scientifica dello scrittore non cessò mai di coesistere con le indiscusse doti di scrittura che col tempo lo elessero ad un classico della letteratura. La particolarità di quest’anima poliedrica ha spinto la critica a definirla come quella propria di uno scrittore ‘dimezzato’. Consapevole dei suoi interessi e doti ambivalenti, è egli stesso che, in un’intervista del 1966, si definisce ironicamente un 'centauro', ovvero un essere ibrido, plasmato da due metà: ‘Io sono un anfibio, un centauro (ho anche scritto dei racconti sui centauri). E mi pare che l'ambiguità della fantascienza rispecchi il mio destino attuale. Io sono diviso in due metà. Una è quella della fabbrica, sono un tecnico, un chimico. Un'altra, invece, è totalmente distaccata dalla prima, ed è quella nella quale scrivo, rispondo alle interviste, lavoro sulle mie esperienze passate e presenti’.
Sarà solo nel 1975 infatti che lo scrittore sceglierà definitivamente la strada della scrittura, licenziandosi dalla SIVA (Società Industriale Vernici e Affini) in cui ricopriva il prestigioso ruolo di direttore generale.

Operaio in una fabbrica ad Auschwitz

Gli studi, il titolo accademico e la cultura di Primo Levi furono elementi che resero più sopportabili le dure condizioni imposte nel lager di Auschwitz. Impiegato inizialmente in una fabbrica di gomma, grazie anche alla conoscenza rudimentale della lingua tedesca che rendeva possibile una comunicazione di base, viene trasferito nel laboratorio chimico del campo, in cui le sofferenze per la fame e il freddo erano sicuramente attutite rispetto agli altri luoghi del lager.

I nomi dei figli: il richiamo ad una rinascita

Nel campo di concentramento conosce Lorenzo Perrone che diventa un punto di riferimento fidato in mezzo a tanta disperazione e disumanità. Era infatti un operaio che lavorava da civile presso una fabbrica di Auschwitz e che non solo lo aiutò a procurarsi qualche razione in più di cibo, ma fu anche un importante tramite nella corrispondenza di qualche biglietto con la madre.
In memoria dell'amico, i nomi dei figli, Renzo e Lisa Lorenza, richiamano da vicino questa figura a cui Levi per tutta la vita rivolse la sua gratitudine, consacrando in questo modo il suo ricordo nella generazione successiva.

Se questo è un uomo: la prima bozza ad Auschwitz

Fra le mura chiuse del laboratorio di Auschwitz in cui lavorava ogni giorno, Levi sente il suo estremo bisogno di scrivere e sfogare il suo dolore imprimendo parole su carta. Ciò che ha subito e visto è troppo straziante per rimanere chiuso nel silenzio della sua anima, così proprio lì, attento a non farsi scoprire, riesce a scrivere qualche bozza di quello che diventerà il suo capolavoro: ‘Era talmente forte in noi il bisogno di raccontare, che il libro avevo incominciato a scriverlo là, in quel laboratorio tedesco pieno di gelo, di guerra e di sguardi indiscreti, benché sapessi che non avrei potuto in alcun modo conservare quegli appunti scarabocchiati alla meglio, che avrei dovuto buttarli via subito, perché se mi fossero stati trovati addosso mi sarebbero costati la vita’.

Se questo è un uomo: la difficile strada verso il successo

Nel 1946 Levi concluse Se questo è un uomo che venne pubblicato l’anno dopo dall’editore torinese De Silva, tra l’indifferenza generale e la scarsa diffusione.
È solo nel 1955, anno in cui in Italia diventa predominante la sensibilizzazione verso le tematiche incentrate sui campi di concentramento, che la casa editrice Einaudi decide di dare nuovamente alle stampe il libro, la cui pubblicazione avverrà nel 1958.
La riscoperta di quest’opera e il successo mondiale che ne è conseguito, l’hanno consacrata ad un classico della letteratura del Novecento.

La morte: suicidio o incidente?

A 67 anni, Levi fu ritrovato esanime l’11 aprile 1987 ai piedi della tromba delle scale del suo appartamento di Torino. Se si è trattato di un tragico incidente o di un suicidio volontario, è un dubbio tutt’oggi irrisolto che probabilmente rimarrà tale per sempre.

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