Il cammino dell’uomo: il progresso e le sue interpretazioni
Da sempre l’uomo nel suo cammino ha sentito il bisogno di fermarsi a riflettere sulla strada percorsa e su quella che lo attenderà: ogni società umana, in epoche storiche e in luoghi diversi, ha sentito la necessità di conservare memoria del passato, trasmettendone il racconto di generazione in generazione, e di interrogarsi sul futuro, cercando in qualche modo di riconoscere il senso della propria storia. Alcune si sono nutrite dell’aspettativa rassicurante di un futuro, certo o probabile, migliore del passato, come altre hanno concepito l’idea opposta di un’età dell’oro, irrimediabilmente consegnata a un mitico e mai abbastanza rimpianto passato.
A partire dal XVI secolo, l’idea ottimistica del progresso ha pervaso largamente la civiltà dell’Europa occidentale moderna: partita dopo le scoperte geografiche alla conquista del mondo, ha alimentato il dinamismo economico della sua borghesia, si è esaltata nelle sue rivoluzioni politiche, dirette ad affermare i diritti di libertà, uguaglianza e fratellanza tra gli uomini, e ha celebrato i suoi maggiori trionfi con la rivoluzione industriale che ha accresciuto a dismisura il potenziale di beni e risorse disponibili per l’umanità.
Testimoni e beneficiari di passi da gigante ininterrotti della tecnica, gli uomini del XIX secolo sono stati indotti a battezzarlo “il secolo del progresso”. La nozione di progresso allude a una particolare concezione della storia, secondo la quale implicita al divenire storico vi è una nota specifica di perfezionamento, di avanzamento verso gradi o stadi superiori, di trasformazione graduale e continua dal bene al meglio.
Contiene quindi, ineliminabile, un elemento di speranza o di fede nel futuro: è perciò anche un modo positivo di intendere il tempo, che viene vissuto come dimensione necessaria ai fini della realizzazione del mondo e dell’uomo.
Verso la fine del Novecento, invece, malgrado conquiste tecniche ed economiche inconfrontabilmente superiori, l’umanità è sembrata guardare con più angoscia che fiducia al proprio futuro: l’idea di progresso pare irrimediabilmente in crisi.
È una ragione in più per riflettere su quali ne siano state le radici, su quali fondamenti razionali questa idea si sia costituita e quali ne siano state le diverse formulazioni nella storia del pensiero.
Il mondo antico
Prima dell’età moderna la nozione di progresso, intesa come espressione del senso in cui muove la storia complessiva degli uomini, fu pressoché assente nella riflessione filosofica, nella cultura e nel pensiero religioso. Solo l’interesse degli umanisti per un passato da riscoprire criticamente nei suoi caratteri più autentici e la nuova visione del valore della vita terrena dell’uomo espressa dal Rinascimento aprirono la via a considerazioni più ottimistiche sul futuro dell’umanità.
Prevaleva, nel mondo classico, piuttosto l’idea opposta a quella di progresso, termine che deriva sì dal latino,
progredior progressus,
ma con un significato diverso da quelli di e che non avevano alcun riferimento al tempo e alla storia.
È bene comunque precisare che, mentre per l’età moderna disponiamo di veri e propri testi filosofici inscritti in un dibattito fra le varie posizioni, per la concezione del tempo nell’antichità possiamo riferirci prevalentemente all’interpretazione di testi poetici, differenti da saggi filosofici sia per impostazione che per finalità, e a quella dei miti, principali veicoli di domande e risposte essenziali sull’uomo.
Anche solo la formulazione di teorie progressiste era preclusa da tradizioni e convinzioni profondamente diffuse e radicate quali:
- La tradizione di una primitiva età dell’oro, ritenuta nelle diverse narrazioni mitologiche e religiose l’età più felice per il benessere umano. Si tratta di un’età di lontanissimi progenitori cui gli dei stessi avevano parlato e cui la natura era amica, e a paragone della quale tutta la storia successiva si configura piuttosto come processo di decadenza. La prima attestazione del mito nel mondo greco la troviamo, sulla scorta della letteratura sapienziale orientale, in Esiodo.
- Un giudizio sul tempo generalmente negativo. Secondo gli antichi il bene, il giusto, il vero stanno nell’immutabilità: solo ciò che ha forma stabile e permanente è compiutamente realizzato; il tempo disturba e corrompe; ciò che vive nel tempo è destinato a perire. Il divenire, nella filosofia classica, è pensato secondo l’immagine del ciclo: tutto ritorna, niente di veramente nuovo si produce. Un esempio, certo non il più significativo, in quanto derivato da teorie di altri e applicato solamente al campo delle istituzioni, ma comunque a mio parere il più calzante all’interno del programma svolto quest’anno, di questa concezione ciclica del divenire può essere considerata la teoria dell’ἀνακύκλωσις dello storico Polibio (II sec. a.C.).
- La convinzione di una necessità dell’accadere determinata da volontà e leggi superiori. Ecco che allora
τέχναι
anche formulazioni che esaltino le capacità e i progressi delle dell’uomo si trovano a tener conto di un
Prometeo
necessario destino che trascende le possibilità e la comprensione dell’uomo (è il caso del Incatenato dell’Antigone
di Eschilo) o di leggi morali superiori che ne limitino l’agire (è il caso del 1° stasimo
di Sofocle)
Eschilo, Prometeo incatenato (456 a.C.?)
Nella tragedia il Titano ribelle appare come protagonista positivo della vicenda, in quanto assurge al ruolo di eroico difensore del genere umano di fronte all’onnipotente dominio di Zeus, presentato come un despota assoluto e malvagio, ragione che fa sospettare la paternità eschilea della tragedia, che rifiuta di concedere all’umanità la via del progresso.
Il coro delle Oceanine e il Titano Oceano richiamano inutilmente Prometeo a un comportamento rispettoso degli dei. All’interno del coro c’è una contrapposizione tra ossequio alle leggi di Zeus e partecipazione alla sofferenza del Titano: spia preziosissima per individuare il messaggio che Eschilo intendeva proporre al suo
pietas
pubblico. Egli convoglia tutta la simpatia dello spettatore su Prometeo sofferente, ma attraverso la del coro insinua il richiamo a una condizione umana che comunque non è più quella dell’oro e che richiede, sulla linea di Esiodo, l’accettazione del mondo così com’è, con i condizionamenti naturali e i limiti oggettivi che si pongono quotidianamente al vivere dell’uomo e che fanno parte dell’ordine stabilito da Zeus.
Nel periodo tra ‘700 e ‘800 la figura di Prometeo diventerà il simbolo della lotta dell’uomo per la sua dignità
Prometheus Unbound
(si veda ad esempio il di P. B. Shelley, che si conclude con la disfatta di Zeus e l’esaltazione del Titano).
Eschilo invece brucia in partenza quella che sarà la visione libertaria del mito cara ai romantici: in tutto il suo teatro, muovendo dal riconoscimento della realtà, egli cerca di fondare un ordine di giustizia entro il quale le antiche forze primordiali e i loro rappresentanti, dalle Erinni al benefattore Prometeo, restino operanti ma subordinate, presenti e tuttavia marginali rispetto a un perno che abbia il suo punto di riferimento in Zeus
Δίκη. μάθος
tutore di E’: attraverso il dolore che l’uomo impara (πάθει a operare le sue scelte con saggezza e apprende i limiti entro i quali definire sé stesso:
te/xnh d/ a)na/gxhj a)sqeneste/ra (v.514)
“la conoscenza tecnica è di molto più debole del destino”
Sofocle, Antigone (442 a.C.) – Il 1° stasimo
Prometeo incatenato
I vv. 436-506 del contenevano una concezione di progresso umano come crescere
dell’Antigone
delle competenze tecniche. Un passo analogo è il primo stasimo di Sofocle.
all’Antigone
Uno dei significati sottesi è la condanna del senso di orgogliosa certezza e onnipotenza che pervade i pensieri e le azioni degli uomini, quando si ritengono potenti, offuscando in loro la consapevolezza del destino effimero e del limite imposto dagli dei come invalicabile (cfr. anche l’ tra Antigone e
ἀγών
νόμος
Creonte sul umano/divino). L’esplicitazione di questo motivo tematico è affidata al celebre 1° stasimo:
una guardia ha riferito che qualcuno ha disubbidito all’ordine di Creonte coprendo di polvere il cadavere di Polinice. Il coro degli anziani, sbigottito dall’ardire del fatto, tesse l’elogio appassionato dell’intelligenza e
δεινός
della capacità inventiva dell’uomo, esprimendone l’ambigua valenza con l’aggettivo (“meraviglioso” e “terribile”): polla\ ta\ deina\ kou)de\n a)n-
qro/pou deino/teron pe/lei
“Molte sono le realtà eccezionali, ma nulla è più eccezionale dell’uomo”
Con la sua intelligenza l’uomo ha escogitato il modo di solcare il mare e di coltivare la terra; con inventiva
α9νη/ρ
(περιφραδη ϕ ha appreso a cacciare gli animali terrestri e marini e ha posto al suo servizio il bestiame domestico, cavalli e tori; ha sviluppato la parola, il pensiero, la capacità di difendersi dalle insidie della natura, “provvisto di espedienti per ogni evenienza (παντοπορος)”; “mai sprovveduto (απορος εp’ουδεν) va incontro al futuro”. Soltanto alla morte non riesce a sfuggire, ma alle malattie sa opporre rimedi. L’esaltazione dell’intelligenza dell’uomo si chiude con una valutazione sul piano etico: questa genialità inventiva, che si esprime in trovate tecniche sempre nuove e inattese, non è unicamente e indistintamente positiva, perché si volge ora al male ora al bene. “Chi rispetta le leggi della terra e la giustizia inviolabile degli dei è molto onorato nella sua città (υψιπολις), è indegno nella città (απολις) chi a causa dell’orgoglio non segue il bene”.