LA DISTOPIA
2.1DEFINIZIONE E NASCITA DEL
TERMINE
(Distopia: una società caratterizzata dalla miseria umana, come squallore, oppressione,
malattia)
Se l’utopia affonda le sue radici più profonde nell’ambito religioso e filosofico, la distopia
risulta essere qualcosa di relativamente nuovo, almeno come concetto. Essa nasce, infatti,
come derivata dall’utopia, poiché ne è l’esatto contrario.
Laddove l’utopia è un’immaginaria società perfetta, con regole giuste, un sovrano corretto,
assenza di corruzione e rispetto reciproco, la distopia è la peggiore di tutte le società
possibili. È qualcosa da cui si vogliono prendere le distanze, qualcosa che incatena le nostre
libertà e ci soffoca, fino a farci diventare un semplice nulla in mezzo a tanti altri robot
guidati da un’ideologia a cui ci si è adeguati.
Secondo l’Oxford English Dictionary, il termine venne coniato nel 1868 dal filosofo inglese
John Stuart Mill, come contrario di utopia. Analogamente a quest’ultima, la distopia indica
una società fittizia; le origini, però, attingono sempre al mondo reale, come vedremo poi
analizzandone alcuni esempi rubati alla letteratura.
2.2 distopia e letteratura
Nel primo capitolo, l’utopia è stata vista sotto diverse luci, ma la distopia è diversa. Essendo
un concetto piuttosto moderno, essa è visibile soprattutto sotto un punto di vista letterario (e
numerosi sono gli esempi anche tra film e serie TV contemporanei).
La distopia può essere considerata come un genere letterario, anche se è legata soprattutto
alla fantascienza. In generale, si distinguono ben tre filoni della narrativa distopica:
Il primo, classico, rappresenta una società futura in cui i cittadini vivono sotto
stretto controllo del governo, dove nulla può essere deciso secondo la loro
iniziativa e dove le libertà sono quindi estremamente limitate. Tale società è
caratterizzata da una propaganda serrata e influente, una polizia o
un’organizzazione molto simile che terrorizza i cittadini e li tiene sotto stretta
sorveglianza, una repressione totale del dissenso, spesso anche con mezzi
violenti quali la tortura e la morte;
Il secondo è il cosiddetto filone post-apocalittico. In questo caso, la società
presentata nasce in seguito a catastrofi che hanno portato alla devastazione del
mondo, siano esse di causa naturale, oppure dovute a guerre. Il colpevole di
tutto, ciò, in ogni caso, è quasi sempre l’uomo. Il mondo presenta una
vegetazione ridotta ai minimi termini o anche città diventate come delle
foreste, malattie che vanno diventando sempre più contagiose e che
colpiscono in larga scala la popolazione mondiale, acqua che scompare o al
contrario che sommerge tutto, mutazioni genetiche e una tecnologia spesso
retrograda proprio per paura;
Il terzo filone – spesso il più conosciuto – si pone ad un punto intermediario
tra i due: mostra società dove il governo controlla tutto, sorte in seguito a
catastrofi che hanno inevitabilmente portato il Pianeta alla rovina.
« He who controls the past controls the future. He who controls the present controls the
past. »
• George Orwell, “1984”
« Colui che controlla il passato controlla il futuro. Colui che controlla il presente controlla
il passato. »
• George Orwell; “1984”
Esempio per eccellenza del genere è il capolavoro di George Orwell, 1984. Ambientato in
una Londra dove ogni singolo aspetto della vita dei cittadini è rigidamente controllato dal
Grande Fratello, il romanzo è considerato come uno dei grandi pilastri del genere, insieme
ad un altro grande capolavoro come Il mondo nuovo di Huxley.
1984 non è un’opera che tutti ameremmo leggere: è cupo, il protagonista non è un eroe, e il
lieto fine è ben lungi da essere quello che tutti noi conosciamo, ma è innegabile la portata
realistica, che ci fa fermare a riflettere anche solo per un secondo.
Il romanzo è ambientato in un’epoca che, quando Orwell cominciò a scrivere, era per lui
futura: il 1984, data scelta semplicemente invertendo le ultime due cifre di 1948, anno in cui
l’autore inglese si mise all’opera.
La società dipinta da Orwell è composta da un ammasso di individui senza più un’identità:
quello che li lega è solo l’assoluta fedeltà al Partito,
l’unico che, tramite un ben congegnato sistema,
controlla ogni aspetto della vita degli abitanti di
Londra. Le giornate sono rigidamente scandite: dalla
sveglia, alla ginnastica mattutina, fino al lavoro, e la
cena. Non c’è scelta. Non c’è nemmeno amore: gli
abitanti vengono accoppiati “dall’alto” e l’unico fine è
la procreazione, la sicurezza di una continuità della
vita che possa far prosperare la società.
« Until they became conscious they will never rebel, and until after they have rebelled they
cannot become conscious. »
• George Orwell, “1984”
« Finché non fossero diventati coscienti, non si sarebbero mai ribellati, e finché non si
fossero ribellati, non sarebbero diventati coscienti. »
• George Orwell; “1984”
Inquietante e d’impatto è anche uno degli slogan del partito: «War is peace, freedom is
slavery and ignorance is strenght – la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è
forza». Queste tre frasi sono una sintesi di com’è il mondo di 1984: la guerra tra le tre
grandi nazioni – Eurasia, Oceania e Estasia – è il motore della vita, la libertà non è
auspicabile, perché persone libere non sarebbero controllabili dal Partito; l’ignoranza è
forza, perché avendo un popolo ignorante, il governo può controllarlo a suo piacimento,
tant’è vero che la società cambia idea a seconda di quello che i potenti dicono: se un giorno
sono in guerra con una nazione e alleati con un’altra, non è possibile parlare di una vecchia
guerra tra le potenze alleate; se il Partito sostiene che 2+2=5, allora il risultato non può
essere 4. « “You are a slow learner, Winston."
"How can I help it? How can I help but see what is in front of my eyes? Two and two are
four."
"Sometimes, Winston. Sometimes they are five. Sometimes they are three. Sometimes they
are all of them at once. You must try harder. It is not easy to become sane.” »
• George Orwell, “1984”
« “Sei uno che impara lentamente, Winston.”
"Ma come posso fare a meno..." borbottò Winston "come posso fare a meno di vedere quel
che ho dinanzi agli occhi? Due e due fanno quattro."
"Qualche volta, Winston. Qualche volta fanno cinque. Qualche volta fanno tre. Qualche
volta fanno quattro e cinque e tre nello stesso tempo. Devi sforzarti di più. Non è facile
recuperare il senno." »
• George Orwell; “1984”
In un mondo in cui non vi è possibilità di fuga, però, il protagonista – Winston Smith –
capisce di essere diverso: sarà proprio la sua impossibilità di uniformarsi alle scelte del
regime a costargli cara; e non solo a lui, ma anche alla sua amata Julia.
È inquietante il messaggio trasmesso dal romanzo: pur essendo fantascienza, esso ci
riguarda da vicino. Orwell dipinge un mondo che ha molto in comune con i regimi totalitari
del secolo scorso – non a caso, l’autore era famoso anche per un altro romanzo, La fattoria
degli animali, favola satirica per sottolineare le caratteristiche più sgradite dell’allora regime
stalinista. In ogni caso, Orwell è stato un vero e proprio
maestro anche per gli scrittori arrivati dopo di
lui: la distopia, infatti, conosce un grande
sviluppo soprattutto a partire dal secondo
dopoguerra.
Sembra quasi ironico: vengono dipinte
immaginarie e sgradite società dopo un
periodo in cui esse erano esistite per davvero
e molti avevano l’impressione che si fossero
estinte.
Il fattore comune della distopia è infatti
questo: così come l’utopia attinge alla realtà
per provare a migliorarla, la distopia la
distorce, la rende ancora più atroce, spesso
sottolineando tutto ciò con un marcato
umorismo che inquieta e spaventa.
Alla base di tutto c’è sicuramente la paura: paura che tutto ciò possa accadere ancora; essa si
accompagna però al suo esatto contrario, il coraggio, quello di mostrare tutte le “storture”
della società, denunciarle dinnanzi al grande pubblico.
La distopia ha un potere propagandistico immenso, se si sa leggere tra le righe.
D’altronde, la letteratura ha sempre avuto un ruolo importante in tal senso: numerosi sono
gli autori che hanno scritto a fini politici. Basti solo pensare a Bertolt Brecht e al suo
episches Theater, il cui scopo era proprio far riflettere lo spettatore riguardo a temi che lo
toccavano da vicino; oppure Charles Dickens e il suo esagerare con le descrizione per
attirare l’attenzione della borghesia leggente su problemi in cui loro erano coinvolti.
Insomma, sulla scia di una tipica attitudine letteraria, la distopia cerca di fare denuncia. E
quale miglior modo, se non spaventare i lettori per indurli a frenare un po’, dinnanzi a certi
comportamenti che sono tipicamente umani?
La distopia, però, non ha solo gli accesi toni politici di Orwell. Spesso, i romanzi del genere
vanno a mischiarsi alla fantascienza più pura – altro filone, non a caso, che sviluppa in
seguito alle numerose scoperte tecnologiche del secolo scorso.
Analogamente al campo politico, la distopia legata al mondo fantascientifico ha la tendenza
a esasperare dati reali. In questo caso, sono le tecnologie ad essere soprattutto le
protagoniste; le nuove scoperte, da un lato mostrate in tutte le loro migliori comodità,
dall’altro nel loro aspetto più alienante.
Tra i più grandi maestri del genere va sicuramente ricordato Isaac Asimov: i suoi libri sono
una sorta di culto della scienza, così come quelli di Philip K. Dick.
Ogni tanto, poi, la distopia si mischia al fantasy: ecco allora che nascono romanzi del
calibro di Io sono leggenda di Richard Matheson, dove gli antagonisti non sono più partiti
politici con l’ossessione del controllo, ma vampiri assetati di sangue, che ogni sera cercano
di uccidere l’ultimo uomo ancora tale sulla Terra.
È innegabile che negli ultimi tempi il genere abbia subito una grande
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