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parafrasi del libro 3 dell'Iliade

Testo tratto dalla fonte Iliade - Traduzione dal greco di Vincenzo Monti


Fra questo supplicar l’elmo squassava
Ettór, guardando addietro: ed ecco uscire
Di Paride la sorte. Allor s’assise
Al suo posto ciascun, vicino a’ suoi
Scalpitanti destrieri e alle giacenti
Armi diverse. Della ben chiomata
Elena intanto l’avvenente sposo
Alessandro di fulgida armatura
Tutto si veste. E pria di bei schinieri
Che il morso costrignea d’argentea fibbia,
Cinse le tibie. Quindi una lorica
Del suo germano Licaon, che fatta
Al suo sesto parea, si pose al petto:
All’omero sospese il brando, ornato
D’argentei chiovi; un poderoso scudo
Di grand’orbe imbracciò; chiuse la fronte
Nel ben temprato e lavorato elmetto,
A cui d’equine chiome in su la cima
Alta una cresta orribilmente ondeggia.
Ultima prese una robusta lancia
Che tutto empieagli il pugno. In questo mentre
Del par s’armava il bellicoso Atride.
Di lor tutt’arme accinti i due guerrieri
S’appresentâr nel mezzo, e si guataro
Biechi. Al vederli stupor prese e tema
I Dardani e gli Achei. L’un contra l’altro
L’aste squassando al mezzo dell’arena
S’avvicinâr sdegnosi; ed il Troiano
Primier la lunga e grave asta vibrando
La rotella colpì del suo nemico,
Ma non forolla, chè la buona targa
Rintuzzonne la punta. Allor secondo
Coll’asta alzata Menelao si mosse
Così pregando: Dammi, o padre Giove,
Sovra costui che m’oltraggiò primiero,
Dammi sovra il fellon piena vendetta.
Tu sotto i colpi di mia destra il doma
Sì che il postero tremi, e a non tradire
L’ospite apprenda che l’accolse amico.
Disse, e l’asta avventò, la conficcò
Dell’avversario nel rotondo scudo.
Penetrò fulminando la ferrata
Punta il pavese rilucente, e tutta
Trapassò la corazza, lacerando
La tunica sul fianco a fior di pelle.
Incurvossi il Troiano, ed il mortale
Colpo schivò. L’irato Atride allora
Trasse la spada, ed erto un gran fendente
Gli calò ruïnoso in su l elmetto.
Non resse il brando, chè in più pezzi infranto
Gli lasciò la man nuda; ond’ei gemendo
E gli occhi alzando dispettoso al cielo,
Crudel Giove, gridava, il più crudele
Di tutti i numi! Io mi sperai punire
Di questo traditor l’oltraggio: ed ecco
Che in pugno, oh rabbia! mi si spezza il ferro,
E gittai l’asta indarno e senza offesa.
Così fremendo, addosso all’inimico
Con furor si disserra: alla criniera
Dell’elmo il piglia, e tragge a tutta forza
Verso gli Achivi quel meschino, a cui
La delicata gola soffocava
Il trapunto guinzaglio che le barbe
Annodava dell’elmo sotto il mento.
E l’avría strascinato, e a lui gran lode
Venuta ne saría; ma del periglio
Fatta Venere accorta i nodi sciolse
Del bovino guinzaglio, e il vôto elmetto
Seguì la mano del traente Atride.
Aggirollo l’eroe, e fra le gambe495
Lo scagliò degli Achei, che festeggianti
Il raccolsero. Allor di porlo a morte
Risoluto l’Atride, alto coll’asta
Di nuovo l’assalì. Di nuovo accorsa
Lo scampò Citerea, che agevolmente
Il potè come Diva: lo ravvolse
Di molta nebbia, e fra il soave olezzo
Dei profumati talami il depose.

Parafrasi


Così dicendo Ettore ondeggiava l’elmo, guardando
indietro: ed ecco svelare la sorte di Paride.
Allora gli altri si accomodarono su varie file, dove avevano
lasciato i leggiadri cavalli e le armi ben curate;
il divino Alessandro, marito di Elena dalla bella chioma,
indossò intanto le splendide armi.
Per prima cosa cinse le gambiere intorno alle gambe,
allacciate con fibbie d’argento;
indossò poi perfettamente la corazza del fratello Licaone.
Indossò a tracolla la bronzea spada, ornata di borchie
d’argento, poi il grande e pesante scudo;
pose sulla testa prestante l’elmo ben lavorato, ornato di
criniera di cavallo che spaventosamente ondeggiava sull’elmo;
infine afferrò una grossa lancia adatta per la sua presa.
Alla stessa maniera il bellicoso Menelao indossava le armi.
Dopo essersi armati, alle due estremità dei presenti,
si sistemarono fra Troiani ed Achei, entrambi con uno sguardo
feroce negli occhi. Nel vederli, una scossa di paura colpì
i Troiani, abili cavalieri, e gli Achei dalle forti gambiere.
Erano allora vicini, nello spazio delineato,
maneggiando le lance, entrambi colmi di rabbia.
Alessandro lanciò la sua lancia per primo,
colpendo Menelao sullo scudo ben sistemato,
non perforò però il bronzo, si piegò l’estremità
contro il forte scudo; successivamente attaccò
Menelao con il bronzo, elevando una preghiera al padre Zeus:
<<Sommo Zeus, permettimi di punire chi mi offese senza motivo,
il divino Alessandro, che cada ai miei colpi,
così che chiunque abbia paura, anche fra i posteri,
di recare danno al suo ospite, colui che ha donato affetto>>.
Così disse e, destreggiandosi, scagliò la sua grande lancia
colpendo il figlio di Priamo sullo scudo ben sistemato:
la robusta lancia perforò il luccicante scudo,
restando così conficcata nella corazza lavorata egregiamente;
la lancia strappò la tunica attraversandola di fianco;
ma, chinandosi, evitò l’oscuro destino.
Menelao allora, sguainata la spada decorata con borchie d’argento,
la scagliò dall’alto sulla cresta dell’elmo, ma la spada
gli cadde di mano, frantumandosi in tre, quattro pezzi.
Allora egli si lamentò, alzando lo sguardo al cielo:
<<Oh Zeus paterno, nessuno è più malvagio di te tra gli dei:
credevo di punire Alessandro per la sua infamia;
invece mi si è spezzata la mia spada tra le mani e la mia lancia
è stata scagliata inutilmente dalla mia mano senza trafiggerlo>>.
Così disse e, scattato in avanti, lo agguantò per la criniera dell’elmo,
trascinandolo supino verso gli Achei dalle forti gambiere:
la stringa imbottita stringeva il suo delicato collo,
la fascia dell’elmo che era tirata sotto il suo mento.
Sarebbe riuscito a trascinarlo, ottenendo la vittoria,
se la figlia di Zeus, Afrodite, non avesse spezzato
la cinghia di cuoio di bue sgozzato:
così solo l’elmo vuoto restò nella sua possente mano.
Così l’eroe circondato dagli Achei dalle forti gambiere
lo spinge facendolo roteare, afferrato poi dai suoi leali compagni;
poi lo attaccò ancora pronto ad ucciderlo
grazie alla lancia appuntita: ma ecco che Afrodite lo salvò,
con estrema facilità, come farebbe un dio, lo avvolse di densa nebbia
e lo condusse presso una camera profumata dagli aromi presenti.
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