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versi 383-454 del libro 3 dell'Iliade

Versi 383-454, libro III Iliade

Sosterrò mia ragione, e rimarrovvi
Finchè punito il mancator ne sia.
Disse; e col ferro degli agnelli incise
Le mansuete gole, e palpitanti
Sul terren li depose e senza vita.
Ciò fatto, il sacro di Lïeo licore
Dal cratere attignendo, agl’Immortali
Fean colle tazze libagioni e voti;
E qualche Teucro e qualche Acheo s’intese
In questo mentre così dire: O sommo
Augustissimo Giove, e voi del cielo
Dii tutti quanti, udite: A chi primiero
Rompa l’accordo, sia Troiano o Greco,
Possa il cerébro distillarsi, a lui
Ed a’ suoi figli, al par di questo vino,
E adultera la moglie ir d’altri in braccio.
Così pregâr: ma chiuse a cotal voto
Giove l’orecchio. Il re dardanio allora,

Uditemi, dicea, Teucri ed Achei:
Alla cittade io riedo. A qual de’ due
Troncar debba la Parca il vital filo
Sol Giove e gli altri Sempiterni il sanno.
Ma contemplar del fiero Atride a fronte
Un amato figliuol, vista sì cruda
Gli occhi d’un padre sostener non ponno.
Sì dicendo, sul cocchio le sgozzate
Vittime pose il venerando veglio,
E ascesovi egli stesso, e tratte al petto
Le pieghevoli briglie, al par con seco
Fe’ Anténore salire, e via con esso
Al ventoso Ilïon si ricondusse.
Ettore allora primamente e Ulisse
Misurano la lizza. Indi le sorti
Scosser nell’elmo a chi primier dovesse
L’asta vibrar. L’un campo intanto e l’altro
Le mani alzando supplicava al cielo,
E qualche labbro bisbigliar s’udía:
Giove padre, che grande e glorïoso
Godi in Ida regnar, quello de’ due,
Che tra noi fu cagion di sì gran lite,
Fa che spento precipiti alla cupa
Magion di Pluto, ed una salda a noi
Amistà ne concedi e patti eterni.
Fra questo supplicar l’elmo squassava
Ettór, guardando addietro: ed ecco uscire
Di Paride la sorte. Allor s’assise
Al suo posto ciascun, vicino a’ suoi
Scalpitanti destrieri e alle giacenti
Armi diverse. Della ben chiomata
Elena intanto l’avvenente sposo
Alessandro di fulgida armatura
Tutto si veste. E pria di bei schinieri
Che il morso costrignea d’argentea fibbia,
Cinse le tibie. Quindi una lorica
Del suo germano Licaon, che fatta
Al suo sesto parea, si pose al petto:
All’omero sospese il brando, ornato
D’argentei chiovi; un poderoso scudo
Di grand’orbe imbracciò; chiuse la fronte
Nel ben temprato e lavorato elmetto,
A cui d’equine chiome in su la cima
Alta una cresta orribilmente ondeggia.
Ultima prese una robusta lancia
Che tutto empieagli il pugno. In questo mentre
Del par s’armava il bellicoso Atride.
Di lor tutt’arme accinti i due guerrieri
S’appresentâr nel mezzo, e si guataro
Biechi. Al vederli stupor prese e tema
I Dardani e gli Achei. L’un contra l’altro
L’aste squassando al mezzo dell’arena
S’avvicinâr sdegnosi; ed il Troiano
Primier la lunga e grave asta vibrando
La rotella colpì del suo nemico.

Parafrasi vv.383-454 del terzo libro dell'Iliade

Sosterrò le mie motivazioni e rimarrò fino a che non finirò la guerra. Pronunciò queste parole, e tagliò con l'impietosa arma forgiata di bronzo la gola agli agnelli. E poi li poggiava sul terreno, gementi ancora nel momento in cui gli mancava la vita: infatti il bronzo li aveva spossati, togliendo loro le forze. Poi prendevano il vino per mezzo delle coppe dal cratere, successivamente lo rovesciavano sul terreno e rivolgevano una preghiera agli dei eterni. In questo modo ogni singolo Troiano e Acheo pronunciava queste parole: «Zeus glorioso e immenso, e voi dei immortali! coloro che per primi non rispettano i giuramenti, gli sgoccioli il cervello per terra nello stesso modo in cui sgocciola questo vino, a loro, sì, e ai loro figli - e le loro mogli vengano sottomesse a uomini stranieri!»
Così essi parlavano: ma il Cronide non esaudiva il voto fatto da loro. Tra essi, il re Priamo, discendente di

Dardano, cominciò a pronunciare le seguenti parole: «Sentitemi, Troiani e Achei! Ora io me ne vado nella città ventosa di Troia, in quanto non ho il coraggio di rimanere qua a vedere, davanti ai miei occhi, mio figlio Paride duellare con il coraggioso re Menelao. Certamente lo sa Zeus, così come anche gli dei immortali, chi dei due morirà.»
Così affermò e poneva, l’eroe somigliante a un Dio, gli agnelli sopra il carro, salì su questo e iniziò a tirare a sé indietro le briglie. Vicino a questi, sullo splendido cocchio, salì anche Antenore. I due poi tornarono a Troia (Ilio).
Quindi Ettore Ettore che era il figlio del re Priamo e il divino Ulisse iniziarono a misurare in primo luogo il territorio in cui si sarebbe tenuto il duello, in un secondo momento poi iniziarono a prendere le sorti, agitandolo all'interno degli elmi di bronzo, in modo tale da capire chi tra i due avrebbe dovuto scagliare la lancia.
In seguito i due guerrieri iniziarono a pregare gli dei sollevando le braccia, e dunque sia gli Achei che i Troiani iniziarono a pronunciare le seguenti parole: «Zeus padre, signore della città di Ida, tu valoroso e immenso, chi è la causa di questa situazione tra Achei e Troiani, fa’ si che muoia nell'abitazione di Abe, e fa si che tra i nostri due popoli si raggiunga un accordo e che si stringano dei patti corretti (leali)!» Queste parole pronunciarono. E il glorioso Ettore si mise a agitare le sorti, avendo gli occhi rivolti all'indietro: improvvisamente si palesò il contrassegno di Paride. Tutti i presenti si iniziarono a sedere nelle loro schiere, in cui ognuno deteneva i propri cavalli scalpitanti e le proprie armi arricchite di fregi. Nel frattempo lo splendido Alessandro, marito di Elena dai folti capelli, teneva indosso la sua splendida armatura. In primo luogo si mise nelle gambe degli eleganti schinieri e iniziò ad allacciarseli alle caviglie con delle fibbie in argento.
Dopo indossò la corazza del fratello Licaone - la calzava bene. Si era appeso a tracolla la spada che aveva borchie
argentee, che era di materiale bronzeo, e in seguito lo scudo grande e solido, e sul capo forte indossò l'elmo ben realizzato, decorato con una criniera di cavallo. Il cimiero sulla parte alta si muoveva in un modo che destava terrore. Prese tra le mani alla fine una solida lancia, che riusciva ad impugnare bene con la mano. Così, nel medesimo modo, strinse le sue armi il combattivo re Menelao. Poi dopoché loro, da entrambe le parti dei due eserciti, si furono dotati di armi, si facevano avanti in mezzo al terreno di battaglia guardandosi in modo bieco. Nell'osservarli - tutti rimasero attoniti - i Troiani che erano domatori di cavalli e i Greci dai buoni schinieri. Si fermarono in mezzo al terreno di battaglia, entro il luogo che era stato segnato per il duello, scuotendo le lance: vicendevolmente provavano rabbia e odio. Alessandro iniziò per primo a gettare la sua asta dalla lunga ombra, cogliendo nel segno Menelao nel suo scudo di forma rotonda, ben costruito da ogni parte.

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