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Il Topos dell’allegoria del naufragio in Alceo, Orazio e Dante


Dalla Grecia antica fino ai nostri giorni è sopravvissuto un tòpos letterario di estrema importanza, ovvero quello della nave in balìa delle onde intesa in senso allegorico. Questo tema viene elaborato per la prima volta in Grecia quando, una volta superato l’epos, si afferma un nuovo genere letterario che avrà molta fortuna nei secoli: la lirica. Ed è nella lirica ionico-attica che per la prima volta in Archiloco (frammento 105 West) troviamo l’immagine della nave alla deriva, che cela il riferimento alla situazione politica contingente. Ma se in queste elegie si ha per la prima volta la comparsa di questo tema, l’autore a cui viene attribuito il reale merito di avere affermato come topos letterario tale allegoria è Alceo. Egli, nato a Mitilene nel 630 a.C., è uno dei massimi esponenti della lirica eolica, ed in un suo carme <<paragona alle tempeste del mare le sciagure dei tiranni>> (così dice di lui Eraclito). Utilizzando quindi l’allegoria della tempesta, rappresenta la polis dilaniata dalle guerre civili e condanna la sommossa suscitata a Mitilene, sua città natale, e l’avvento della tirannide di Mirsilo.
“Non riesco a capire la rissa dei venti.
Un’onda si gonfia di qui, l’altra di là”
Da questi versi di Alceo traspariscono sconcerto e rabbia, la nave è senza controllo. Tuttavia appare un barlume di speranza, negli ultimi versi, poiché viene meditata la possibilità di salvarsi grazie alle “due scotte”.
Non stupisce il fatto che Alceo per il suo scopo utilizzi quest’immagine. Il lessico che riguarda il mare, infatti, è molto utilizzato in una Grecia che ha il suo potere nelle acque.
E poiché “Roma conquistò la Grecia con le armi, ma la Grecia conquistò Roma con la sua cultura”, non ci stupisce nemmeno il fatto che Orazio, poeta latino posteriore ad Alceo, abbia ripreso questo tema.
“O navis, referent in mare te novi fluctus”
Così è scritto al verso 1 del primo Carme. La poesia è nel suo complesso articolata intorno al nucleo costituito dall’allegoria della nave; anche qui viene utilizzata con un doppio senso politico, in particolare con un carattere anti-augusteo: Orazio infatti non confida ma anzi giudica inconsistente la “pax” che Ottaviano ha in piano di attuare. La nave in questo caso rappresenta la repubblica romana in un periodo di decadenza, e la volontà di ripristinare le tradizioni e la cultura dell’antico mos maiorum.
Ma il cammino dell’allegoria non finisce qui: infatti viene trasportata nel ‘200, utilizzata dal più grande autore di tutti i tempi: Dante Alighieri. Egli nel VI canto di ogni libro (Inferno, Purgatorio, Paradiso) tratta di temi politici, e nel Purgatorio in particolare si serve dell’allegoria della nave per indicare lo stato di abbandono dell’Italia e poi concludendo con la visione di Firenze dilaniata dalle lotte interne e incapace di darsi uno stabile governo.
Ecco i versi significativi:
“Ahi serva l’Italia, di dolore ostello,
nave senza nocchiere in gran tempesta
non donna di provincie, ma bordello!”
L’Italia è quindi definita senza pilota, in una tempesta di ambizioni, cupidigie e odi sfrenati e feroci. Non più quindi come in passato signora dei popoli (donna), ma nido di corruzione (bordello).
In quest’ultima parte si può notare un parallelismo con Orazio, nell’atto di voler far tornare le tradizioni e le abitudini degli antichi.
Il poeta fiorentino affianca all’immagine della “nave in tempesta” quella del “cavallo senza cavaliere”, non esitando a usare queste allegorie anche nelle sue altre opere quali il De Monarchia e le Epistole.
Ed eccoci a fare un salto dal Medioevo ai giorni nostri, poiché viene ovvia la domanda: “Potrebbe un poeta utilizzare ancora oggi quest’allegoria, per criticare la situazione politica attuale?” Purtroppo sì, poiché sebbene i tempi siano cambiati molte volte gli uomini che si contendono il potere non lo fanno completamente in buona fede. Ed è così che abbiamo la nostra nave, l’Italia, che è alla deriva in un “mare” di problemi: primo tra tutti la crisi. A volte sembra, però, che la nostra nave sia priva di una meta precisa, ma sia vittima di una continua lotta per il timone che le impedisce di stabilizzarsi e prendere una rotta durevole e stabile. Anche quando si pensa che un capitano sia in grado di guidare la nave, egli molte volte sembra comunque spinto da interessi personali e non esita in un momento di difficoltà ad abbandonare la nave come fece con ignavia ed egoismo il capitano Schettino con la sua nave. E noi, trattati quasi da mozzi, aspettiamo con speranza che arrivi prima o poi un capitano che dia gli ordini giusti per portare questa nave fuori da tale tempesta.

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