Teoria della relatività della morte
Con questa mia tesi mi prefiggo di confutare il luogo comune “nulla è assoluto tranne la morte”, per sostituirlo con “niente c’è di più relativo della morte”.
A tale scopo affronto il problema da un punto di vista letterario, filosofico, botanico, fisico-astronomico, genetico utilizzando opere scritte dagli stessi autori e non bibliografia sugli autori.
Sezione letteraria
La parola “morte” evoca inevitabilmente alla nostra mente la sensazione della fine della vita, facilmente ascrivibile ad un corpo pallido ed inerme che ha ormai esalato l’ultimo respiro.
Parlando in questi termini, o meglio intendendo la morte come fine dell’esistenza, è facile ascrivere a questa un valore assoluto.
E’ infatti la consapevolezza che prima o poi dobbiamo morire ad investire la morte di assolutezza. Ma siamo sicuri che è sufficiente l’esserne certi per conferire alla morte assolutezza?
La morte, che ci piaccia o no, non è assoluta ma relativa, si può essere morti ma più vivi di prima e vivi ma morti più dei defunti, eccone le prove.
Prove. Morti ma vivi, anzi più vivi di prima
Luigi Pirandello nella novella “I pensionati della memoria” afferma:
“A me tutti i morti che accompagno al camposanto mi tornano indietro. Fanno finta di essere morti dentro la cassa, o forse sono morti veramente, son morti per sé ma non per me, vi prego di credere!.
Quando tutto per voi è finito per me non è finito niente! Sono tutti vivi, vivi come voi e come me, anzi sono più vivi di prima! Perché, riflettete bene, che cosa può essere morto di loro? Quella realtà che essi diedero alla stessa vita, o una realtà molto relativa, non era la vostra, non era la mia!”.
Da questo stralcio di Pirandello tratto da “Novelle per un anno” si evince come si può essere morti fisicamente ma essere vivi, anzi più vivi di prima stando a pensione completa nella mente dei nostri cari. Dove risiede allora l’assolutezza?
Intesa come fine di quella realtà o FORMA che il morto si era assegnato in VITA in qualità di maschera nuda la morte è fenomeno assoluto, ma intesa come prosecuzione nella nostra memoria di quella realtà che già ci eravamo creati quando il morto era in vita la morte è cosa relativa.
Questa considerazione pirandelliana è utilissima all’uomo in quanto risolve quell’atavica paura della morte che lo ha sempre angosciato, tanto da fare scrivere ad autori di grande portata come Seneca lettere in cui si cerca di sublimare il problema.
Seneca “Epistulae morales ad Lucilium”, lettera IV
“Non ha importanza ciò che sta alla fine la morte viene verso di te; sarebbe da temere se potesse rimanere con te; ma per necessità o non è ancora venuta o quando è venuta passa oltre. Gli uomini in maggioranza oscillano tra il timore della morte ed il disprezzo della vita:
non hanno il coraggio di vivere e non sanno morire. Nessun bene giova a chi lo possiede se il suo animo non è pronto a perderlo; ed è facile accettare la perdita se una volta perso non può essere rimpianto”.
Il “contemptus vitae” è fondamentale per affrontare la morte in maniera serena, ma ancora più rasserenante è la consapevolezza che da morti si può essere più vivi di prima attraverso il ricordo nella mente di persone a noi care.
La memoria ha infatti una potenza inestimabile riuscendo addirittura ad essere più forte della morte, riuscendo ad instaurare la Foscoliana “corrispondenza d’amorosi sensi”. Foscolo “Dei sepolcri”:
“Celeste è questa corrispondenza d’amorosi sensi, celeste dote è negli umani; e spesso si vive per lei con l’amico estinto e l’estinto con noi... Sol chi non lascia eredità d’affetti poca gioia ha dell’urna”.
La “corrispondenza d’amorosi sensi” ovvero il colloquio tra il vivo ed il morto riesce a “vincere di mille secoli il silenzio”, per cui è deprecabile il non lasciare in vita alcuna traccia di sé o “eredità d’affetti”.
Notiamo bene: Foscolo non parla di sensi, ma di amorosi sensi.
L’amore è infatti una componente fondamentale per la conquista dell’immortalità.
Bibbia, “Cantico dei cantici”
“Forte come la morte è amore”.
Amore e morte, ethos e thanathos sono due estremi non antitetici ma complementari, se infatti si è morti ma persiste l’amore dei cari verso di noi siamo vivi, se siamo in vita ma senza amore siamo morti, in uno stato arido-vegetativo.
La corrispondenza d’amorosi sensi non è l’unico antidoto alla morte, vi è bensì la forza della scrittura e della poesia, “topos” letterario che da Orazio alla Dickinson ha caratterizzato gli scritti di autori latini, italiani e stranieri.
Tale “topos” letterario è sicuramente valido ed efficace. Non è forse vivo, anzi più vivo di prima quell’Orazio che tanto si preoccupava di “ergere un monumento più duraturo del bronzo?”. Già il solo ricordarlo in tale tesi dona lui immortalità.
“VIVAM” diceva Orazio e a ragione “VIVET” posso affermare con sicurezza oggigiorno.
D’altronde anche Foscolo riteneva la poesia donatrice di immortalità attraverso la figura di Omero, mendico errante tra gli avelli, cantore della duplice disfatta troiana, della vittoria finale dei figli di Peleo e cantore delle sciagure di Ettore.
Foscolo “Dei sepolcri”
“E tu onore e pianto avrai ove fia santo e lagrimato il sangue versato per la patria, e finché il sole splenderà sulle sciagure umane”.
La poesia non è però l’unica fonte di immortalità in quanto tutta la letteratura può essere vaccino nei riguardi della malattia più temuta dai mortali.
Anche le lettere hanno potere duraturo:
Seneca “Epistulae morales ad Lucilium”, lettera XXI:
“Sbagli o Lucilio, dalla tua vita presente ad un’altra si sale. Fra le due condizioni di vita passa la stessa differenza che c’è tra una cosa che brilla di luce riflessa ed un’altra che ha in sé la sua fonte luminosa.
Ti porto l’esempio di Epicuro. Questi scrive a Idomeneo: “Se brami immortalità ti daranno maggior fama queste mie lettere che codeste brighe... Aveva forse torto? Il tempo sommerge gli uomini nelle sue acque, solo pochi ingegni eletti sollevano il capo. Ciò che Epicuro ha potuto promettere al suo amico io lo prometto a te, io troverò favore presso i posteri e trarrò dall’ombra nomi di tanti amici che vivranno a lungo.”
La morte non è da considerare assoluta per il fatto che i defunti sono “assenti” da questa vita. Infatti, come giustamente afferma Pablo Neruda l’assenza, i distacchi e tutti gli altri addii sono “case” di speranza e conforto, nidi di vita in cui si può ricordare l’estinto e l’estinto può a sua volta vederci senza vita vivere, a patto però che noi non soffriamo, perché se così fosse l’estinto morirebbe veramente.
Neruda XCIV:
“Se muoio sopravvivimi con tanta forza pura...
non voglio che muoia la mia eredità di gioia...
Vivi nella mia assenza come in una casa
è una casa sì grande l’assenza che entrerai in essa attraversi i muri
ed appenderai quadri nell’aria...”
Senza vita ti vedrò vivere e se soffri, amore mio, morirò nuovamente”.
Vivi ma morti più dei defunti
Nella sezione precedente ho illustrato come persone morte acquistano immortalità mediante il ricordo nella mente di persone loro care e grazie all’apporto della scrittura e della poesia.
Analogamente si può dimostrare come sia vero il contrario, ovvero come persone ancora vive in questo mondo risultino più morte dei veri defunti.
Si può infatti rimanere in questa vita, continuare ad “esserci” per se stessi pur essendo morti per gli altri.
Una tesina sulla vita che dimostra, in modo originale, come la morte sia relativa e l'immortalità possibile.
Materie trattate: astronomia, fisica, biologia, botanica, italiano, filosofia, religione, inglese.