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parafrasi su Glauco e Diomede

Testo tratto dalla fonte Iliade - Traduzione dal greco di Vincenzo Monti


Di duellar bramosi allor nel mezzo
Dell’un campo e dell’altro appresentârsi
Glauco, prole d’Ippoloco, e il Tidíde.
Come al tratto dell’armi ambo fur giunti,
Primo il Tidíde favellò: Guerriero,
Chi se’ tu? Non ti vidi unqua ne’ campi
Della gloria finor. Ma tu d’ardire
Ogni altro avanzi se aspettar non temi
La mia lancia. È figliuol d’un infelice
Chi fassi incontro al mio valor. Se poi
Tu se’ qualche Immortal, non io per certo
Co’ numi pugnerò; chè lunghi giorni
Nè pur non visse di Drïante il forte
Figlio Licurgo che agli Dei fe’ guerra.
Su pel sacro Nisseio egli di Bacco
Le nudrici inseguía. Dal rio percosse
Con pungolo crudel gittaro i tirsi
Tutte insieme, e fuggîr: fuggì lo stesso
Bacco, e nel mar s’ascose, ove del fero
Minacciar di Licurgo paventoso
Teti l’accolse. Ma sdegnârsi i numi
Con quel superbo. Della luce il caro
Raggio gli tolse di Saturno il figlio,
E detestato dagli Eterni tutti
Breve vita egli visse. All’armi io dunque
Non verrò con gli Dei. Ma se terreno
Cibo ti nutre, accóstati; e più presto
Qui della morte toccherai le mete.
E d’Ippoloco a lui l’inclito figlio:
Magnanimo Tidíde, a che dimandi
Il mio lignaggio? Quale delle foglie,
Tale è la stirpe degli umani. Il vento
Brumal le sparge a terra, e le ricrea
La germogliante selva a primavera.
Così l’uom nasce, così muor. Ma s’oltre
Brami saper di mia prosapia, a molti
Ben manifesta, ti farò contento.
Siede nel fondo del paese argivo
Efira, una città, natía contrada
Di Sisifo che ognun vincea nel senno.
Dall’Eolide Sisifo fu nato
Glauco; da Glauco il buon Bellerofonte,
Cui largiro gli Dei somma beltade,
E quel dolce valor che i cuori acquista.
Ma Preto macchinò la sua ruina,
E potente signor d’Argo che Giove
Sottomessa gli avea, d’Argo l’espulse
Per cagione d’Antéa sposa al tiranno.
Furïosa costei ne desïava
Segretamente l’amoroso amplesso;
Ma non valse a crollar del saggio e casto
Bellerofonte la virtù. Sdegnosa
Del magnanimo niego l’impudica
Volse l’ingegno alla calunnia, e disse
Al marito così: Bellerofonte
Meco in amor tentò meschiarsi a forza
Muori dunque, o l’uccidi. Arse di sdegno
Preto a questo parlar, ma non l’uccise,
Di sacro orror compreso. In quella vece
Spedillo in Licia apportator di chiuse
Funeste cifre al re suocero, ond’egli
Perir lo fêsse. Dagli Dei scortato
Partì Bellerofonte, al Xanto giunse,
Al re de’ Licii appresentossi, e lieta
N’ebbe accoglienza ed ospital banchetto.
Nove giorni fumò su l’are amiche
Di nove tauri il sangue. E quando apparve
Della decima aurora il roseo lume
Interrogollo il sire, e a lui la téssera
Del genero chiedea. Viste le crude
Note di Preto, comandògli in prima
Di dar morte all’indomita Chimera.
Era il mostro d’origine divina
Lïon la testa, il petto capra, e drago
La coda; e dalla bocca orrende vampe
Vomitava di foco. E nondimeno
Col favor degli Dei l’eroe la spense.
Pugnò poscia co’ Sólimi, e fu questa,
Per lo stesso suo dir, la più feroce
Di sue pugne. Domò per terza impresa
Le Amazzoni virili. Al suo ritorno
Il re gli tese un altro inganno, e scelti
Della Licia i più forti, in fosco agguato
Li collocò; ma non redinne un solo:
Tutti gli uccise l’innocente. Allora
Chiaro veggendo che d’un qualche iddio
Illustre seme egli era, a sè lo tenne,
E diegli a sposa la sua figlia, e mezza
La regal potestade. Ad esso inoltre
Costituiro i Licii un separato
Ed ameno tenér, di tutti il meglio,
D’alme viti fecondo e d’auree messi,
Ond’egli a suo piacer lo si coltivi.
Partorì poi la moglie al virtuoso
Bellerofonte tre figliuoli, Isandro
E Ippoloco, ed alfin Laodamía
Che al gran Giove soggiacque, e padre il fece
Del bellicoso Sarpedon. Ma quando
Venne in odio agli Dei Bellerofonte,
Solo e consunto da tristezza errava
Pel campo Aleio l’infelice, e l’orme
De’ viventi fuggía. Da Marte ucciso
Cadde Isandro co’ Sólimi pugnando;
Laodamía perì sotto gli strali
Dell’irata Dïana; e a me la vita
Ippoloco donò, di cui m’è dolce
Dirmi disceso. Il padre alle troiane
Mura spedimmi, e generosi sproni
M’aggiunse di lanciarmi innanzi a tutti
Nelle vie del valore, onde de’ miei
Padri la stirpe non macchiar, che fûro
D’Efira e delle licie ampie contrade
I più famosi. Ecco la schiatta e il sangue
Di che nato mi vanto, o Dïomede.
Allegrossi di Glauco alle parole
Il marzïal Tidíde, e l’asta in terra
Conficcando, all’eroe dolce rispose:
Un antico paterno ospite mio,
Glauco, in te riconosco. Enéo, già tempo,
Ne’ suoi palagi accolse il valoroso
Bellerofonte, e lui ben venti interi
Giorni ritenne, e di bei doni entrambi
Si presentaro. Una purpurea cinta
Enéo donò, Bellerofonte un nappo
Di doppio seno e d’ôr, che in serbo io posi
Nel mio partir: ma di Tidéo non posso
Farmi ricordo, chè bambino io m’era
Quando ei lasciommi per seguire a Tebe
Gli Achei che rotti vi periro. Io dunque
Sarotti in Argo ed ospite ed amico,
Tu in Licia a me, se nella Licia avvegna
Ch’io mai porti i miei passi. Or nella pugna
Evitiamci l’un l’altro. Assai mi resta
Di Teucri e d’alleati, a cui dar morte,
Quanti a’ miei teli n’offriranno i numi,
Od il mio piè ne giungerà. Tu pure
Troverai fra gli Achivi in chi far prova
Di tua prodezza. Di nostr’armi il cambio
Mostri intanto a costor, che l’uno e l’altro
Siam ospiti paterni. Così detto,
Dal cocchio entrambi dismontâr d’un salto,
Strinser le destre, e si dier mutua fede.
Ma nel cambio dell’armi a Glauco tolse
Giove lo senno. Aveale Glauco d’oro,
Dïomede di bronzo: eran di quelle
Cento tauri il valor, nove di queste.


Parafrasi


Il figlio di Ippoloco, Glauco, e il figlio di Tideo
s'incontrarono nel mezzo, impazienti di combattere,
e quando furono vicini, andando l’uno incontro all’altro,
per primo si pronunciò Diomede, possente nel grido di guerra:
«Chi sei tu, valoroso eroe, tra gli uomini ?
Mai prima d’ora ti ho visto nella gloriosa
battaglia, e adesso superi tutti in determinazione,
tu che hai atteso con fermezza la mia lunga lancia.
Chi affronta la mia ira è figlio di un infelice padre.
Se sei un dio celeste venuto qui,
non voglio combattere contro gli dei del cielo.
Neanche il figlio di Driante, il valoroso Licurgo,
visse a lungo dopo avere affrontato gli dei
e avere inseguito le nutrici dello smanioso Dioniso
sul sacro monte Nisa ; tutte insieme
gettarono a terra i bastoni, perseguitate dal puntale
del massacratore Licurgo e, spaventato, Dionisio
si gettò nelle onde del mare, agitato dal grido di quell’uomo.
dove lo accolse nel suo seno Teti.
Per questo motivo fu odiato dagli dei dalla vita semplice:
lo accecò il figlio di Crono e morì ben presto,
poiché tutti gli dei lo odiavano.
Per questo motivo non voglio lottare contro gli dei.
Ma se tu sei un mortale come coloro che si nutrono dei frutti
della terra, avvicinati e subito scorgerai l’incombente morte».
Ciò gli rispose il bel figlio di Ippoloco:
«Nobile figlio di Tideo, perché mi domandi della mia discendenza?
La discendenza degli uomini è come quella delle foglie.
Il vento getta a terra le foglie e altre ne germina la selva
fiorente, quando torna la primavera;
così le generazioni di uomini: una nasce e l'altra muore.
Però, se è tuo desiderio, puoi conoscere la
la mia stirpe, poiché molti la conoscono.
C'è una città chiamata Efira, nel cuore di Argo,
ricca di cavalli, dove viveva Sisifo, l’uomo più astuto
e figlio di Eolo, ed ebbe un figlio di nome Glauco;
Glauco generò il grande Bellerofonte,
dotato di smisurata bellezza e coraggio grazie agli dei;
lo allontanò da Argo Preto poiché bramava contro egli
ed essendo molto più potente,
posto sotto la protezione di Zeus.
Si invaghì di lui la moglie di Preto, la divina Antea,
e desiderava unirsi con lui di nascosto, ma Bellerofonte,
puro d’animo, non si lascò persuadere.
Allora ella disse al re Preto, mentendo:
"Preto, che tu muoia se non uccidi Bellerofonte,
che voleva unirsi a me senza il mio volere".
Nell’udire queste parole il sovrano si adirò:
non lo uccise (provò scrupolo nel suo cuore),
ma lo mandò in Licia e gli affidò una tavola contenente
un messaggio funesto, in grado di procurargli morte,
e gli ordinò di consegnarla al suocero in modo che lo uccidesse.
Ma quando egli giunse in Licia sempre guidato
dagli dei, prossimo al fiume Xanto,
lo accolse benevolmente il re della grande Licia,
lo ospitò per nove giorni, e ogni giorno uccideva
un bue; ma quando il decimo giorno giunse l'Aurora
rosea, il re gli chiese di mostrargli il messaggio
del genero Preto che egli portava con sé.
Una volta che ebbe appreso il messaggio,
gli ordinò di uccidere per prima la ribelle Chimera:
ella era di origini divine e non umane,
testa di leone, corpo di capra e coda di serpente,
ed emanava dell’ardente e terribile fuoco.
Bellerofonte la uccise, confidando negli dei.
Poi fu costretto a lottare contro i potenti Solimi,
secondo egli la battaglia più dura;
per terzo procurò la morte delle possenti Amazzoni,
e mentre fu di ritorno, il re bramò un altro tranello:
gli tese un agguato dopo aver scelto i più valorosi guerrieri
della Licia che non videro mai più la propria casa;
furono uccisi dal valoroso Bellerofonte.
Quando il re colse la sua natura divina,
lo accolse nuovamente e gli diede in nozze
la figlia e parte del suo potere di re,
e i Lici gli diedero una delle tenute migliori,
piantagioni di alberi e campi coltivati.
Dalla sua sposa ebbe tre figli: Isandro,
Ippoloco, e Laodamia. Il divino Zeus
si unì con Laodamia che generò Sarpedone,
guerriero divino, armato di un bronzeo elmo.
Quando Bellerofonte fu odiato dagli dei,
fu costretto a vagare per la pianura di Alea,
tormentando la sua anima e fuggendo gli uomini.
Ares, dio della guerra, uccise il figlio Isandro
intento a combattere contro i gloriosi Solimi;
Artemide morì per mano dell’adirata Artemide dalle redini d’oro.
Io nacqui da Ippoloco, di cui mi ritengo figlio,
che mi mandò a Troia e mi esortò a distinguermi
sempre al di sopra degli altrie non ledere l'onore
dei padri che si dimostrarono valorosi
sia in Efira che nella vasta terra di Licia.
Io vanto questa discendenza».
A queste parole si rallegrò Diomede, possente nel grido di guerra;
conficcò la sua lancia nella fertile terra
e disse dolcemente a Glauco, capo d'eserciti:
«Dunque tu sei per me un antico e paterno ospite:
tempo fa Eneo accolse nella sua dimora
il grande Bellerofonte per venti giorni,
scambiandosi tra loro ospitali doni;
Eneo donò una meravigliosa cintura di porpora
e Bellerofonte una coppa d’oro a due manici
che ho lasciato nella mia casa per venire qui.
Non ricordo Tideo, poiché ero ancora piccolo,quando
mi lasciò nel momento in cui a Tebe fu sconfitto l'esercito acheo.
Ora io sono tuo ospite nell'Argolide, quando giungerò
nella tua terra, come tu sarai mio ospite in Licia.
Non facciamo uso di lance entrambi in questa battaglia:
io ho molti Troiani e loro alleati gloriosi da combattere,
quelli che un dio mi concede o che io posso raggiungere;
e molti Achei, quelli che potrai, ci sono per te da combattere.
Scambiamoci le armi, affinché anche costoro
sappiano che ci vantiamo di essere antichi ospiti».
Detto questo, scesero dai loro carri e si strinsero
la mano l’uno con l’altro in segno di fede;
ma Zeus, figlio di Crono, privò del senno Glauco
scambiando con Diomede, figlio di Tideo, le armi:
consegnò armi d'oro ricevendo bronzo, come cento buoi per nove.
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