Estratto del documento

Oltre il corpo di silicio

A porta sull’infinito e la maledizione del musicista

Angelo Giuseppe Spinosa

I.I.S.S. “G.B. Vaccarini” (CT)

A.S. 2011/2012

5A industriale

| Angelo Giuseppe Spinosa, 5A Ind. – G.B. Vaccarini (CT) – A.S. 2011/2012 1

Tappe del viaggio

  • Indubbia incertezza
  • Neos
  • Forza irrequieta
  • Indefinitamente io
  • Nobile ricerca
  • Imperfezione
  • Trascinandosi verso l’orizzonte
  • Opere

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Oltre il corpo di silicio

“E il naufragar m’è dolce in questo mare.”

Giacomo Leopardi

“Ragione e passione sono timone e vela della nostra anima navigante.“

Kahlil Gibran

“Mi hanno chiamato folle; ma non è ancora chiaro se la follia sia o meno il grado più elevato dell’intelletto, se la maggior parte di ciò che è glorioso, se tutto ciò che è profondo non nasca da una malattia della mente, da stati di esaltazione della mente a spese dell’intelletto in generale.”

Edgar Allan Poe

“Alimentato dalla propria musa, ogni uomo diviene il porto da cui la nave dell’infinito può salpare, forte e tenace da fendere il vento del mondo, paziente e quieta da ammirare il mare dell’immenso.

L’infinito è molto più vicino di quanto non sembri.”

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Indubbia incertezza

“Immagina una nave, pronta a salpare.

Sai che questa nave ti condurrà per luoghi sconosciuti, e il mistero che avvolge il viaggio t’incute non poco timore. Tuttavia, pochi valorosi si cimentano nell’impresa di viaggiare lungo mari d’infinita immensità, di abbandonare la spiaggia della mediocrità che costeggia il mare della conoscenza. Essi si avvalgono della più drastica e poetica delle armi: la consapevolezza.”

Se volessi condensare questo mio personale lavoro di riflessione e ricerca in una melodia particolare, con tutte le sue sfumature emotive, credo che non ci sia melodia più adeguata di Sarabanda di Roberto Cacciapaglia. Provate ad ascoltarla a occhi chiusi, mentre vi cullate pensando alla vostra fonte personale di più profondo, quasi nostalgico, amore… e avrete sperimentato l’infinito. Se siete riusciti a emozionarvi o avete percepito qualche “strana sensazione”, allora credo che questa lettura si confarà alle vostre aspettative.

Realizzare un documento che possa esprimere tutta la bellezza di un argomento di per sé ostico non è per niente semplice, perché spesso si finisce o col sortire noia nel lettore oppure nell’incapacità di trasmettere tale bellezza. Il presente documento, almeno secondo le mie intenzioni, dovrebbe essere un punto di confluenza per un vasto insieme di discipline tra loro anche molto diverse, il che rende il tutto un’amalgamazione davvero particolareggiata e complessa. Ciò che andrò sviluppando nel corso di queste pagine si dispiegherà attraverso concetti di biologia, di filosofia, d’informatica, di psicologia e di tante altre discipline; di cosa parlerà questo documento? Non credo sia possibile definire un tema univoco, perché, secondo i punti di vista attraverso i quali lo si leggerà, certuni potrebbero intendere A ed altri B. In linea puramente teorica, il punto di partenza per la mia dissertazione è il problema dell’intelligenza artificiale in correlazione ad alcune speculazioni di carattere filosofico, il tutto farcito di referti scientifici e riferimenti letterari. È ovvio dedurre, quindi, la vastità del tema e le tante ripercussioni che da esso possono scaturire.

Non si tratta di dimostrare saccentemente di essere un dotto: ciò che qui è scritto è, al contrario, la profonda dimostrazione di una consapevole ignoranza. Ogni cosa che in questo documento è stata riportata non è che un mix di spunti di riflessione che non vanno assolutamente presi per certi: ritengo semplicemente che è più facile convincersi di un’ipotetica certezza in maniera passiva che porsi in perenne stato di agnosticismo conoscitivo, che penso sia una nobile scelta che ci rende parecchio versatili.

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La porta sull’infinito e la maledizione del musicista

Vorrei adesso soffermarmi su una questione che potrebbe risultare di secondaria importanza: il titolo principale di questo documento. Che cosa vuol significare? Procediamo per gradi e, per un momento, focalizziamo la nostra attenzione solamente al primo soggetto: la porta sull’infinito. Si tratta di un’espressione, a mio avviso abbastanza poetica, con la quale voglio indicare quel passaggio, puramente metaforico, attraverso il quale entriamo a contatto con la reale essenza di noi stessi, caduta oramai nell’oblio: l’infinito. Le potenzialità offerte dalla mente umana sono veramente eccezionali, e le nostre capacità ci permettono realmente di venire a conoscenza di nozioni, concetti ed eventi che possono radicalmente cambiare la nostra vita. Ciò che posso dire a riguardo, almeno per ora, è solo questo: la natura infinita di ogni cosa è consapevolezza, o per dirla con Schopenhauer volontà, attraverso la quale noi creiamo un mondo che viviamo con partecipazione e, spesso, con dogmatico misoneismo, deleterio atteggiamento che ci impedisce di pensare e di trarre delle nostre personali conclusioni. Affinché la rivoluzione più importante, cioè quella di e in noi stessi, avvenga, è impellente la più totale comprensione del nostro mondo e della realtà tutta, perché “comprendere significa trasformare ciò che è” (cit. Jiddu Krishnamurti). La comprensione ci porta ad un più elevato livello di consapevolezza, ci permette di affinare la nostra coscienza e ci permette di divenire attivi, usufruendo di quel che è il concetto non plus ultra per eccellenza: l’informazione. È attraverso un sistema logicamente coerente basato sulla relazione tra dati opportunamente correlati che è possibile definire l’informazione: essa è, di per sé, somma di dati da cui traspare un significato che, però, è soggettivo. L’oggettività rappresenterà un concetto dai confini molto instabili (così come lo sarà quello della soggettività) durante il percorso che andremo ad affrontare, per il semplice fatto che l’interazione tra un oggetto ed un soggetto è un processo tutt’altro che lineare ed è base per innumerevoli dissertazioni.

Ma veniamo, ora, al secondo soggetto del titolo: la maledizione del musicista. Un giorno ebbi modo di leggere un’interessante discussione su un forum sul web quando incappai in questa curiosa espressione. Documentandomi, scoprii che essa faceva riferimento al particolare suono del silenzio, che sentiamo (sembra paradossale!)… quando si sente nulla. È quel ronzio che ci afferra le orecchie e che potrebbe coinvolgerci del tutto, specialmente quando stiamo per abbandonarci al sonno ristoratore… ma perché porre tutta quest’attenzione su un fenomeno così irrilevante e, soprattutto, dalla portata quotidiana?

La motivazione è molto semplice: si tratta del nostro più importante trampolino per raggiungere questa porta sull’infinito, il primo “campanello d’allarme” che ci avverte quando avviene la transizione dal nostro naturale stato di coscienza allo stato in cui le percezioni di questo mondo sono vanificate. Il pensiero agisce sulla nostra realtà per il

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Oltre il corpo di silicio

semplice fatto che essa è dipesa e sempre dipenderà da noi stessi: sino a quando ci sarà un soggetto pensante, ci sarà necessariamente un oggetto pensato, e fino a quando ci sarà un oggetto pensato allora ci sarà un soggetto che lo pensa: da qui la motivazione per cui la nostra sarà una dissertazione improntata sulla via della filosofia Zen.

Avrò modo di approfondire queste tematiche, cercando in ogni modo di essere esaustivo ma, allo stesso tempo, semplice nella trattazione. La nostra trasformazione da mediocri a esseri superiori, quasi come se fossimo degli Ubermensch nietzschiani, ci porterà ad essere assertori di un viaggio critico ed esperibile, lungi dalle convinzioni stereotipate e dannose per l’uomo, che rimane dunque imprigionato nella caverna.

Il presente documento rappresenta un terzo dell’intero progetto che voglio mostrare, palesando sostanzialmente gli aspetti più filosofici e più profondi dell’applicazione pratica mostrata nel documento “L’automa ribelle e consapevole”. Se vogliamo indagare più a fondo il contesto nel quale molti degli argomenti sviluppati sono sorti, possiamo partire dal presupposto che questi, per quanto differenti possano sembrare, enunciano chiaramente un unico importante concetto: la crisi delle certezze. Mai, come oggi, si è assistito ad una tale incertezza nella conoscenza, tant’è che soprattutto in questi tempi riecheggia il famoso detto socratico del “sapere di non sapere”: al giorno d’oggi, colui che possiede la certezza, oltre a mostrare presunzione, è anche menzognero. La crisi delle certezze rappresentò un duro colpo all’andamento della società del passato, abituata com’era a fondare certezze e dare molte cose per scontate. In realtà il processo di decostruzione della certezza iniziò a partire dall’Ottocento, in clima palesemente anti-positivista: vediamo, infatti, l’affermarsi di dottrine filosofiche che puntano all’irrazionalismo, con Schopenhauer, Nietzsche o Bergson, e di studi scientifici che definiscono una volta per tutte il carattere probabilistico del nostro mondo (meccanica quantistica). Anche la stessa psicanalisi freudiana divenne un ulteriore emblema della profonda crisi che la popolazione mondiale visse in quel periodo. Il problema della certezza, quindi, ha spinto moltissime persone ad intraprendere delle vie per raggiungere una verità, e ciò ha avuto considerevoli ripercussioni sulla letteratura sia italiana che straniera. Autori come Franz Kafka, che ha rappresentato l’alienazione dell’uomo nei confronti di una società depauperata e annichilita, pervasa da un profondo senso di distacco e cinismo (fondamentale è la sua opera “La metamorfosi”), Luigi Pirandello, che col suo “Il fu Mattia Pascal” mette in mostra il desiderio del cambiamento, l’incessante esigenza dell’uomo di cambiare la sua vita pur tuttavia rimanendo vincolato al passato e al suo vissuto, nonché precludendosi la trasformazione tanto agognata a causa del suo essere vincolato agli schemi sociali, o Italo Svevo, che seguendo Joyce intraprende la via del romanzo psicologico come fonte di introspezione, di analisi di uno degli aspetti

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La crisi delle certezze

fino ad allora sconosciuti (la psiche), hanno contribuito a determinare in maniera molto evidente l’epoca dell’incertezza, caratterizzata dalla crisi delle certezze e, paradossalmente, della certezza della crisi, intesa come la “garanzia” del mutamento, sia come progresso che regresso, iniziato, per esempio, da figure come Charles Darwin. Di fatto, ecco cosa si legge nella sua opera più famosa “L’origine delle specie”:

“Quando osserviamo gli individui di una stessa varietà o sottovarietà di vegetali coltivati o di animali allevati dall’uomo fin dai tempi più remoti, la prima cosa che ci colpisce è che essi differiscano tra di loro molto più degli individui appartenenti a qualsiasi specie o varietà allo stato naturale.”

Con Darwin appare per la prima volta un tentativo suffragato da molteplici osservazioni di ricondurre l’origine delle specie ad una lenta evoluzione, tentativo, tra l’altro, iniziato dagli antichi Greci ma che mancava di sistematicità. Ciò non poté che suscitare il biasimo da parte dei cristiani, i quali, infervorati dal loro creazionismo, vedevano il loro dio essere cacciato via dal trono di creatore. Paradossalmente, sarà la stessa scienza a determinare la crisi del positivismo, tramite l’enunciazione di teorie davvero importanti, quali quella della relatività di Einstein. Fisici di grande spessore come Max Planck introdussero la meccanica quantistica, definendo, per la prima volta, l’impossibilità di una certezza nel campo scientifico: ogni cosa, adesso, era vista in termini aleatori, anche in virtù del fatto che la scoperta di Heisenberg aveva provocato una profonda frattura tra il passato vittima di una cieca certezza ed un futuro improntato sull’imprevedibilità: era nato il principio di indeterminazione, con il quale si dimostrava che è impossibile conoscere contemporaneamente velocità e posizione di un elettrone all’interno di un atomo. La stessa concezione dell’atomo venne completamente modificata, e l’antico modello rutherfordiano venne soppiantato dal modello ad orbitali, nel quale vigono regole fondamentali come la cosiddetta regola di Hund ed il principio di esclusione di Pauli.

Altra importante scoperta in ambito scientifico fu quella relativa alle geometrie non euclidee, di fatto sorte mediante negazione o non accettazione di determinati postulati euclidei. Precisamente, il postulato che più di tutti diede del filo da torcere ai matematici del passato fu il quinto, conosciuto nella seguente forma moderna:

“Per un punto passa una ed una sola parallela ad una retta data.”

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La matematica e la logica

La dimostrazione del precedente postulato rappresentò un problema tutt’altro che inconsistente, e molti furono i matematici che si interessarono a nuove forme di geometrie divincolate dalle “regole” euclidee, tra l’altro puramente intuitive. Ne fu esempio il famoso matematico Carl Friedrich Gauss. Ma il più duro colpo alla certezza fu dato da Kurt Godel, considerato dal matematico viennese John L. Casti come il più importante e geniale logico degli ultimi 2000 anni. Godel (foto a lato) nacque a Brno da una famiglia agiata, ebbe un’infanzia felice e serena e da tutti veniva chiamato “il signor perché” proprio per la sua famelica curiosità. Tralasciando i dettagli meramente biografici di Godel, ciò che dobbiamo veramente analizzare è l’eccezionale opera che ha compiuto. Nel 1900, alla conferenza dei matematici di Parigi, David Hilbert propose alcuni problemi che avrebbero dovuto rappresentare le più grandi scoperte nel campo della matematica e della logica; le domande furono le seguenti:

  1. La matematica è completa? È in grado, cioè, di dimostrare o rifiutare qualsiasi enunciato all’interno del suo stesso sistema di regole?
  2. La matematica è coerente? È cioè in grado di evitare che, nonostante ragionamenti correttamente in accordo con le sue stesse regole, si giunga ad un enunciato falso, come 2+2=5?
  3. La matematica è decidibile? Esiste cioè un metodo ben definito ed universale attraverso il quale è possibile stabilire a priori se un qualsiasi problema è solubile o meno?

Furono queste le domande che Hilbert definì per il suo programma per l’intera comunità dei matematici. Per molti studiosi della matematica sembrava quasi che si fosse giunti al punto in cui sarebbe stato possibile definire un sistema auto consistente (la matematica, appunto), coerente al suo intero ed indipendente da qualsiasi mondo esterno, fino a quando Godel, giovane ma brillante, pubblicò un breve saggio sulle funzioni formalmente indecidibili. Mentre molti matematici precedenti Godel avevano risposto affermativamente alle prime 2 domande di Hilbert, il logico austriaco fu il primo a dire un categorico “no” alle stesse: ciò mise in crisi il programma hilbertiano, e lo stesso Hilbert, oramai apoplettico nel periodo in cui venne pubblicato il temibile teorema di Godel (1931), divenne addirittura furioso nello scoprire un simile teorema. Inizialmente egli rimase scettico, pensando che ci fosse un trucco dietro il lavoro di Godel, ma alla fine si arrese all’evidenza: Godel aveva

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Logica e razionalità

vinto. Per quanto concerne, infine, il terzo quesito, solo con Alan Turing, altra brillante mente proveniente dalla Gran Bretagna, si ebbe una risposta, ed ancora una volta fu un secco “no”. Questo discorso verrà approfondito in seguito.

Dopo tutti questi esempi, mi permetto di avanzare delle mie personali considerazioni in merito. Che ruolo ha la logica? E c’è differenza tra logica e razionalità? In effetti, la risposta è affermativa, essendo la razionalità un modus operandi basato sulla logica, ma a sua volta di logiche ne constatiamo diversi tipi (e l’esperienza quotidiana insegna: v’è differenza tra la logica matematica e la logica delle emozioni, la quale definisce una forma di intelligenza nota, appunto, come intelligenza emotiva e che costituisce l’argomento centrale dell’opera omonima di Daniel Goleman). È ovvio dedurre, quindi, che la logica rappresenta un elemento fondamentale del sistema al quale apparteniamo: quando parliamo di logica, parliamo di pensiero attivo.

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Sintesi

Filosofia

Tappe del viaggio;

Informatica

NXTFace Detector;

Inglese

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