Il valore di una donna
IIS Guglielmo Marconi
Di Cosimo Carmen Luisa
5 B ITAS – Dirigente di comunità
Psicologia
L’evoluzione della donna nella famiglia italiana
Il modello familiare prevalente nel nostro territorio fino al secondo dopoguerra è quello della famiglia patriarcale o allargata, dove l’uomo più anziano svolgeva un ruolo di assoluta preminenza: a lui spettava il governo complessivo della famiglia e un’autorità assoluta nei confronti dei suoi membri. Il patriarcato era legato ad una concezione rigida dei legami familiari, con l’assoggettamento dei figli e della moglie al volere del marito e una discriminazione tra uomo e donna a svantaggio di quest’ultima. Il modello di famiglia patriarcale è strettamente legato al mondo contadino e all’economia agricola che dettava i valori della comunità: spirito religioso, attaccamento al lavoro e legame con la comunità locale. La famiglia patriarcale era composta da nonni, figli dei nonni, ossia i maschi che si erano sposati e avevano a loro volta dei figli. Non rimanevano in famiglia le figlie sposate perché dopo il matrimonio andavano a vivere nella cascina del marito. La famiglia, se era grande, alla morte dei nonni poteva dividersi in più nuclei. Alle figlie non spettava l’eredità, ma era garantita la dote.
L’avvento della industrializzazione iniziata massicciamente nell’immediato dopoguerra ha portato nel nostro Paese nuovi aspetti sociali e nuove esigenze lavorative. La famiglia tradizionale ha cominciato a conoscere notevoli mutamenti per poi sfociare, negli anni ’50, in una vera e propria rivoluzione del costume.
Le campagne hanno cominciato a spopolarsi, le città a riempirsi, le leggi promosse dal Parlamento hanno favorito l’abbattimento del bestiame in eccesso o ritenuto non remunerativo, puntando su un’agricoltura specializzata e ristretta al solo fabbisogno interno. Le nuove strutture industriali hanno notevolmente aumentato la richiesta di mano d’opera, preferendo specialmente nel settore manifatturiero, nel tessile e anche in quello impiegatizio ausiliario, il lavoro femminile, sia per la delicatezza delle prestazioni sia per il loro costo inferiore.
La famiglia tradizionale, pertanto, ha subìto profondi mutamenti di carattere sociale dovuti soprattutto all’emancipazione femminile. Già a partire dal 1947, anno in cui le donne hanno ottenuto il diritto di voto, peraltro molto in ritardo rispetto agli altri Paesi occidentali, si è avuto un notevole passo in avanti per il successivo riconoscimento di tutti i diritti fondamentali, che hanno consentito alla donna italiana di inserirsi sempre di più nel tessuto sociale produttivo, penalizzando, però, l’ambito familiare.
Le nuove emergenti situazioni economiche, quindi, hanno imposto alla società un diverso apporto femminile che partecipasse a tutti gli aspetti della vita lavorativa, anche quella che sembrava esclusiva prerogativa maschile, come il servizio militare. La globalizzazione e il prepotente ingresso dell’informatica hanno poi determinato sostanziali differenze tra i rapporti sia all’interno della famiglia sia nella società attuale.
Ma tutti questi cambiamenti effettuati in tempi, tutto sommato, assai brevi, impongono politiche innovative nei confronti della famiglia in quanto soggetto sociale in evidente evoluzione e involuzione, per certi versi proprio a causa della nuova posizione della donna moderna, ormai paritaria all’uomo in tutti i sensi e in tutti i ruoli.
La prima vistosa conseguenza di tale stato di fatto è il ridimensionamento del numero dei componenti della famiglia. Oggi è semplificato e ridotto, la famiglia media infatti conta un padre, una madre e un figlio e tre quarti, senza contare il crescente numero di persone che vivono da sole. Gli attuali cicli continui della vita evidenziano una sempre più netta coincidenza dei ruoli maschili e femminili che stanno provocando difficili e onerosi equilibri tra le esigenze sociali e quelle private. I ritmi di lavoro stanno sempre più penalizzando il tempo da dedicare ai figli, pertanto, una corretta riorganizzazione degli equilibri tra tempo di lavoro e tempo di vita sociale si rende sempre più necessaria, così come la regolamentazione del mercato del lavoro e dei suoi orari. Il forte incremento delle richieste di asili nido pubblici e privati ne è un chiaro indice.
Ulteriore elemento di riflessione riguarda l’incremento dell’immigrazione femminile che comporta mutamenti nella fisionomia demografica e culturale delle nostre famiglie. Un tempo nel nostro Paese emigravano quasi esclusivamente uomini, ma da un paio di decenni, anche per le donne si è aperto un fiorente mercato del lavoro specie nel settore assistenziale e domestico. Nel recente passaggio poi, del singolo emigrante a quello dell’intera famiglia, si è venuta a costituire la realtà del nucleo familiare immigrato che da un lato, permette una maggiore stabilizzazione sociale, dall’altro favorisce i matrimoni misti.
La famiglia italiana oggi
Come già detto, esistono varie tipologie di famiglia: quella nucleare, costituita da genitori e figli; quella unipersonale, costituita da un unico membro, in quanto molte donne e uomini vivono da soli; la famiglia monoparentale, in cui è presente solo un genitore, o per vedovanza o per divorzio, e i figli; la famiglia adottiva, in cui è presente almeno un minore legalmente assegnato a figure genitoriali che provvedono al sostentamento e all’educazione.
Si può vedere, dunque, come la famiglia tradizionale si stia sgretolando: la consunzione lenta e progressiva di questo modello è la conseguenza dei grandi cambiamenti della nostra società, tra cui l’emancipazione culturale delle donne e il loro poderoso ingresso nel mercato del lavoro. Nel variegato panorama che costituisce il quadro delle nuove famiglie prende sempre più corpo una certa espansione della soggettività, a discapito della concezione della famiglia come gruppo.
L’orientamento della società attuale sembra andare verso una separazione dei beni, una individuazione dei bisogni e una conseguente personalizzazione dei consumi. I membri della famiglia tendono a comportarsi come consumatori individuali: i consumi diventano un modo per affermare la propria autonomia o la propria appartenenza a gruppi di riferimento diversi.
“Il Liceo femminile 1923-1928”
Pedagogia
Le storie della scuola che riguardano il periodo fascista e la riforma Gentile si soffermano poco sul Liceo femminile, la cui attività durò il breve arco di tempo intercorso fra il 1923 e il 1928, e che per lo scarsissimo numero di allieve rappresentò un esperimento fallimentare nella politica scolastica del regime; eppure è un illuminante esempio di come l’istruzione femminile veniva considerata dal fascismo nella generale prospettiva di ristrutturazione del sistema scolastico, in quanto scuola che, soddisfacendo il bisogno di dare alla donna un’istruzione separata da quella maschile, la escludeva dagli studi superiori compiendo nell’arco di tre anni un percorso senza sbocchi. Accanto ad essa veniva istituita l’altra scuola «di scarico», la complementare, creata per accogliere parte della popolazione scolastica esclusa dagli studi classici, riservati alla formazione della futura classe dirigente, e incanalare in un percorso breve e di modesto sapere la folla di studenti che non poteva permettersi di proseguire gli studi a livello superiore.
Gentile tentò di dimostrare di aver realizzato le istanze che da tempo si facevano sempre più pressanti di una scuola femminile di cultura disinteressata, «adatta ai bisogni intellettuali e morali delle signorine» nel quadro di «un organismo, in cui potessero essere largamente soddisfatte tutte le giuste esigenze della cultura nazionale».
In realtà questa scuola, dileggiata dai contemporanei e trascurata negli studi successivi, era stata creata con il preciso scopo di stornare le iscrizioni dall’istituto magistrale, ormai sovraffollato in quanto l’unico in grado di offrire alle donne una discreta cultura generale, oltre a prepararle a una professione, quella dell’insegnamento, considerata più confacente alle donne; e per salvaguardare al tempo stesso le scuole ritenute più adatte alla popolazione maschile, vale a dire il liceo classico e l’istituto tecnico, da una «femminilizzazione della scuola». Tutto questo mentre si diffondeva, sia in Italia sia all’estero, il principio della coeducazione dei sessi, e veniva affermandosi l’idea della parità fisica e intellettuale fra la donna e l’uomo. Era dunque un’istituzione di stampo conservatore e retrogrado, che tendeva a relegare la donna in un ruolo subalterno considerandola incapace di intraprendere studi superiori e dedicarsi a professioni autonome e a impieghi come avveniva per gli uomini; di più, era una scuola borghese, pensata per le signorine di buona famiglia che non avevano interesse a proseguire gli studi né la necessità di prepararsi a un mestiere – per queste ultime era sufficiente la scuola complementare – e per le quali l’educazione poteva limitarsi a un’infarinatura di nozioni umanistiche completata con lavori femminili, economia domestica, lezioni di musica e danza; tutto ciò, insomma, che poteva servire da ornamento in un salotto.
La riforma Gentile fu anche una risposta reazionaria allo scompenso che esisteva tra scuola e mercato del lavoro e che generava una sovrapproduzione di forze intellettuali; fra queste ultime era sempre più rilevante la presenza delle donne nelle scuole secondarie e nelle Università. Il sistema ad ostacoli rappresentato dai numerosi esami introdotti fra un anno e l’altro dei vari corsi, la crescente difficoltà dei programmi e la drastica riduzione di scuole, nonché la limitazione degli accessi agli studi universitari furono le misure adottate al fine di impedire le lunghe carriere scolastiche alle masse per riservarle alla classe dirigente; per opporsi alla femminilizzazione nelle scuole fu pensato un sistema di segregazione culturale che era espressione di un più vasto disegno discriminante, e che in campo scolastico doveva raggiungere l’apice con l’esclusione delle donne da alcuni insegnamenti nelle scuole secondarie.
Le origini di questa scuola definita «liceo», ma che del liceo aveva ben poco, possono essere ricostruite a partire dai collegi ed educandati già esistenti negli stati preunitari, i cui programmi, tranne che per le innovazioni gentiliane, quali l’introduzione del latino e della filosofia, erano abbastanza simili; un’istituzione analoga era presente nell’Impero austroungarico, dove i Licei femminili, che davano una preparazione culturale e professionale, erano molto frequentati, e sarebbero stati ripresi e trasformati da Gentile che li aveva trovati nelle terre redente. Nelle intenzioni di Gentile c’era, probabilmente, la volontà di creare una scuola che, con l’andar del tempo, si sostituisse ai convitti e agli educandati religiosi che detenevano il monopolio dell’istruzione per le giovinette; ma questa scuola che, nel suo anacronismo, strideva perfino con l’idea che del ruolo femminile aveva il fascismo, non superò mai, se non di pochissimo, il centinaio di iscritte.
I programmi del liceo femminile
L’esame di ammissione al Liceo femminile prevedeva prove scritte e orali di italiano e latino, conversazioni su alcuni argomenti di storia e di geografia, prove di disegno, canto e uno strumento musicale, e nelle intenzioni del legislatore doveva costituire un filtro che lasciasse accedere solo le più dotate di «grazia aristocratica»: «Si guarderà molto al gusto con cui si leggono gli autori prescelti e alla signorilità dell’espressione», si precisava nelle Avvertenze. Se le indicazioni di Gentile privilegiavano del latino l’aspetto estetico della letteratura, dando grande spazio alla lettura dei poeti e assegnando un ruolo marginale a Plinio, Livio, Cicerone e Tacito, il programma, dopo Fedele, diventa, nelle definizioni del Ministero dell’Educazione Nazionale (MEN), «più armonico e più completo e meglio rispondente al fine assegnato al liceo femminile: l’acquisto di una cultura generale di carattere disinteressato, la educazione al gusto “delle cose belle, alte, gentili”»; le giovinette dovevano perciò dedicarsi allo studio dei costumi religiosi e domestici degli antichi romani, e nei programmi non mancava l’esaltazione della romanità e del cristianesimo.
Orario settimanale e materie d’insegnamento nelle tre classi del Liceo femminile
| Materie d’insegnamento | I | II | III | Tot. |
|---|---|---|---|---|
| Lingua e letteratura italiana e latina | 6 | 6 | 6 | 18 |
| Storia e geografia | 3 | 3 | 3 | 9 |
| Filosofia, diritto ed economia politica | 3 | 3 | 3 | 9 |
| Storia dell’arte (facoltativa) | (2) | (2) | (2) | (6) |
| Lingua francese (facoltativa) | (4) | (4) | (4) | (12) |
| Lingua tedesca o inglese | 4 | 4 | 4 | 12 |
| Disegno | 3 | 3 | 3 | 9 |
| Musica, canto e danza | 2 | 2 | 2 | 6 |
| Strumento musicale (facoltativo) | (2) | (2) | (2) | (6) |
| Lavoro femminile ed economia domestica | 3 | 3 | 2 | 8 |
| Educazione fisica | 2 | 2 | 2 | 6 |
| Totali | 26 | 26 | 25 | 77 |
L’esame per la licenza
L’esame di licenza comprendeva prove scritte e orali di italiano e latino, francese, la lingua facoltativa (inglese o tedesco); una prova orale di filosofia della durata di venti minuti, su argomenti di estetica, morale e sul problema conoscitivo più l’esposizione di un dialogo platonico; conversazioni di diritto ed economia politica, storia e geografia; ma questa era la parte minore dell’esame. Nelle materie artistiche veniva invece sottolineato il lato più «femminile» del tipo di scuola. La prova pratica di disegno consisteva nell’esecuzione di un lavoro ornamentale su un «oggetto casalingo» in cui la candidata doveva dare prova di buon gusto; il programma di storia dell’arte era lo stesso del liceo classico, con l’avvertenza che «nel liceo femminile si richiederà una più profonda conoscenza delle cosiddette arti decorative considerata la funzione che la donna assume nell’ordinamento estetico della casa»; era ritenuto, invece, meno importante che le fanciulle conoscessero la storia dell’architettura. Seguiva un programma di media difficoltà di musica e canto corale e uno strumento musicale, a scelta fra pianoforte e violino; poi l’esame di danza, in minima parte pratico, basato soprattutto su nozioni storiche e teoriche. Ma la parte predominante era costituita dai lavori femminili e dall’economia domestica, che insieme occupavano oltre la metà dell’intero programma. Venivano descritte nei minimi particolari le prove pratiche, complessivamente quindici, che la candidata avrebbe estratto a sorte ed eseguito, consistenti ognuna in una serie di lavori di taglio, ricamo, cucito a mano e a macchina, in cui abbondavano vestine e cuffiette da neonato. Seguivano le prove orali, ossia una discussione del lavoro svolto, disegni alla lavagna e su carta di modelli, preventivi di spesa dell’acquisto dei materiali, ecc.; in tutto, l’esame pratico impegnava una giornata per sei ore, con un intervallo di due, e l’esame orale doveva occupare una ventina di minuti. La prova si concludeva con una conversazione di quindici minuti sulle nozioni di economia domestica, che comprendevano il bilancio familiare, la casa e la mobilia, le cure da darsi agli abiti e alla biancheria, l’alimentazione (inclusa l’utilizzazione degli avanzi) e gli animali domestici.
Il dibattito in Parlamento
In Parlamento la riforma Gentile venne discussa per la prima volta nel maggio 1923, in occasione del dibattito sull’approvazione del bilancio del MPI. La discussione riguardava solo una parte della riforma, quella relativa al riordino della scuola media, e vide i socialisti, rappresentati dai deputati Baratono, Zanzi e Lazzari in netto contrasto con Gentile. La successiva discussione alla Camera si ebbe dal 17 al 19 dicembre 1924 sotto il successore di Gentile, Casati, sempre nel corso del dibattito sul bilancio del MPI. Stavolta i gruppi di opposizione riuniti nel cosiddetto Aventino avevano in gran parte disertato i lavori parlamentari per protestare contro il rapimento e la scomparsa del deputato socialista Matteotti.
In Senato la discussione avvenne nel 1925, nelle tornate dal 2 al 7 febbraio. Oltre al riordinamento della scuola secondaria l’attenzione si concentrava sulla riforma universitaria; la critica della minoranza prendeva di mira in particolar modo i programmi della scuola media, l’esame di Stato e le limitazioni all’autonomia universitaria, e fu qui che si concentrarono le critiche al Liceo femminile.
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Introduzione Valore di una donna - Tesina
Questa tesina di maturità verte sulla donna e sul suo valore a livello sociale. Gli argomenti che vengono trattati nella tesina sono i seguenti: in Psicologia il cambiamento del ruolo della donna dal secondo dopoguerra a oggi, in Pedagogia la Riforma Gentile e il liceo femminile, in Diritto madre e lavoratrice, dalla tutela alla parità, in Storia gli anni Sessanta e Settanta e il movimento femminista, in Inglese Virginia Woolf and the birth of modern feminism, in Letteratura italiana l'immagine della donna, il consultorio familiare, in Igiene le malattie autoimmuni.
Collegamenti
Valore di una donna - Tesina
- Psicologia - Il cambiamento del ruolo della donna dal secondo dopoguerra a oggi.
- Pedagogia - La Riforma Gentile e il liceo femminile.
- Diritto - Madre e lavoratrice, dalla tutela alla parità.
- Storia - Gli anni Sessanta e Settanta e il movimento femminista.
- Inglese - Virginia Woolf and the birth of modern feminism.
- Letteratura italiana - L'immagine della donna (Confronto tra D'Annunzio, Svevo, Montale e Pirandello).
- Tirocinio - Il consultorio familiare.
- Igiene - Le malattie autoimmuni.