Intelligenza e psicometria
Sul concetto e l’impossibilità di misurare l’intelligenza
Di Matteo Loi
L’uomo ha sempre cercato di spiegare i fenomeni naturali che lo circondano. Dal XVII secolo il metodo scientifico galileiano ha dato un grosso contributo a questa ricerca, permettendo la scrittura di vere e proprie leggi matematiche dei fenomeni. Cinetica, Ottica, Termodinamica, sono solo alcuni esempi di come egli abbia imbrigliato ogni fenomeno, analizzandolo, comprendendolo e soprattutto matematizzandolo, in modo da soddisfare così due principali scopi, uno esplicativo e uno euristico.
Da allora nessun fenomeno è sfuggito al vaglio matematico del metodo scientifico, nemmeno la mente umana. Il grosso problema dell’analisi dell’attività psichica è però la sua manifestazione: il dato empirico infatti è determinante per la sperimentazione. Come si manifesta allora la mente? Qui entra in gioco l’intelligenza. Essa è la massima espressione dell’attività mentale dell’uomo, ciò che ha permesso all’uomo di scendere dagli alberi per accendersi il fuoco e in effetti, ciò che lo rende tale.
Un’attenta analisi dell’intelligenza permetterà quindi di dare finalmente una risposta ai fenomeni mentali. Sorge però un nuovo problema: l’intelligenza manca di una determinazione oggettiva, non appare definibile concettualmente. Si apre una porta e se ne trovano altre dieci.
I tentativi di dare una spiegazione ai fenomeni psichici, benché non si abbia ancora oggi un concetto oggettivo di intelligenza, hanno portato alla nascita di numerose teorie e del settore della psicologia noto come psicometria. Questa scienza può essere comunemente considerata come la branca della fisica che si occupa della psiche, quindi ipotizza, sperimenta, verifica e scrive le leggi matematiche della mente.
Si è giunti così al nocciolo della questione: può la mente realmente essere matematizzata? Possono le stesse leggi matematiche che asserviscono gli altri fenomeni analizzare scientificamente e misurare l’attività mentale e le sue manifestazioni? Esiste davvero una legge della mente tale che si possano misurarne le facoltà? Risponde essa alle regole matematiche che governano il resto del mondo che, come dice Kant, lei stessa gli attribuisce (al mondo)? Così facendo non si cadrebbe forse nel paradosso in cui l’Intelletto, «legislatore universale», legifererebbe sé stesso (un po’ come se una bilancia pretendesse di pesarsi da sola)? Questo turbinio sferzante di domande non ha impaurito gli psicologi, i quali hanno continuato la loro sperimentazione sull’intelligenza senza curarsi della lacuna concettuale di fondo.
La psicometria, vista in quest’ottica, è il frutto di uno slancio olistico dell’uomo, ciò che lo spinge a cercare una giustificazione per tutto, a categorizzare il suo mondo senza lasciare spazio all’irrazionale Caos.
È impossibile da accettare il fatto che l’attività mentale, e con essa l’intelligenza, siano completamente al di fuori da ogni razionalizzazione, indipendenti e slegate dagli altri fenomeni naturali.
Questa presentazione, per l’appunto, vuole essere una breve esposizione delle più avvalorate e più importanti teorie psicometriche, non priva di critiche riguardo i concetti, i metodi e le tecniche. Le domande a cui cercherò invano di rispondere, o lascerò agli altri l’oneroso compito di farlo, saranno del tipo:
Cosa è sostanzialmente l’Intelligenza? Può essa essere significato della massima espressione della mente, la facoltà più elevata dell’intelletto umano, oppure è un concetto effimero e privo di significato? E ancora più approfonditamente: è veramente possibile un concetto di intelligenza? Se no, può la Psicometria essere considerata scienza e i suoi metodi fondati?
Si voglia partire con un’analisi delle teorie e dei tentativi più o meno fallimentari fatti a riguardo nel corso della storia fino ai giorni nostri. Solo con un’attenta analisi degli errori passati infatti si possono eventualmente superare i limiti e trovare la retta via per giungere definitivamente a dei concetti assoluti, in risposta alle domande poste in precedenza.
Premetto che non si arriverà ad una conclusione, ma si proceda con ordine:
Il concetto di intelligenza
Il problema del concetto di Intelligenza è vecchio probabilmente quanto la storia stessa dell’uomo, ma la sua determinazione inizia ad avere una rilevanza importante solo agli inizi del XX secolo, tanto che nel 1921 il Journal of Educational Psychology organizzò un simposio per quanto riguarda la concezione dell’intelligenza e per ciò che concerne la sua misurazione. Furono quattordici gli esperti che parteciparono e che risposero più o meno direttamente:
- «Capacità di condurre un ragionamento astratto» (L. TERMAN)
- «Capacità di inibire un adattamento istintivo...» (L. THURSTONE)
In generale i pareri furono così discordanti che Edwin Boring (lo stesso della celebre figura di Boring), per sottolineare la labilità del concetto, replicò con:
«Intelligenza non è altro che la capacità di fare bene nei test d’intelligenza»
Oggi «intelligenza» assume diversi significati che ne rendono ancora più difficile l’oggettivazione. Utilizziamo il termine per definire astuzia, arguzia, saggezza, conoscenza, perspicacia, levatura, capacità etc. In generale però la nostra concezione odierna che, come vedremo più avanti nel corso della trattazione degli esperimenti di Anne Anastasi, è una peculiarità tutta occidentale, è anche frutto di un substrato che vede le più svariate - e talvolta analoghe – culture del bacino del Mediterraneo:
Concezione ebraica
«Lo stolto pensa: "Dio non c’è"»
«...un uomo saggio, uno che cerchi Dio» (Salmo 14, v. 6)
Nella concezione ebraica Intelligenza equivale a obbedienza e non sembra poi tanto diversa da quella che noi oggi definiremo Saggezza. L’unico modo per arrivare alla saggezza in genere è una lunga esperienza di vita, oppure seguire i consigli di chi già ha fatto esperienza. Chi più di Dio può dare consigli su come giungere alla sapienza? Ecco spiegato perché l’uomo saggio «cerca Dio»: egli è cosciente della sua finitudine, così si attiene alle esperienze altrui per raggiungere il gradino più alto di sapienza; tutto ciò poi si traduce con una cieca obbedienza verso i comandamenti divini. In questo modo si ha un’identificazione tra Sapienza e Rettitudine, e analogamente anche tra Empietà e Stoltezza.
Intelligente è pio. Intelligente è colui che osserva la legge divina perché ne comprende la superiorità:
«Il timore del Signore è principio della scienza; gli stolti disprezzano la sapienza e l’istruzione»
Intelligente è colui che teme Dio, quindi ne rispetta le leggi, dimostrandosi capace di accoglierne la sapienza. Così preghiera e timore di Dio sono la via più veloce che conduce alla sapienza. In questo modo l’uomo pio si dimostra superiore rispetto agli altri: fa suoi i consigli divini e opera il meglio per sé e per chi gli sta attorno:
«In verità chi teme Dio riesce bene in tutto»
«Il Signore è un Dio che sa tutto», perciò la sua parola non potrà mai portare il male se messa in pratica. La conoscenza e l’osservanza delle leggi del Signore conducono automaticamente ad un agire corretto dal punto di vista morale.
In effetti questa dottrina rispecchia notevolmente l’intellettualismo etico di Socrate. Il filosofo ateniese, a difesa davanti al tribunale che lo condannerà a morte, replicava in questo modo:
«E dunque, davanti ai mali che so essere mali, non accadrà che io tema e fugga quelli che io non so se per avventura non siano beni».
Secondo Socrate una volta conosciuto ciò che è bene è impossibile non agire moralmente bene. Si è spinti naturalmente alla rettitudine, e il filosofo più di altri, si interroga su ciò che è bene da cui poi fa derivare la sua azione morale esemplare. C’è una proporzionalità quindi tra intelligenza e rettitudine.
Parimenti nella religione ebraica Dio ci indica ciò che è bene e l’osservanza delle sue leggi, la cieca obbedienza al suo volere, conducono naturalmente ad un’azione morale corretta, sintomo di saggezza quindi di intelligenza.
In Palestina come ad Atene, l’intelligenza sta nella rettitudine, tanto che i due concetti si eguagliano.
Ulisse
È ben noto il brano in cui Ulisse, intrappolato nella grotta del Ciclope, tenta il tutto e per tutto per salvare i suoi compagni condannati ogni giorno a morire tra atroci sofferenze, sbranati dal mostro antropofago. Astutamente l’eroe dichiara di chiamarsi Nessuno, e fatto ubriacare il mostro, lo acceca privandolo del suo unico occhio. Non potendole più portare al pascolo, il Ciclope le fa uscire le sue pecore socchiudendo appena l’uscio della dimora, tastandole una per una. Così evita anche che il re di Itaca fugga via. Ma Ulisse, uomo dal «multiforme ingegno», lega i suoi compagni ognuno sotto la pancia di tre pecore e lui per ultimo si aggrappa al ventre di un montone. In questo modo riesce a sgattaiolare dalla tana del ciclope, e grazie alla sua astuzia, a salvare la sua pelle e quella della sua ciurma.
Questo è uno degli episodi simbolo dell’arguzia e della genialità di Ulisse, episodi che ci hanno permesso di consacrare l’eroe omerico quasi come «l’astuto» per antonomasia. Queste sue capacità geniali si possono ritrovare tali e quali nei brani che riportano la fantastica strategia del cavallo di legno, ciò che permise la definitiva sconfitta di Troia. È particolare in effetti come la genialità di Ulisse il più delle volte stia proprio nel travestimento.
Ciclope: «[…] Ei queste cose
Mi presagì: mi presagì che il caro
Lume dell’occhio spegneràmi Ulisse.
Se non ch’io sempre uom gigantesco e bello
E di forze invincibili dotato,
Rimirar m’aspettava; ed ecco in vece
La pupilla smorzarmi un piccoletto
Greco e imbelle, che col vin mi vinse»
[traduzione di Ippolito Pindemonte LIBRO IX-656-664]
Dalla descrizione da parte del Ciclope emerge un eroe totalmente antitetico rispetto a quello dell’Iliade: un Ulisse «piccolo e senza forza», però astuto. Ed è proprio grazie alla sua astuzia e, come diremo oggi, grazie alla sua capacità di essere smart, che riesce a cavarsi dall’impaccio di queste e di molte altre situazioni.
Ma in realtà, come fa notare Diego Lanza, questi due episodi sono unici nel loro genere e se ci si sofferma un po’, si scopre un Ulisse del tutto nuovo, un «Uom» il cui «Multiforme ingegno» non era poi così tanto multiforme. Infatti:
- Quando i compagni vengono trasformati in maiali e lui no, segue il consiglio di Hermes.
- Nell’episodio delle sirene, nel quale si fa legare all’albero maestro e ascolta il canto di quest’ultime, segue il consiglio datogli da Circe.
Entrambi i casi sono universalmente noti. In essi Ulisse si affida completamente ai consigli degli dei o comunque a chi sta più in alto a livello spirituale rispetto a lui (soprattutto Circe). Solo in questo modo riesce a salvarsi da una fine atroce. Per una maggiore comprensione del concetto, si prenda in esame l’episodio dell’Isola del Sole:
Ulisse e il suo equipaggio si trovano in mare. L’equipaggio è stanco, ma Ulisse, obbedendo al consiglio di Circe, cerca di dissuadere i compagni dallo scendere a terra. I suoi uomini però non ne possono più e il re di Itaca concede una breve discesa a terra a patto che la ciurma mai e poi mai avrebbe toccato gli animali presenti nell’isola. Per un po’ tutto fila liscio, ma un giorno mentre Ulisse si ritira per pregare, gli dei lo fanno addormentare e una volta sveglio, sul sentiero di ritorno, sente un profumino niente male proveniente all’accampamento. L’equipaggio stava arrostendo e mangiando le bestie dell’isola contravvenendo all’ordine del capitano. Ripreso il mare, una tempesta affonda la nave e fa scempio dell’equipaggio. Ulisse miracolosamente si salva naufragando sull’isola di Calipso.
A salvare Ulisse non è stata la sua astuzia, ma bensì la sua cieca obbedienza a consigli trascendenti. Quindi un’«intelligenza come inganno e stratagemma» da un lato, e «intelligenza come esecuzione di insegnamenti divini» dall’altro. La vera astuzia di Ulisse in realtà altro non è che l’osservanza scrupolosa della volontà degli dèi. Il suo essere smart, sta nell’obbedienza agli ordini provenienti dall’alto.
Note
1 «Intelligence and its measurements», Journal of Educational Psychology, 1921
2 Ibidem
3 Ibidem
4 Sacra Bibbia, edizione a cura della CEI aggiornata al 2008, Salmo 14, v. 1
5 Ibidem, Salmo 14, v. 6
6 Ibidem, Libro dei Proverbi, capitolo 1, 7
7 Ibidem, Libri poetici, Qoelet, capitolo 7, 18
8 Samuele, libro 1, capitolo 2, 3
9 Platone, Apologia di Socrate, Traduzione di Manara Valgimigli, LATERZA 1996, XXVII
10 Omero, Odissea, traduzione di Ippolito Pindemonte, 1805 - LIBRO I, v. 1
11 Ibidem, Libro IX, v. v. 656-664
12 Calipso.
13 «Intelligenza come esecuzione di insegnamenti divini»