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Mitologia greca - Aiace Telamonio

Figlio di Telamone (re di Salamina) e di Peribea, è noto anche come il Grande Aiace. Deriva il proprio nome (in greco Aias) da quello dell’aquila ( aietòs) che apparve in cielo allorché Eracle invocò la benevolenza di Zeus, chiedendogli un figlio maschio per l’amico Telamone. Non appena Peribea ebbe dato alla luce Aiace, Eracle lo avvolse nella sua pelle di leone, rendendo il corpo del piccolo invulnerabile, anche se non completamente: il collo e le ascelle erano rimaste infatti al di fuori della pelle del leone Nemeo. Da Omero (Iliade) e da Sofocle (Aiace) sappiamo che egli comandava al fianco di Achille la flotta ellenica nell’impresa della guerra di Troia. Uomo di bell’aspetto e di elevata statura (le fonti riportano che le ossa delle sue ginocchia erano grandi quanto i dischi usati per il pèntathlon) , combatteva reggendo uno scudo di enormi dimensioni, fabbricato con la pelle di ben sette tori, dietro il quale nelle azioni guerresche trovava rifugio il fratellastro Teucro, uno dei più abili arcieri che la Grecia ebbe mai. Scelto dai compagni per sostituire Achille (ritiratosi nel frattempo dalla guerra con i suoi Mirmidoni) , sfidato a duello da Ettore, il Grande Aiace sostenne la lotta con lo sfidante per un’intera giornata, al termine della quale i due eroi, lodandosi scambievolmente per il loro valore, si scambiarono dei doni: Aiace dette a Ettore il suo balteo rosso ed Ettore ricambiò con una spada dall’elsa d’argento. Dopo la morte del suo valoroso e amato cugino Achille, Aiace e Odisseo rimanevano i due più valorosi eroi del campo greco e, come tali, entrambi meritevoli di ereditarne le armi. Ma Agamennone e Menelao, arbitri dell’assegnazione, gli preferirono Odisseo. Deciso a vendicarsi, Aiace fu colpito per intervento di Atena da un accesso di follia, sotto l'influsso del quale massacrò e sgozzò gran parte delle greggi che erano state prese ai Troiani. Rinsavito e piombato nella disperazione, si uccise dirigendo verso l’ascella la spada donatagli da Ettore, dopo un primo tentativo nel quale la lama, per l’elsa nel terreno, si era piegata ad arco non riuscendo a penetrare il suo corpo invulnerabile. Fu sepolto in una bara da suicidi presso il Capo Reteo e non bruciato sul rogo come spettava a chi cadeva in battaglia.

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