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Liceo Socio Pedagogico “Soleri”

Anno scolastico 2008-2009

Wanda Beatrice Burzio

Classe V b

“…E L’ ANIMA D’ IMPROVVISO

PRESE IL VOLO” Suggestioni

e riflessioni letterarie, e non solo, sulla produzione musicale

e canora di Fabrizio De Andrè

1

INDICE

o Introduzione pag 1

o Vita di Fabrizio De Andrè pag 1

o Gli Album

 “Volume 1” pag 2

 “Tutti morimmo a stento” pag 4

 “Volume 3” pag 5

 “La buona novella” pag 7

 “Non al denaro, non all’amore, né al cielo” pag 9

 “Storia di un impiegato” pag

12

 “Canzoni” pag

15

 “Rimini” pag 19

 “Fabrizio De Andrè” pag 19

 “Crêuza de mä” pag 21

 “Le nuvole” pag 21

 “Anime Salve” pag 21

o Addio fra la gente

pag 21

o Conclusione

pag 22

o Note

pag 24

o Bibliografia e sitografia

pag 25 2

C on questo percorso intendo evidenziare e sottolineare i crocevia

culturali che si possono intercettare partendo dalla profonda e

stimolante produzione artistica del cantautore genovese.

Vorrei provare a sostenere con questo viaggio tematico nella musica

di De Andrè, che ci troviamo di fronte ad un poeta vicino di banco

dei poeti maledetti, per alcuni aspetti, per altri del dandismo

dannunziano e per altri ancora della lirica esistenziale del

decadentismo italiano.

A tutto ciò si aggiungono altre mie intuizioni che intravedono

collegamenti e altre serie connessioni a vicende storiche, elementi

della letteratura latina ed inglese e momenti estetici.

Infine, per chi sa guardare e scrutare dentro le parole, si può

scorgere tutta l’esperienza umana del dolore, della gioia, della vita

e della morte che De Andrè, meglio di molti altri, ha saputo

raccontare con le sue splendide e fiabesche canzoni.

Fabrizio Cristiano De André (Genova, 18 febbraio 1940 – Milano, 11 gennaio

1999) è stato un cantautore e poeta italiano.

Nelle sue opere ha cantato prevalentemente storie di emarginati, ribelli,

prostitute e persone spesso ai margini della società. I suoi testi sono

considerati dei veri e propri componimenti poetici. Nei suoi quarant'anni di

attività musicale Faber, soprannome (derivante dall'amore del futuro

cantautore per i famosi pastelli della nota marca in questione) datogli

dall'amico d'infanzia Paolo Villaggio ha prodotto quindici album.

1 ,

La quasi totalità del suo repertorio è stato scritto, sia per la parte musicale sia

per la parte testuale, insieme con altri artisti: le canzoni di cui De André è

autore sia del testo sia della musica sono otto in quasi quarant'anni di carriera.

Partendo da un’analisi sintetica dei suoi

album più importanti, cercherò ora di

tracciare un percorso attraverso la sua

poetica, in cui le canzoni s’intrecciano con

emozioni, sentimenti, allusioni letterarie e

filosofiche e citazioni d’autore. 3

Volume 1 (1967),

 è questo il primo album del cantautore

Carlo Martello ritorna dalla

genovese.Composto di nove tracce inedite più una:

battaglia di Poitiers, già pubblicata come singolo nel 1963.

PREGHIERA IN GENNAIO

“Dio di misericordia

il tuo bel Paradiso

lo hai fatto soprattutto

per chi non ha sorriso

per quelli che han vissuto

con la coscienza pura

l'inferno esiste solo

per chi ne ha paura.”

Anni dopo l’uscita dell’album De Andrè ha dichiarato di avere scritto questa canzone al

2

ritorno dal funerale di Luigi Tenco , amico cantautore di De André morto suicida nel

gennaio 1967.

“Preghiera in gennaio” Tratta appunto il tema del suicidio.

Il Suicidio e la dannazione ricollegano De Andrè alla produzione letteraria e filosofica

del ‘800 e del ‘900.

Ne è un esempio in Italia Ugo Foscolo, che con la opera “Le ultime lettere di Jacopo

Ortis”, mette al centro della narrazione il tema del rifiuto della vita.

Il protagonista, che alla fine del romanzo si uccide, compie un atto che è insieme una

liberazione e una protesta: liberazione dal dolore e protesta contro la natura, che ha

destinato l'uomo all'eterna infelicità.

Simile è la concezione di Giacomo Leopardi: anch’egli vede nel suicidio la liberazione

da una vita che è dolore, ma fa una distinzione tra quelli che potevano essere i motivi

di suicidio per le genti del passato e quelli della sua epoca. Dice che gli antichi si

uccidevano “per eroismo per illusioni per passioni violente” (vedi Catone L’Uticense);

mentre i suoi contemporanei lo fanno perché sono “stanchi e disperati di questa

esistenza”. Sostiene che il suicidio non può essere considerato un atteggiamento folle,

ma al contrario la conseguenza di un logico ragionamento, di una fredda analisi

razionale. Nonostante il suo pessimismo cosmico definisce il suicidio "la cosa più

mostruosa in natura”, quindi non lo giustifica.

Così la pensa anche il filosofo Arthur Schopenhauer, il quale, nell’ analisi del mondo,

nella ricerca del Noumeno e nella constatazione che la realtà è sofferenza, individua

alcune vie per la liberazione dal dolore. Sarebbe logico trovare tra queste anche il

suicidio invece, secondo Schopenhauer, per liberarsi dal dolore dell'esistenza occorre

superare la volontà di vivere, ma non attraverso il suicidio; il quale non è una

soluzione ma una delle massime manifestazioni della volontà di vivere. Schopenhauer

sostiene che proprio perché si ama troppo la vita e non si vuole vivere in una

condizione sgradevole ci si libera con il suicidio.

Altro tema importante, sottolineato dalla canzone, è quello della pietà, poiché la

Chiesa non solo condanna il suicidio ma ripudia, illecitamente, il suicida.

Un tempo a esso negava anche il funerale, dimenticando la misericordia di Dio, che

tutto perdona.

”Orribil furon li peccati miei/ ma la bontà infinita ha sì gran braccia/che prende ciò che

si rivolge a lei” (vv 121-123 canto III Purgatorio, Dante Alighieri).

Questo concetto sarà ripreso in seguito nella famosissima canzone”Il testamento di

Tito”, in cui, con incredibile genialità, De Andrè snocciola, uno per uno dieci

4

comandamenti, confrontando tra “ciò che la Chiesa predica e tra ciò che la Chiesa

razzola”, trovando le mille contraddizioni che ne derivano. In una strofa canterà:

“Il settimo dice non ammazzare

se del cielo vuoi essere degno/

Guardatela oggi questa legge di Dio/

tre volte inchiodata nel legno:/

guardate la fine di quel nazareno/

e un ladro non muore di meno”

CARLO MARTELLO TORNA DALLA BATTAGLIA DI POITIERS

o

“Re Carlo tornava dalla guerra

lo accoglie la sua terra

cingendolo d'allor

al sol della calda primavera

lampeggia l'armatura

del sire vincitor”

In un linguaggio volutamente aulico, sottolineato da una musica solennemente buffa,

De André e Paolo Villaggio danno un tocco di colore e di "rustica vitalità" alla

tradizione medievale e cristiana fatta di crociate, onore e "cavalleria", narrando le

vicende di Carlo Martello, che tornando dalle gloriose gesta belliche contro i mori non

trova di meglio che comportarsi da perfetto maschio cialtrone con una povera ragazza

del popolo per soddisfare i suoi appetiti sessuali.

Il brano si rifà a un antico genere popolare francese diffuso all'epoca dei trovatori, la

"pastorella", che trattava appunto degli incontri tra cavalieri e popolane e delle

proposte amorose che ricevevano queste ultime.

Il protagonista della canzone, Re Carlo, è presentato come un uomo dedito solamente

ai piaceri della vita. Potrebbe quindi essere definito come un Dandy, utilizzando un

termine rubato

all’Estetismo,movimento artistico, ma soprattutto letterario, della seconda metà

dell'800.

L’Estetismo rappresenta una tendenza del Decadentismo, che trova il suo massimo

splendore grazie alle opere di autori come Oscar Wilde e Gabriele D’Annunzio .

Re Carlo assomiglia, per molti aspetti, a Dorian Gray e ad Andrea Sperelli, protagonisti

delle opere più importanti dei due scrittori (“il Ritratto di Dorian Gray” e “Il piacere”).

Il dandy è colui che vive all’insegna della bellezza, del godimento.

Bisogna fare la propria vita come si fa un’opera d’arte (

« » Il piacere, D’annunzio).

E’ questo il senso della vita per il Dandy, e il Re Carlo raccontato da De Andrè in

questa canzone sembra cercare

appunto ,nei momenti lontani dal campo di battaglia, evasioni e piaceri carnali, una

bellezza ,insomma, tipica della più sublime e preziosa opera d’arte.

«Poscia più che 'l dolor, poté 'l digiuno»

Vi è, inoltre, una citazione dantesca: (Divina

«Ma

Commedia, Inferno, Canto XXXIII, con riferimento al conte Ugolino), che diventa

più dell'onor, poté il digiuno».

Meno rilevanti, dato il carattere chiaramente di "leggenda", sono le "licenze poetiche":

Carlo Martello non era re, ma solo "maestro di palazzo" dei re Merovingi; la Battaglia di

«nella calda primavera».

Poitiers avvenne nel mese di ottobre, non

BOCCA DI ROSA 5

“ C'è chi l'amore lo fa per noia, chi se lo sceglie per professione, Bocca di rosa né l'uno

né l'altro, lei lo faceva per passione “

Bocca di rosa è una delle canzoni più famose di Fabrizio De André, nonché quella che il

cantautore genovese considerava più cara e più vicina al suo modo di essere.

A testimonianza di quanto questa canzone sia entrata nell'immaginario collettivo, si

può citare il fatto che l'espressione "bocca di rosa" è entrata nel linguaggio comune,

essendo usata - se pur erroneamente - come eufemismo di prostituta; erroneamente

in quanto, in realtà, come si afferma nel testo, Bocca di rosa l'amore non lo faceva

"per professione", ma "per passione".

La canzone racconta la vicenda di una donna forestiera che con il suo comportamento

passionale e libertino sconvolge la quiete del "paesino di Sant'Ilario".

Le prostitute, insieme ai ribelli e agli emarginati, sono le protagoniste preferite da De

Andrè. In loro il poeta scorge tutta l’umanità e la bellezza dell’amore, se pur effimero e

carnale. Viene presa di mira la mentalità perbenista e bigotta della popolazione, che

non tollerandone la condotta alla fine riesce, nel caso di Bocca di Rosa, a farla

espellere dalle forze dell'ordine. Viene anche presa di mira la morale cristiana, con una

provocatorio accostamento dell’ Amore Sacro e dell’amor Profano, a ricordare che

Gesù per primo ama circondarsi delle persone abbandonate dalla gente “per

In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi precederanno nel

bene”:<<

Regno di Dio. Infatti è venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli

avete creduto, i pubblicani e le prostitute gli hanno creduto. Voi, pur vedendo,

neppure dopo vi siete piegati a credere (Matteo 21,31-32)

>>

Tutti morimmo a stento (1968), con temi dark, suicidi, pervertiti,

 drogati, pedofili, bambinI, pazzi, tristi.

Il testo del primo brano, "Cantico dei drogati" è tratto da una poesia di Riccardo

3 4

Mannerini Quest'album è il primo concept album a essere pubblicato in Italia;

riceve anche il premio della critica italiana.

CANTICO DEI DROGATI

o

“Ho licenziato Dio

gettato via un amore

per costruirmi il vuoto

nell'anima e nel cuore”

In questa canzone De Andrè racconta l’esperienza triste e amara di un drogato, che si

ritrova a vivere una vita vuota, riempita soltanto dalle sostanze assunte o iniettate

nelle vene.

Racconta la solitudine, il rifiuto, la vergogna che un drogato vive, tiene in fondo al

cuore e che non esterna al mondo, per paura.

Per queste tematiche, De Andrè sembra accostarsi ai Poeti Maledetti che vedevano nel

ripudio dei valori e delle convenzioni della società borghese e nella scelta deliberata

del male, l’unico modo per affrontare la vita. L'artista diventa colui che sceglie la via

dell'auto annientamento per discostarsi dai “ideali” di una società che non lo

comprende, si compiace dunque di una vita misera caratterizzata dal vizio della carne,

le sregolatezze e dall'abuso di alcool e droghe

6

“La mia giovinezza non fu che un'oscura tempesta,

traversata qua e là da soli risplendenti: tuono e

pioggia l'hanno talmente devastata che non

rimane nel mio giardino altro che qualche fiore

vermiglio” (Il Nemico,

Charles Baudelaire 2006)

Volume 3

Con il titolo di questo album, De André riprende la titolazione cronologica delle sue

Tutti morimmo a stento.

pubblicazioni, saltata dall'album

Negli inediti di questo album il cantautore genovese rinsalda ancor più la sua

5

ispirazione per Georges Brassens e per la musica francese,; d'altra parte con la

6

messa in musica della poesia del "maledetto" ante-litteram Cecco Angiolieri , tra i

maggiori poeti del medioevo italiano, compie l'impresa, che rimarrà l'unica della sua

lunga carriera, di musicare una poesia della tradizione italiana.

LA GUERRA DI PIERO

o

“Dormi sepolto in un campo di grano

non è la rosa non è il tulipano

che ti fan veglia dall'ombra dei fossi

ma son mille papaveri rossi”

“Una canzone come “La guerra di Piero”, composta nel 1962, è nata dai racconti di

uno zio , il quale si è fatto la guerra in Albania. Le sue storie avevano molta presa su

di me perché parlavano di fatti che io non avevo vissuto, e la conseguenza è stata

quella di trasformarli in una canzone”.

E così venne partorita “La guerra di Piero”, che ancora oggi, dopo quarantasette anni,

rimane la più audace e influente canzone antimilitarista scritta in Italia.

Canzone che è nata dalle testimonianze di un parente, come racconta lo stesso De

Andrè, eppure caratterizzata da impressionante nitidezza e struggente realismo.

Piero esita un attimo di troppo prima di sparare al nemico, vuole vedere lo sguardo di

uno che “aveva il tuo stesso identico umore ma la divisa di un altro colore”, e questa

esitazione gli costa la vita.

De Andrè ci rivela lo strazio di un soldato, la sofferenza di un uomo che deve uccidere

un suo simile solo perché questo “ha la divisa di un altro colore”. Il cantautore descrive

con incredibile lucidità l’indugio di un soldato, che in fondo la cuore spera ancora che

la guerra si possa evitare. Ma il suo sogno dura poco: “cadesti a terra senza un

lamento e ti accorgesti in un solo momento che il tempo non ti sarebbe bastato a

chiedere perdono per ogni peccato”. Questa canzone scaturisce per ricordare a tutti

noi quanto sia imprevedibile la vita, quanto essa sia legata a un filo sottile, che prima

o poi si spezzerà inevitabilmente. E che la guerra non fa altro che rafforzare la

precarietà della vita,inutilmente.

La precarietà della vita fu dipinta con rara limpidezza da Giuseppe Ungaretti nella

celebre lirica Soldati:

Soldati

«Si sta come 7

d’autunno

sugli alberi

le foglie» (Giuseppe Ungaretti, Vita d’uomo.

Tutte le poesie)

In questo breve componimento , composta di soli due settenari, si raccoglie tutta

l’esperienza umana del dolore provocato da una guerra. Nel caso del poeta, il “carme”

nasce da una situazione vissuta in prima persona: Ungaretti partecipò da volontario

(poi pentito) alla prima guerra mondiale.

L’autore imprime un andamento perplesso e discontinuo, segno della brevità della vita

e del dolore, che investe ogni manifestazione dell’esistenza.

Ungaretti visse l’esperienza della guerra sul campo, partecipò alla campagna

come tanti altri intellettuali dell’epoca (vedi D’Annunzio, Marinetti

interventista,

e i Futuristi) , e quando scoppiò la Prima guerra mondiale, si arruolò volontario nel 19°

reggimento di fanteria.

Combatté sul Carso e in seguito a questa vicenda scrisse le poesie che, raccolte

dall'amico Ettore Serra (un giovane ufficiale), vennero stampate in 80 copie presso una

Il porto sepolto.

tipografia di Udine nel 1916, con il titolo Collaborava a quel tempo

Sempre Avanti.

anche al giornale di trincea Si arruolò perché egli aveva un’ idea

romantica della guerra, essa avrebbe reso grande l’Italia. E inoltre si pensava che il

conflitto sarebbe durato poco, si rivelò invece uno scontro di usura, che si protrasse

per tre interminabili anni. La prima guerra mondiale appunto fu combattuta nelle

trincee, fu una guerra di logoramento.

La canzone di De Andrè sboccia invece da un esperienza indiretta della guerra ma non

per questo è meno realistica della lirica di Ungaretti.

Piero quindi potrebbe essere il protagonista della poesia di Ungaretti, sta lì, come le

foglie sugli alberi, ma a causa di un' esitazione, dettata dalla poca pietà che ancora la

guerra gli aveva lasciato nel cuore, viene ucciso.

A ogni autunno segue sempre un inverno.

Curiosità:

Un verso richiama la canzone "Dove vola l'avvoltoio" scritta nel 1958 da Italo Calvino e

musicata da Sergio Liberovici:

« Nella limpida corrente

ora scendon c

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