Suicidio, tesina

Tesina di maturità sul suicidio. Materie: Italiano, Latino, Ed.fisica, matematica, fisica, antropologia, sociologia, biochimica.

E io lo dico a Skuola.net

Il suicidio

Introduzione

La tesina affronta il tema del suicidio nel passato e nel presente.
Ho scelto quest’argomento perché è un’esperienza che mi tocca da vicino e ho deciso di affrontare questo grandissimo demone.
Il suicidio nasconde mille misteri, mille perché, mille ragioni. Bisogna riconoscere che per attuare “la morte di se stessi” si deve essere davvero convinti e coraggiosi.
Approfondendo tale tema nella mia tesina di maturità, ho costatato che i più grandi letterati e sociologi si sono cimentati nel definire il fenomeno e a studiarlo nei minimi dettagli.
1 - Il filosofo e scrittore latino Seneca, dopo aver studiato il tema, si preoccupò di trasmettere le proprie idee tramite le epistole a Lucilio.
2 - Il poeta Leopardi ne ha studiato cause ed effetti e ha stilato una teoria “filosofica” per spiegarne i motivi.
3 - Attualmente si sente parlare, sempre più frequentemente, di casi di anoressia che scaturisce dall’amore e dall’odio dei carboidrati e da tutto ciò che fa sembrare “inaccettabili”, agli occhi degli altri, i giovanissimi fino a portarli all’inedia.
4 - Oscar Wilde ne “Il Ritratto di Dorian Gray” descrive ben due suicidi; uno dettato dal rifiuto della persona amata, l’altro segnato dai sensi di colpa scanditi dalla perdita della purezza giovanile.
5 - Il suicidio segna il declino di un individuo e in ambito matematico tale declino o il suo opposto viene indicato dalla DERIVATA.
6 - In Fisica, spesso, tra due corpi scatta una “scossa elettrica” di diversa intensità che può portare al “corto circuito” causa di morte.
7 - In ambito sociologico prenderò in considerazione le teorie sul suicidio di Émile Durkheim mentre da un punto di vista antropologico delineerò quanto la religione jainista afferma circa i periodi lunghi di digiuno volti a favorire la meditazione nonché la morte.

LATINO
Seneca nacque a Cordova nel 5 d. C. da una buona famiglia del ceto equestre spagnolo. Studiò a Roma: suoi maestri furono Attalo e Sozione, appartenenti alla Nuova Stoà, i cui insegnamenti erano improntati a un rigido rigorismo morale.
Dopo un viaggio in Egitto, Seneca iniziò a Roma la sua carriera politica e gli studi di retorica: la sua abilità oratoria e la sua elevata condizione sociale gli consentirono di integrarsi nella vita della corte imperiale. Ma la crisi dei rapporti tra imperatore e Senato, prima sotto Caligola e poi sotto Claudio, ebbero ripercussioni anche sul destino di Seneca: Caligola, infatti, lo condannò a morte perché pare fosse invidioso dei suoi successi retorici; Claudio, invece, lo esiliò in Corsica, accusandolo di adulterio con una principessa della casa imperiale. L’esilio durò otto anni dal 41 al 49 d. C; durante questo periodo Seneca scrisse due consolationes, quella “Ad Helviam matrem” per consolarla del triste momento, e quella “Ad Polybium”, il potente liberto di Claudio, per consolarlo della perdita del fratello, ma con l’intento di avere un’intercessione da parte sua presso l’imperatore per la revoca dell’esilio. Questa arrivò, invece, per l’intervento di Agrippina (seconda moglie di Claudio e madre di Nerone), che volle Seneca come consigliere e maestro del figlio.
Alla morte di Claudio, Nerone diventò imperatore sotto la guida di due capaci consiglieri, Seneca, appunto, e Afranio Burro, il prefetto del pretorio. In veste di precettore di Nerone, * Seneca cercò di indirizzare il giovane imperatore verso un governo saggio e oculato, ma il suo progetto fallì, poiché ben presto Nerone si sottrasse all’influenza del filosofo, attratto sempre più dalla via del dispotismo regale di stampo orientale. Gli anni dal 55 al 59 videro la corte imperiale teatro di trame politiche e di uccisioni; tra le vittime illustri: Britannico, il fratellastro e la stessa Agrippina. Nel 62 il filosofo chiese di ritirarsi a vita privata: da allora si dedicò agli studi, componendo un trattato filosofico- scientifico, le “Naturales Quaestiones “e le “Epistulae morales ad Lucilium”. Pochi anni dopo, coinvolto nella congiura di Pisone (65), fu costretto dal principe a suicidarsi: il drammatico racconto della sua morte si trova negli “Annales” di Tacito.
Le Epistulae morales ad Lucilium (Lettere morali a Lucilio) sono una raccolta di 124 lettere (suddivise in 20 libri) scritte da Lucio Anneo Seneca al termine della sua vita. L'opera fu scritta negli anni del disimpegno politico, tra il 62 e il 65, ed è giunta a noi incompleta. Questo epistolario costituisce un caso unico nel panorama letterario latino, sebbene Seneca abbia tratto l'idea di comporre lettere filosofiche da Platone e da Epicuro.
Rispetto alla tradizione epistolare, rappresentata in particolare da Cicerone, il filosofo distingue le lettere filosofiche dalla comune pratica epistolare. Seneca è ritenuto per molti versi un precursore nel mondo classico di tanti ideali cristiani. Su un tema però bisogna riscontrare una consistente differenza tra il filosofo e la dottrina cristiana: il suicidio. Seneca non solo accetta il suicidio, ma lo considera addirittura come un’autentica forma di liberazione in tutti quei casi in cui l’uomo sia turbato nella propria tranquillità da ripetuti eventi negativi. Secondo il filosofo, ci sono situazioni dove la vita diventa una prigione e l’unico modo in cui l’uomo può sciogliere le catene della schiavitù è togliersi la vita. Nell’Epistola 70 (Epistulae Morales Ad Lucilium) scrive:
“Quae, ut scis, non semper retinenda est; non enim vivere bonum est, sed bene vivere. Itaque sapiens vivet quantum debet, non quantum potest. Videbit ubi victurus sit, cum quibus, quomodo, quid acturus. Cogitat semper qualia vita, non quanta sit. [sit] Si multa occurrunt molesta et tranquillitatem turbantia, emittit se; nec hoc tantum in necessitate ultima facit, sed cum primum illi coepit suspecta esse fortuna, diligenter circumspicit numquid illic desinendum sit”
“Non è opportuno, lo sai, conservare la vita in ogni caso; essa infatti non è di per sé un bene; lo è, invece, vivere come si deve. Pertanto il saggio vivrà quanto a lungo gli compete, non quanto più può; osserverà dove gli toccherà di vivere, con chi, in che modo e quale sarà la sua attività. Si preoccupa sempre della qualità, e non della quantità della vita: se gli capitano molte cose spiacevoli, e tali da turbare la tranquillità del suo animo, egli si mette senz’altro in libertà. E non lo fa soltanto in casi di estrema necessità, ma appena la Fortuna cominciare a diventare sospetta, considera attentamente sotto ogni punto di vista se non sia quello il momento di porre fine all’esistenza.”
Se le conclusioni di Seneca sul suicidio non sono poi così originali rispetto al quadro generale offerto dalla cultura classica (specialmente dalla dottrina stoica), assumono però un certo interesse le ragioni in virtù delle quali – secondo il filosofo – si sarebbe legittimati al suicidio. In particolare per Seneca virtù e felicità coincidono: per essere felice l’uomo deve innanzitutto essere virtuoso. E dunque, laddove l’uomo non possa perseguire la virtù gli converrà lasciare la vita.


Se essere felici è quasi impossibile a che serve continuare a vivere, questo potrebbe essere quanto pensava, nel suo pessimismo storico Leopardi.
ITALIANO
Giacomo Leopardi nasce a Recanati, nelle Marche, da una famiglia di nobile origine, ma economicamente dissestata dalla cattiva amministrazione del padre il conte Monaldo, dovuta alla leggerezza e all’inesperienza. Alla salvezza del patrimonio si dedicò la madre del poeta, Adelaide Antici, una donna energica, che riuscì nell’intento ma a prezzo di duri sacrifici per sé e per la famiglia. Il giovane Giacomo studiò con il padre e con due precettori, ma molto precocemente continuò da solo e trascorse sette anni di studio “matto e disperatissimo” nella biblioteca del padre dove si formò un vasto bagaglio culturale rovinandosi la salute. Tra il 1816 e il 1819 il poeta si convertì dalla religione cattolica, alla quale era stato educato fin da piccolo, all’ateismo e al materialismo illuministico. In questi anni cambiarono anche le sue idee politiche: da quelle reazionarie, cioè controrivoluzionarie, del padre a quelle democratiche e patriottiche, assecondate dall’amico Pietro Giordani. Le sofferenze per l’arretratezza culturale dell’ambiente di Recanati lo portarono ad un tentativo di fuga. Solo in seguito, nel 1822, ottenne il permesso di recarsi a Roma, dalla quale fece ritorno profondamente deluso per la meschinità degli uomini e per la frivolezza delle donne. Durante questo soggiorno si commosse soltanto visitando la tomba del poeta rinascimentale Torquato Tasso, al Gianicolo. Poco dopo essere tornato nella sua Recanati, amata e odiata allo stesso tempo e dove tornerà anche in altre occasioni, ripartì alla volta di Milano, passando poi a Bologna, Pisa e Firenze. Qui conobbe un esule napoletano, Antonio Ranieri, con il quale strinse una forte amicizia e insieme si trasferirono a Napoli, città dove il poeta morì nel 1837.
Il pensiero di Leopardi è predominato da un pessimismo per l’infelicità dell’uomo. Il poeta riconosce la felicità dell'uomo nel raggiungimento del piacere infinito, ma non esiste piacere che possa soddisfare questa esigenza, perciò nasce nel genere umano un senso di insoddisfazione continua, un vuoto incolmabile e di nullità di tutte le cose: questo non va visto in senso religioso e metafisico ma in senso materiale. L’uomo è, dunque, infelice per la sua costituzione, ma la Natura benigna ha consolato le sue creature attraverso l’immaginazione e l’illusione nelle loro misere condizioni. Con il progredire della civiltà e utilizzando la ragione, l’uomo si è allontanato da quella condizione vedendo la realtà più lucidamente. È su quest’antitesi, tra natura e ragione, antichi e moderni, che si fonda il pensiero leopardiano. Gli antichi, ricchi di illusioni, erano in grado di compiere azioni eroiche e magnanime, la loro vita era più attiva e intensa e questo faceva dimenticare loro la nullità dell’esistenza; al contrario, il mondo moderno ha ignorato l’illusione, e l’uomo è incapace di compiere azioni eroiche. Da questo si può dedurre che la colpa dell’infelicità è dell’uomo che si è allontanato dalla natura benigna. Leopardi giudica male la sua età, dominata dalla pigrizia e dalla noia profonda: questi sono i temi delle sue liriche e da qui scaturisce l’atteggiamento titanico, cioè il poeta sfida da solo il fato maligno che ha condannato l’Italia ad una misera condizione; questo tema dà forma al pessimismo storico: la condizione negativa del presente è vista come conseguenza di un processo storico. Ma Leopardi, col passare del tempo, si rende conto che è sbagliato considerare la Natura benigna perché essa, più che a garantire il bene e la felicità dell’uomo, mirava a conservare la specie e questo generava sofferenza. Inoltre si rende conto che la Natura ha attribuito all’uomo il desiderio della felicità infinita, ma non gli ha fornito gli strumenti utili per soddisfarla.
Il poeta si ritrova così in una concezione dualistica e attribuisce la responsabilità del male al fato. Egli concepisce la Natura non più come madre amorosa e provvidente, ma come un meccanismo cieco perché indifferente alla sorte delle sue creature: la natura è definita dall’Autore malvagia, crudele e persecutoria. L’infelicità è, quindi, causata dai mali esterni cui nessuno può sfuggire: malattia, elementi atmosferici, cataclismi, vecchiaia e morte. Al pessimismo storico, si sovrappone un pessimismo cosmico, cioè l’infelicità è attribuita ad una condizione assoluta di natura. Leopardi, consapevole di tutto questo, si mostra ironico, distaccato e rassegnato; il suo ideale, perciò, non è più l’eroe antico, ma il saggio antico caratterizzato dall’atarassia, cioè dal distacco imperturbabile dalla vita.
Dialogo di Plotino e Porfirio
Quest’operetta è stata scritta da Leopardi nel 1827 e parla dell’opportunità del suicidio. Essa vede come protagonisti due filosofi della scuola platonica: Plotino e Porfirio. Plotino inizia il dialogo dicendo che il suo allievo Porfirio vorrebbe compiere giustizia contro la sua esistenza suicidandosi e lo invita a confidarsi con lui per capire se questo gesto è giusto o sbagliato. Porfirio, allora, dice che tutti i sentimenti della vita, compreso il dolore, sono vani e per questo crede che per porre fine a tutto ciò sia necessario il suicidio. La morte rappresenta una medicina per tutti i mali dell'uomo, e per questo egli non deve averne timore, come avviene per la maggior parte degli uomini. Plotino afferma, quindi, che se tutti gli uomini tentassero il suicidio, non verrebbe garantita la continuità della specie e per questo crede che sia contro Natura. Porfirio poi sostiene che come la Natura ha dato all'uomo l'odio e il timore per la morte, Essa propende per la felicità che è irraggiungibile, quindi, è lecito per l'uomo abbreviare la vita piena di sofferenza con la morte. Plotino afferma che è inevitabile che l'uomo nella vita abbia dei patimenti e che il dolore accompagnerà l'individuo nel corso di tutta la sua vita e il piacere verrà raggiunto solo inconsapevolmente. Questo si ricollega alla teoria del piacere secondo la quale il desiderio illimitato e infinito cessa solo con la morte. Per questa ragione Porfirio afferma che senza speranza di un certo fine, l'esistenza umana non ha alcun senso. Plotino risponde dicendo che il suicidio mira ad annullare i dolori personali, ma accentua i dolori dei propri cari e conclude dicendo che la condivisione dei propri dolori con gli altri aiuta a sedarli.


Spesso la condivisione di una comune sofferenza, amorosa e non, spinge i giovani a “cambiare” il proprio modo di essere e di apparire agli altri cambiando la “forma” della loro persona.
SCIENZE MOTORIE
L'anoressia è un disturbo alimentato da una distorsione della propria immagine corporea, in altre parole una percezione differente e negativa (eccessivamente grassa) rispetto a quella collettiva. Per questo, il malato di anoressia tenta di dimagrire nella speranza (vana) che ciò possa contribuire a ridurre il disagio che lo affligge; ovviamente, il tentativo è del tutto inutile poiché (di solito) la percezione degenera progressivamente, in base allo stato psicologico, dunque non accenna a migliorare nonostante i cambiamenti fisici reali. Non è ben chiaro se gli altri disturbi, o sintomi di natura psichiatrica (ansietà, depressione, ossessività) costituiscano una causa o una conseguenza dell'anoressia nervosa. D'altro canto, è spesso necessario curare queste condizioni e moderarne i sintomi al fine di ottenere una remissione patologica dell'anoressia nervosa stessa. L'anoressia nervosa, di per sé, è correlata (anche se gli studi non sono sempre d'accordo) ad un aumento del tasso di mortalità. Le forme gravissime di denutrizione associata, provocata dalle condotte alimentari inappropriate ed eventualmente dai metodi di compenso e/o purgativi (ad es. vomito autoindotto e/o uso di lassativi specie nella bulimia), partecipano ad aumentare il tasso di mortalità nell'anoressia nervosa oltre alle componenti psicologiche; tra queste, depressione, disturbi ossessivi, ansietà.
Purtroppo, nelle condizioni più gravi, può sorgere nel soggetto il desiderio di porre fine alla propria esistenza attraverso il suicidio.
In un documento intitolato “Suicidio e tentato suicidio nell'anoressia nervosa e nella bulimia nervosa”, dell’“Università degli Studi La Sapienza” di Roma è citato quanto segue. “ Nell'anoressia nervosa, il suicidio è una delle motivazioni primarie di morte dei pazienti. Si rileva che i fattori di rischio unanimi siano principalmente: le condotte purgative, la cronicizzazione del disturbo, l'impiego di droghe, i sintomi ossessivi, la depressione maggiore e un Body Mass Index (BMI) estremamente ridotto già dalla prima rilevazione medica. Nell'anoressia nervosa, il suicidio è valutato come la causa di morte più frequente, mentre i relativi tentativi rappresentano un pericolo di notevole importanza. Valutando con maggior accuratezza la psicopatologia di questi pazienti ed includendo la relativa tendenza suicida, dovrebbe essere possibile ottimizzare i metodi di prevenzione riguardanti i comportamenti suicidari e, quindi, ridurre la morte dei soggetti affetti da anoressia”.

I nutrienti per eccellenza che vengono considerati i peggiori nemici della LINEA di un individuo, specie delle donne sono sicuramente i Carboidrati con i loro legami chimici.
SCIENZE NATURALI
I carboidrati, chiamati anche glucidi, sono i componenti organici più abbondanti sulla Terra e sono fonte di energia. A questa classe appartengono gli zuccheri, come il glucosio che è prodotto nelle parti verdi della pianta dal diossido di carbonio e dall’acqua. Il processo di fotosintesi clorofilliana, che trasforma energia solare in energia chimica, è questo: 6 CO2 (Anidride carbonica) + 6 H2O (Acqua) + Luce → C6 H12 O6 (Glucosio) + 6 O2 (Ossigeno).
I carboidrati si suddividono in:
• Monosaccaridi: sono carboidrati semplici che si legano per formare disaccaridi o polisaccaridi. I monosaccaridi che sono composti di carbonio, hanno tale atomo al centro e quest’ultimo ha il compito di formare i vari legami. Sono determinati da gruppi funzionali: gruppo alcolico (_OH); gruppo aldeico (_CHO) e gruppo chetonico (C=O). Sulla base dei vari legami si creano delle proiezioni dette di Fischer che si ottengono immaginando di proiettare l’atomo di carbonio su un piano. Poi si dà la lettera “D” alla configurazione della gliceraldeide che ha il gruppo ossidrile (_OH) a destra:

Invece la lettera “L” è data alla configurazione della gliceraldeide con l’ossidrile a sinistra:

• Disaccaridi: sono l’unione di due monosaccaridi tra _OH di uno e _OH dell’altro, chiamato legame glicosidico e la liberazione di una molecola d’acqua.
Quelli più importanti sono:
o Maltosio: derivante dall’idrolisi parziale della molecola di amido.
o Cellobiosio: derivante dalla parziale idrolisi della cellulosa.
o Lattosio: componente zuccherino del latte.
o Saccarosio: che forma lo zucchero di canna e di barbabietola.
• Polisaccaridi: sono l’unione di più monosaccaridi. Quelli più importanti sono tre:
o L’amido: è presente nelle patate, nei semi dei cereali ed è la riserva tipica delle piante. In esso ci sono due componenti: l’amilosio e l’amilopectina.
o Il glicogeno: è normalmente accumulato nel fegato e nei muscoli.
o La cellulosa: è il più abbondante composto organico esistente sulla Terra. Il mondo cellulare è per la maggior parte fatto da cellulosa.
I carboidrati svolgono le seguenti funzioni:
1. Sostegno dell’organismo.
2. Riserva energetica.
3. Fungono da segnali di riconoscimento per un certo tipo di cellule.

Per sostenere un amore o un disamore occorrono molte energie e se esse non sono presenti si rischia di scegliere la via “facile” del suicidio, come testimonia la vita e l’opera di Oscar Wilde.
INGLESE
Oscar Wilde was born in Dublin. After graduating in classical studies at Trinity College, Dublin, Wilde went to Oxford. He settled in London and became a popular and eccentric dandy. In 1882 he gave a lecture tour in America, famously saying on his arrival in New York: “I have nothing to declare but my genius.” He then spent several months in Paris where he met Mallarmè, Verlaine, Hugo, Zola and Balzac. In the spring of 1895 Wilde’s popularity declined sharply when he was arrested and imprisoned for homosexual offences. After his release in 1897, Wilde emigrated to France, where he lived in poverty and obscurity and died in 1900.
In 1881 Wilde published his first volume of poems. These were followed by the collection “Lord Arthur Savile’s Crime and Other Stories” and his famous novel “The Picture of Dorian Gray”. The climax of his success, however, were his comedies. These included “Lady Windermere’s Fan”, “A Woman of No Importance”, “ An Ideal Husband” and “The Importance of Being Earnest.” During his two years in prison he wrote his confession “De Pronfundis.”
The Picture of Dorian Gray
The Preface to The Picture of Dorian Gray is considered a manifesto of the Aesthetic movement, expressing Wilde’s ideas on art in general:
• the artist is the creator of the beautiful things;
• there is no such thing as a moral or an immoral book. Books are well written or badly written;
• no artist has ethical sympathies;
• the artist can express everything;
• vice and virtue are to the artist materials for an art.
The novel is set in London in the nineteenth century. Speaks of Dorian Gray, a young man by the extraordinary beauty, purity, simplicity, capable of transmitting unique feelings to those around him. The story begins in the studio of painter Basil Hallward, a man endowed with special sensitivity and test strong feelings against this guy, which is executing the portrait. With him is Lord Henry Wotton, cynical mentor with particular elegance. Under his influence, Dorian rapidly deteriorates, driven by him towards a life of pleasure and sensation. For a while he falls in love with Shakespearean actress, Sybil Vane, but he then cruelly accuses her of being no actress, and she commits suicide. Meanwhile the portrait, which is endowed with supernatural qualities, has become the mirror of Dorian's inner life, so whatever he feels or thinks or does is reflected in the portrait, while he retains his youth and beauty. The more he degenerates, the more hideous his portrait becomes. So he decides to lock it away in a room for which he only has the key. years pass and Dorian's life becomes more and more dissolute. On the eve of his thirty-eighth birthday he receives a visit from Hallward, who tries to persuade him to change of his life. Dorian then shows him his terrible disfigured and aged portrait but, realizing that he has actually revealed his inner self , he stabs him with a knife. the portrait has now become unspeakably revolting, so Dorian decides to slash it with the same knife with which he has killed the painters. Inhabitants of the house hear a terrible cry and when they enter the room find Dorian lying on the floor with a knife in the chest. Yet they can identify him only by his rings since he has become a ghastly, wrinkled wreck of a man, with all his sins on his face, while over him hangs the portrait of the youthful and beautiful Dorian restored to what it was in the beginning.
The main theme of the novel is divided personality, but there are also other secondary themes, such as dandyism, the cult of the sense, hedonism and narcissism. The real inspiration of Dorian Gray is "A Rebours", a book of Huysmans, which tells the dissolute life and devoted himself exclusively to the cult of the young Jean Des Esseintes, regardless of the moral rules and judgments of society.

Ogni individuo, nella sua vita vive dei momenti di declino o di trionfo a seconda delle “funzioni” che regolano la logica odierna dei rapporti sociali.
MATEMATICA
Derivata D (f)=f’ indice di un declino o del suo opposto (da mettere nel percorso.)
È un operazione che permette di calcolare quando una funzione è crescente o decrescente e, inoltre, permette di trovare i punti di massimo e di minimo.

Con la derivata si può calcolare anche la concavità: o verso l’alto o verso il basso. Il punto in cui una funzione cambia la concavità si chiama flesso e la linea che li separa di chiama tangente di flesso.

Limite del rapporto incrementale: D (f)= lim
h 0


Da un punto di vista geometrico dire che una funzione è derivabile significa dire che: la retta tangente al grafico esiste ed è unica ed inoltre essendo un numero, ne consegue che tale retta non è parallela all’asse ed il valore della derivata è uguale alla tangente goniometrica dell’angolo che viene a formarsi tra la retta tangente e la direzione positiva dell’asse.

Se le cose funzionano tra gli individui, specie in campo amoroso, si dice che tra di loro c’è “elettricità”.

FISICA
I corpi si possono elettrizzare, assumendo una carica elettrica totale di segno positivo o negativo; secondo l’ipotesi di Franklin: cariche di segno uguale si respingono, cariche di segno opposto di attraggono. Nel 1897, il fisico inglese Joseph John Thomson scoprì l’elettrone, una particella di massa molto piccola che ha carica negativa. Si scoprì, in seguito, che tutti gli atomi contengono due tipi di particelle cariche: gli elettroni con carica negativa e i protoni con carica positiva. Gli atomi contengono tanti protoni quanti elettroni e, quindi, sono elettricamente neutri. Quando un corpo è carico, significa che c’è uno squilibrio tra il numero di protoni e di elettroni.
Gli elettroni possono passare da un corpo all’altro. Un corpo elettrizzato negativamente ha un eccesso di elettroni, un corpo elettrizzato positivamente ha una mancanza di elettroni.
Negli isolanti (plastica, ceramica) le cariche non possono spostarsi.
Nei conduttori (ferro, corpo umano) vi sono cariche elettriche libere di muoversi.
L’Elettrizzazione per strofinio (isolanti) avviene quando un corpo riesce ad attirare a sé oggetti molto leggeri, ad esempio: strofinando il vetro con la lana, si può elettrizzare l’isolante, cioè gli elettroni passano dal vetro alla lana.
I conduttori possono essere elettrizzati per contatto: parte della carica presente su un conduttore elettrizzato passa ad un secondo conduttore neutro che viene a contatto con esso. Un oggetto è carico se, messo a contatto con un elettroscopio, fa divaricare le sue foglie. Per misurare la carica elettrica si sceglie una carica come unità di misura, poi si tara l’elettroscopio con una scala che misuri le divaricazioni delle foglie.
Nel Sistema Internazionale l’unità di misura della carica elettrica è il coulomb (C). Tutte le particelle elementari conosciute hanno una carica che è un multiplo (positivo o negativo) di e.
 è l’opposto della carica dell’elettrone.
L’Elettrizzazione per induzione riguarda i conduttori. È la ridistribuzione di carica, in un conduttore neutro (sfera metallica), causata dalla vicinanza di un corpo carico (plastica). Permette di caricare un conduttore neutro
L’Elettrizzazione per polarizzazione interessa, invece, gli isolanti. È la ridistribuzione di carica in un isolante neutro, causata dalla vicinanza di un corpo carico. Spiega perché piccoli oggetti neutri (come pezzettini di carta) sono attratti da un corpo carico (penna strofinata). I corpi isolanti sono neutri (vi è una forza nucleare maggiore rispetto ai conduttori), quindi, gli elettroni sono più legati al nucleo dell’atomo; questo comporta una ridistribuzione ordinata ed allineata delle cariche interne.


Riprendendo la “triste” tematica del suicidio ne delineo le caratteristiche sociologiche emerse dagli studi di Durkheim.
SCIENZE UMANE
SOCIOLOGIA
Émile Durkheim
Nasce in una famiglia modesta, ma erudita di ebrei praticanti e, anche a causa delle responsabilità derivategli dalla morte del padre, rabbino, avvenuta quando lui non era ancora ventenne, sviluppa un carattere impegnato e severo e la convinzione che per il progresso intellettuale gli sforzi e le sofferenze contribuiscano più delle situazioni piacevoli. L'esperienza di vita di Durkheim è fortemente condizionata dalla sconfitta della Francia contro la Prussia e gli altri stati tedeschi (Guerra franco-prussiana del 1870-71), infatti, a seguito di questa l'Alsazia, terra di origine dei Durkheim, passò alla Germania. A seguito di ciò il padre di Émile, per non divenire suddito germanico, si trasferì a Parigi: fu qui che il futuro sociologo iniziò i suoi studi. I suoi successi scolastici gli consentono di accedere all'École Normale Supérieure, dove studia filosofia. In questo periodo conosce Jean Jaurès, futuro leader del Partito Socialista Francese, come lui mosso da principi etici rivolti ai problemi della società. Nel 1882 consegue l'Agrégation de philosophie e fino al 1887 insegna in scuole secondarie di Sens, San Quintino e Troyes. , quindi, un insegnamento all'Università di Bordeaux dove divenne professore di filosofia sociale e rimase fino al 1902. Successivamente passa alla Sorbona, dove diventa ordinario nel 1906 e dove si occupa con grande impegno di iniziative volte al miglioramento degli insegnamenti. Lo scoppio della prima guerra mondiale, la morte del suo unico figlio sul fronte balcanico e le accuse dei nazionalisti, che gli rinfacciano di essere di estrazione tedesca e di insegnare una disciplina straniera, demoralizzano il sociologo e lo gettano in un grave stato emotivo, preludio di un ictus che ne causerà la morte nel 1917.
Il lavoro empirico fondamentale di Durkheim è la sua ricerca sulle cause sociali dei suicidi, basandosi su studi preesistenti, dati d'archivio e altri documenti. Durkheim parte dalle acquisizioni della statistica e dall'idea che il suicidio, pur essendo un atto individuale, dipende da fattori sociali ed è perciò un fatto sociale: un insieme di fatti individuali che assumono rilevanza sociale. Verificò che non c'era nesso tra suicidio e malattia mentale, ritenendo che i suicidi fossero legati alle condizioni sociali. Durkheim attraverso meticolose analisi dei dati statistici, passa in rassegna i fattori extrasociali e ad uno a uno li esclude. Le statistiche dimostrano che non c'è correlazione tra tassi di suicidio e di follia. Con ragionamenti statistici analoghi Durkheim esclude che siano cause rilevanti la razza, l'ereditarietà, il clima, l'andamento stagionale della temperatura e l'imitazione. Egli arriva alla conclusione che i suicidi sono più probabili quando i legami sociali si allentano, l'individuo non è più integrato in una rete relazionale ed è lasciato in balìa di se stesso, senza la guida morale della società. Per indicare la particolare condizione in cui il controllo della società sull'individuo s’indebolisce, parla di anomia, che propriamente significa assenza di norme. La completa anomia, la totale assenza di norme è impossibile ma, di fatto, possono crearsi situazioni caratterizzate da forte disgregazione, in cui gli individui non hanno sufficienti riferimenti e sono come tagliati fuori, sganciati dalla struttura sociale, è da lì che il rischio di autodistruzione si fa elevato. La correlazione tra anomia e suicidi si basa su dati statistici di vario genere e su comparazioni, considerazioni e ragionamenti. Il tasso di suicidio è alto tra i protestanti, intermedio tra i cattolici e basso tra gli Ebrei. Le differenze non sono riconducibili alla proibizione nelle diverse tradizioni religiose, ma bisogna tener conto del fatto che la comunità ebraica è la più coesa, la cattolica ha un grado di coesione intermedio e la protestante è la più individualistica. Questo fattore è quello caratteristico, perché si ritrova in tutte le altre correlazioni che si possono analizzare. Il suicidio è più diffuso nelle società con un grado maggiore d’istruzione. La frequenza dei suicidi è più bassa nelle donne che partecipano maggiormente alla vita famigliare e religiosa. Il lavoro di Durkheim sul suicidio è di grande interesse per la storia della sociologia, tuttavia presenta seri limiti: i dati adoperati non sono sempre attendibili, perché l'uso di determinate fonti implicava distorsioni, non considerate da Durkheim; i ragionamenti statistici lasciano spesso a desiderare e possono apparire grossolani al ricercatore di oggi; inoltre, l'ostinazione nel trascurare gli aspetti psicologici si traduce nell’impossibilità di capire effettivamente il fenomeno.


Anche alcune religioni guardano al suicidio quale un elemento fondamentale di manifestazione della propria “fede”.
ANTROPOLOGIA
Lo Jainismo è una delle religioni dell’India, prende il nome dal fondatore Vardhamana Mahavira, proclamato dai suoi seguaci “Jina” (“il Vincitore”). Gli jainisti ritengono tradizionalmente che Mahavira sia morto nel 527 o 526 a.C., ma non mancano studiosi che ritengono di dovere spostare questa data a un secolo più tardi. Contemporaneo di Buddha, Mahavira propone una via che l’Induismo – nel frattempo in via di consolidazione e precisazione – considera eterodossa. I suoi seguaci si uniscono a quelli di un precedente profeta, Parsva, di cui si sa pochissimo. Sembra che, in ogni caso, si sviluppi un contrasto – all’interno del movimento unificato – tra i seguaci di Mahavira e quelli di Parsva a proposito della nudità raccomandata ai monaci del movimento da Mahavira, apparentemente non accettata dai discepoli originari di Parsva. Questa discussione, cui se ne aggiungono altre, prosegue per diversi secoli, finché nell’anno 79 d.C. la comunità si divide in due branche chiamate rispettivamente Digambara ‒ ”vestiti di cielo”, cioè nudi, riferito ai monaci ‒ e Svetambara, “vestiti di bianco”. Peraltro, i due gruppi si considerano parte della stessa religione e condividono le stesse credenze fondamentali. È vero che il canone dei testi sacri è diverso: i Digambara riconoscono soltanto i testi di un sinodo tenuto a Patna – chiamati testi Pataliputra – circa due secoli dopo la morte di Mahavira, mentre gli Svetambara considerano canonici anche una serie di testi riconosciuti come tali solo successivamente. L’epoca della maggiore fioritura dello jainismo coincide, intorno ai secoli X-XI, con il favore mostratogli da vari re indiani, il che permette anche la costruzione di ricchi templi come quelli nell’area del Monte Abu. Dal secolo XVI, non più sostenuto da principi potenti, lo jainismo entra in un periodo di declino. Nel secolo XX si manifestano, però, movimenti di risveglio – come quello chiamato Anuvrata – e lo jainismo è esportato con successo fuori del subcontinente indiano da una comunità di emigranti in cui predominano commercianti e uomini d’affari. Altri intellettuali jainisti hanno dato un contributo importante alla cultura dell’India moderna: fra essi si può ricordare il poeta Raychanbdhai Mehta (1868-1901) per la sua influenza sul movimento indipendentista indiano. La dottrina jainista comprende un’elaborata cosmologia. Le divinità sono parte del mondo, sono sottomesse alle sue regole e non lo trascendono, lo jainismo è spesso considerato dagli studiosi occidentali una religione “atea”, anche se ci si può interrogare sull’opportunità di etichette di questo genere nell’ambiente indiano. Il cosmo è composto di tre parti: un’inferiore – “sette inferni”, dove vanno le anime di coloro che si sono comportati in modo violento e crudele –, un’intermedia (Madhyaloka), e una superiore. Il mondo intermedio è piccolo, ma è il luogo, dove regna il tempo con la sua legge ciclica (kala), e dove – per la verità solo in una zona particolare, che ha al suo centro il Monte Meru – è possibile ottenere l’Illuminazione. Il mondo – e anche il non-mondo – è costituito da cinque elementi (astikaya): uno vivente, la jiva (o anima), e quattro non viventi (materia, spazio, movimento e riposo); alcune scuole aggiungono un sesto elemento: il tempo. Questi elementi sono eterni, increati e infiniti. Gli esseri corporei possiedono almeno due fra cinque possibili corpi, di cui uno – il corpo karmico – deriva dalle conseguenze delle azioni precedenti e rimane intimamente connesso alla jiva. Lo scopo del cammino jainista è la rescissione dei legami fra la jiva e i corpi, particolarmente il corpo karmico. Quando la jiva, nel corso di diverse reincarnazioni, è diventata così pura da liberarsi dal legame con i corpi acquista lo stato di siddha‒ ”liberata” o “perfetta” ‒ e, dopo la morte, dal Madhyaloka passa nel terzo mondo, superiore, dove regna la più assoluta purezza. Gli dei – divisi in quattro categorie – appaiono talora nel Madhyaloka, alcuni perché ne fanno intrinsecamente parte, come quelli che presiedono ai pianeti e al loro movimento, altri perché visitano questo mondo da uno degli altri due. Altrettanto, o più importanti degli dei sono i profeti (tirthamkara), che indicano la via per superare il ciclo delle reincarnazioni. La samgha o sangha, comunità jainista, è composta di quattro categorie di persone: monaci – uomini e donne – e laici, anch’essi uomini e donne. Tutti perseguono i “tre gioielli”: la vera fede, la vera conoscenza e la vera condotta. Secondo alcune scuole, soltanto i monaci di sesso maschile possono ottenere la liberazione. I laici, tuttavia, possono partecipare ai meriti dei monaci, tramite i “piccoli voti” – paralleli, ma meno severi, rispetto ai “grandi voti” dei monaci – e così avanzare anche loro, lungo la ruota delle reincarnazioni, verso la liberazione. I “grandi voti” (mahavratas) dei monaci sono cinque, e consistono nell’astenersi dal violare la santità della vita –umana e anche animale –, dalla menzogna, dal prendere quanto non è gratuitamente concesso, dalla violazione delle regole della castità e dalla proprietà privata. Alcune scuole aggiungono un sesto voto, che consiste nell’astenersi dal mangiare e bere di notte, anche perché così facendo si potrebbero inavvertitamente – al buio – ingoiare, insieme ai cibi e alle bevande, degli insetti violando così il primo voto. I monaci rimangono in genere per quattro mesi nella stessa località; per il resto dell’anno, percorrono l’India come mendicanti. I “piccoli voti” (anuvratas) dei laici sono paralleli a quelli dei monaci, ma meno rigorosi, e sono completati da sette voti minori, uno dei quali – di notevole importanza sociale – riguarda l’elemosina e il dovere di sostenere i monaci. Nella tradizione jainista è importante il digiuno: in molte scuole, i laici digiunano nell’ottavo e nel quattordicesimo giorno di ogni mese lunare. Per quanto si discuta se quest’aspetto fosse originariamente estraneo alla tradizione jainista, e di origine posteriore, per i laici – e in una certa misura per i monaci – una serie di pratiche devozionali nei templi ha oggi grande rilievo. Uno degli aspetti più paradossali della vita spirituale jainista – oggetto di controversie, anche legali, negli Stati Uniti, dove numerosi jainisti sono emigrati – è il samlekhana, un digiuno particolarmente severo, condotto nella meditazione e nella preghiera, talora protratto fino alla morte, che in tal caso è definita “la morte del saggio”. In pratica, sono pochi oggi gli jainisti che scelgono questa pratica estrema, e parlare di “suicidi di massa” è semplicemente caricaturale. È vero, peraltro, che – in particolare dopo l’incontro con il tantrismo – alcune scuole jainiste hanno rovesciato in senso antinomico e paradossale il sistema delle regole e dei voti, sostituendo, per esempio, alla castità una pratica piuttosto libera della sessualità, affrontata con piena consapevolezza e rimanendo padroni dei propri atti ed emozioni. È in questa tradizione antinomica che s’inserisce il più noto maestro contemporaneo di origine jainista, Osho Rajneesh; jainista quanto a famiglia e educazione, ma nel cui insegnamento entrano, sicuramente, elementi di provenienza assai diversa.

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