Cappuccetto Rosso e il fanciullino
C’era una volta una bambina, bella, sorridente e dolce, una bambina come tante, una bambina come le nostre, figli, fratelli, nipoti... Il suo nome era Cappuccetto Rosso. Cappuccetto voleva molto bene alla sua mamma ed anche alla sua nonnina che viveva nel bosco vicino alla sua casetta.
Tutti i giorni la mamma di Cappuccetto preparava una deliziosa torta di mele e mandava la bambina dalla nonna con un cestino colmo di provviste.
Quel giorno come di consueto la mamma porse il cestino alla dolce bimba e le chiese di andare nel bosco, ma si raccomandò affinché la piccolina passasse per la strada principale, poiché un lupo pericoloso era stato avvistato nel bosco.
Una volta nel bosco, però, Cappuccetto intravide non molto distante dalla strada che stava e doveva seguire una stupenda aiuola di tanti fiori dai colori sgargianti. Stupita da quello spettacolo, abbandonò il sicuro sentiero per raccogliere quei fiori profumati e portarli alla nonna.
Come tutti i bambini Cappuccetto guardava tutte le cose con stupore e meraviglia, possedeva una speciale sensibilità, quella sensibilità che solo un fanciullo può avere. E così che Pascoli definì il “fanciullino” quel bambino che è dentro ognuno di noi da sempre e per sempre.
Quello che in tenera età “rimane piccolo anche quando noi confonde la sua voce con la nostra, ma che ingrossiamo e arrugginiamo la voce” mentre “egli fa sentire il suo tinnulo squillo come di campanella”, quello che “piange e ride senza un perché di cose, che sfuggono ai nostri sensi ed alla nostra ragione”, che guarda tutte le cose con stupore e meraviglia senza cogliere i rapporti logici di causa-effetto, ma intuendo; il fanciullino è colui che “scopre nelle cose le relazioni più ingegnose”, che riempie ogni oggetto della propria immaginazione e dei propri ricordi, trasformandolo in simbolo.
Il poeta per Pascoli è colui che riesce ancora ad udire la voce del fanciullino che vive dentro di noi, che riesce a tenerlo vivo. Il poeta è colui che pur mantenendo una razionalità di fondo, organizzatrice della metrica poetica, possiede una sensibilità speciale, che gli consente di caricare di significati ulteriori e misteriosi anche gli oggetti più comuni; il poeta deve saper combinare il talento della fanciullezza (saper vedere), con quello della vecchiaia (saper dire).
Infatti, il fanciullino riesce a cogliere negli oggetti quel qualcosa che agli occhi di un adulto sembra futile, mentre “noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare”, egli vi tiene fissa “la sua antica serena meraviglia”. Il poeta che ascolta il fanciullino coglie l’essenza delle cose e non la loro apparenza.
La poesia quindi per il Pascoli è tale solo quando riesce a parlare con la voce del fanciullino ed è vista come la perenne capacità di stupirsi tipica del mondo infantile.
Il fanciullo per Pascoli è presente in ogni uomo e sta ad ascoltare, ammirando le fiabe e le leggende nell’uomo serio; nell’uomo pacifico invece fa echeggiare stridule fanfare di trombette e di pive. È colui che ci fa perdere tempo perché vuole cogliere il fiore di cui sente il profumo o sentire cantare la cinciallegra; che parla sempre senza mai fermarsi.
Senza il fanciullo noi non vedremmo tante cose a cui di solito non badiamo neppure e non potremmo poi nemmeno pensarle e ridirle, perché per Pascoli il fanciullo è “l’Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente”.
Chi non ha mai sentito parlare di tutto ciò forse conserva al suo interno un fanciullo che tace o che non ha mai voluto udire, che tiene il broncio o che dorme con i pugni chiusi, ma c’è sempre un fanciullo!
Cappuccetto nel bosco
Cappuccetto quindi cominciò a raccogliere i tanti fiori colorati, allontanandosi ingenuamente sempre più dal sentiero indicatole dalla mamma.
Quando Cappuccetto finalmente si ricordò della nonna, subito fece per tornar indietro, ma ormai nel fitto bosco era entrata e la sera era vicina. Perso il sentiero, Cappuccetto cominciò a camminare nella speranza di ritrovare la giusta via, ma alzando gli occhi al cielo, notò che il sole era ormai tramontato ed il cielo era buio, illuminato soltanto da qualche bella e brillante stellina.
Si ricordò di quando la sua mammina, guardando quelle stesse stelle, le raccontò che le stelline erano in realtà occhi di bimbi che in tempi assai lontani erano giunti fino in cielo e non erano stati più capaci di venirne giù.
La formazione delle stelle
Cappuccetto, piccola com’era, non poteva sapere che in realtà le stelle hanno origine dalla materia interstellare presente nelle galassie e subiscono un’evoluzione differente a seconda della loro massa iniziale.
Le stelle con massa pari a quella del Sole, o di poco superiore, probabilmente si formano da globuli di materia relativamente fredda, i globuli di Bok; le stelle massicce, invece, si produrrebbero tramite un innesco operato da onde d’urto, che creano un’instabilità gravitazionale nella materia interstellare.
In entrambi i casi abbiamo la formazione di una protostella, cioè una nube di gas approssimativamente sferica, nella quale le interazioni gravitazionali tra le particelle di materia si fanno sempre più intense.
L’evoluzione di una protostella dipende da due forze contrapposte:
- La contrazione gravitazionale;
- La tendenza all’espansione del gas che si riscalda.
Quando la forza gravitazionale prevale, la nube si contrae e la durata di questa fase dipende dalla massa. Maggiore sarà la massa, minore sarà la durata.
Il tempo necessario ad una protostella per divenire stella dipende anch’esso dalla massa. Le stelle più massicce del Sole si formano in un tempo relativamente breve (300.000 anni), quelle grandi come il Sole richiedono trenta milioni di anni.