La senescenza: un’opportunità per riscoprire e indagare lo scopo della vita
Quelle ore che modellarono con lavoro gentile l’amabile sembiante sul quale occhio indugia si faranno tiranne contro di lui, togliendo la bellezza a chi nella bellezza eccelle;
poiché il Tempo che mai riposa spinge l’estate innanzi nell’orrido inverno e ve l’affonda, linfa fermata dal gelo e forti foglie perdute, bellezza sommersa da neve e nudità ovunque.
Se non restasse allora l’essenza dell’estate, liquida prigioniera chiusa in muri di vetro, l’effetto della bellezza sarebbe tolto con la bellezza, sparita quella, e insieme il suo ricordo.
Ma i fiori distillati, anche se incontrano l’inverno, non perdono che l’apparenza; la sostanza ne vive ancora dolce.
(William Shakespeare, Sonetto n° 5)
Il celebre poeta e drammaturgo inglese, in questo sonetto, offre un’immagine molto suggestiva con la quale si è voluto iniziare questo studio relativo “all’autunno e all’inverno” della vita di un essere umano: la senescenza, l’anzianità.
Temi come questi portano a riflessioni a più ampio raggio che coinvolgono interrogativi riguardanti la vita nella sua totalità, inducendo a domandarsi quale sia il vero scopo dell’esistenza.
Nel corso della storia dei popoli, così come in quella del singolo, a queste domande sono state date risposte molto eterogenee tra loro; se ne potrebbero contare tante quante sono gli esseri umani! Ciascun individuo costituisce, infatti, un mondo fatto di pensieri, emozioni, esperienze e memorie che contribuiscono a formare una propria visione ed esperienza della realtà.
Ciò si traduce nell’esistenza di un gruppo sociale largamente composito, che smonta in una certa misura l’impalcatura illusoria su cui poggiano gli stereotipi di una popolazione omogenea e uniforme. In base alla natura di tali risposte, che, in una dimensione più allargata, si trasformano in costumi e strutture sociali ed economiche, nonché intessono il tessuto delle relazioni interpersonali, credo che vari anche la qualità della vita nelle sue fasi distinte.
In altre parole, il patrimonio di idee, valori, credi e risorse rappresenta la linfa di una cultura o di una società, o almeno così dovrebbe essere!
In questa prospettiva, anche l’invecchiamento può essere direttamente vincolato e determinato dalle scelte che un individuo ha compiuto nel corso della sua vita, dalle sue idee, dal sentire o meno un sentimento di fede, nonché dalla sua capacità di reagire alle situazioni e agli eventi tristi o difficili.
Accanto a questi fattori ve ne sono altri più prettamente sociali e psicologici, che caratterizzano la condizione e la vita sociale dell’anziano e che saranno approfonditi nelle pagine seguenti.
Un aspetto centrale è la concezione che una società ha degli anziani; si avrà modo di osservare nel corso di questa ricerca, come già a partire dall’antichità, l’anziano abbia rivestito un ruolo duplice all’interno del gruppo sociale.
Se da un lato, infatti, è percepito come fonte di grande saggezza a cui sono riservati enorme rispetto e reverenza, dall’altro, in virtù della progressiva debolezza fisica e mentale cui va incontro, egli viene confinato ai margini, fino a essere, in alcune culture antiche, addirittura eliminato.
Certo, è un dato di fatto che la vita sia un continuo consumarsi fino a giungere a un momento in cui le energie vengono meno e “il Tempo che mai riposa spinge l’estate innanzi nell’orrido inverno e ve l’affonda”, in continuo e incessante susseguirsi delle stagioni, secondo un andamento ciclico.
L’osservazione della natura di cui l’uomo è parte integrante potrebbe forse aiutare ad affrontare meglio un fenomeno che è ineludibile: il cambiamento.
Lo stesso Ippocrate, il celebre medico della Grecia antica, di cui il giuramento viene tuttora recitato dai medici laureandi dei nostri giorni, paragona l’esistenza umana alle quattro stagioni e la vecchiaia ne rappresenta naturalmente l’inverno.
Seneca, parlando di Aufidio Basso, in lotta con l’età, insegna che l’ultima età è naturale, tanto quanto le altre e che anche la morte deve essere attesa con animo sereno perché è una legge di natura.
Aggiunge inoltre la grande rilevanza della filosofia come mezzo per mantenere “sveglia” la mente; Aufidio è infatti un eterno giovane di spirito, poiché grazie alla filosofia si mantiene sempre lieto e forte seppure debole nel corpo.
Si potrebbe affermare, secondo anche il nuovo orientamento della psicologia, che l’invecchiamento inizia già con la nascita per articolarsi in un alternarsi ininterrotto di nascite e morti; anche da un punto di vista biologico, le cellule deperiscono per rigenerarsi nuovamente.
E. Erikson, con la sua teoria sui cicli della vita, insisteva molto sul fatto che l’abilità di affrontare la vecchiaia si produce dalla qualità della vita psichica precedente, ovvero da come sono state metabolizzate le altre fasi e da come si è stati in grado di reagire ai problemi.
La vita non è mai separata dalla morte; quest’ultima non è altro che una trasformazione di stato. Tutto nell’universo è soggetto al mutamento, e da ciò forse dipende anche la difficoltà, se non la totale incapacità, di mantenere una felicità stabile, laddove ci si aggrappi solo all’esteriorità.
Molti parlano dell’importanza di “imparare a invecchiare”, e ciò è sicuramente vero, tuttavia, ritengo che ancora prima sia doveroso e auspicabile imparare a vivere una vita consapevole; imparare a mettere a fuoco i propri ideali e cercare di realizzarli.
A questo punto, entra in campo la grande centralità che la pedagogia può avere con l’educazione del bambino. Un modo corretto di vivere la vecchiaia inizia infatti con l’infanzia.
Al bambino spetta il diritto a un’educazione volta allo sviluppo dei principi di solidarietà, di socialità in termini di collaborazione e rapporto con l’altro; si dovrebbe cercare di renderlo immune, il più possibile, da quel fatale veleno, oggi sempre più potente, dell’individualità-egoismo.
Nel bambino come nell’anziano è fondamentale inoltre stimolare la creatività, gli interessi, fare emergere una passione e aiutare loro a coltivarla.
Il processo educativo dovrebbe proseguire durante tutta la vita. Da qualche decennio, si è diffuso il concetto di “educazione permanente” (UNESCO), con il quale si fa riferimento all’insieme di mezzi offerti all’umanità senza operare nessuna distinzione di sesso, età, credo religioso o ceto sociale, affinché in ciascun individuo possano fiorire le proprie facoltà e favorire il progresso.
Un ulteriore aspetto da considerare è la necessità del contatto del bambino con l’anziano e con la morte.
Nelle società contemporanee, soprattutto occidentali, anche a causa dei cambiamenti della famiglia, da patriarcale-allargata a nucleare, costituita cioè dai soli coniugi e, dove presenti, dai figli, il rapporto di convivenza dei bambini con i nonni, in molti casi, è venuto meno.
Il nonno oggi, spesso, assume il ruolo di babysitter, ma manca quel tipo di vita insieme presente invece nelle famiglie tradizionali.
La convivenza con un anziano per un bambino può essere fonte di grande conoscenza e sensibilizzazione. È un’opportunità attraverso cui imparare a rendersi conto delle trasformazioni della vita e accettarle con rispetto e fiducia.
Per lo stesso motivo, potrebbe essere molto utile avvicinare i bambini e i giovani alle realtà delle case di riposo per anziani e coinvolgerli in attività ricreative e di supporto.
Certe scuole di pensiero sostengono che il bambino vada protetto dal dolore e dalla morte e perciò gli vadano evitate tutte quelle situazioni in cui questi aspetti sono presenti, ma altri invece ritengono che far conoscere, ovviamente con tatto e delicatezza, la vecchiaia, la malattia e la morte al bambino sia un modo quasi per esorcizzarle, per privarle di quel velo pesante e cupo che deriva da tutto ciò che non si conosce e, in quanto tale, si teme oltre misura.
Prendiamo per esempio il rapporto con la morte: nelle società contemporanee essa è considerata e vissuta generalmente alla stregua di un tabù, di qualcosa che si vuole cercare di nascondere, di cui non si vuole parlare.
Ma il rendersi conto della morte è importante perché ciò offre l’opportunità di chiedersi il perché della vita, sviluppando verso questa un senso di grande responsabilità e valore.
La famiglia e la scuola hanno quindi un grande obbligo che si può sintetizzare nel rendere il bambino un individuo forte e sensibile.
I valori etici e spirituali, questi ultimi nel caso di persone credenti, possono essere paragonati a fondamenta indistruttibili su cui poggerà l’intera fortezza di un futuro adulto, e più questi saranno veri e radicati, più l’individuo sarà capace di dare le risposte giuste agli “attacchi” che la vita potrebbe avere in serbo; ma saprà anche trovare una gioia più intima e profonda che si esprime nella purezza e nella nobiltà dei sentimenti.
Forse questo non gli eviterà la malattia, i problemi e tutte quelle difficoltà a volte legate all’essere anziano, ma gli permetterà forse di avere gli strumenti giusti per poter superare qualsiasi tempesta.
In fondo, la forza interiore e la capacità di avere sempre un’appropriata accettazione-reazione non è utile solo in vecchiaia, ma è indispensabile in tutte le fasi della vita!
L’anzianità - senescenza
Definizione e considerazioni generali
La senescenza è il lento processo involutivo fisiologico che segue l’età matura.
Si definisce anzianità quella condizione anagrafica, ma anche biologica, psicologica e sociale di chi si trova nella fase avanzata del ciclo della vita, che segue l’età adulta o lavorativa.
La senescenza rappresenta il deterioramento del corpo che si esprime in un incessante andamento biologico in tutto l’arco della vita; si tratta di un fenomeno inevitabile che riguarda tutti gli esseri viventi.
Nulla nella materia è destinato a durare in eterno, neanche gli oggetti!
Fornire una definizione assoluta di senescenza o anzianità risulta tuttavia difficile, soprattutto in ambito umano poiché essa è correlata a molti fattori, tra cui quelli biologici da un lato, e ambientali e sociali dall’altro.
Da sempre, l’uomo ha voluto distinguere la vita in tappe o fasi distinte, ma tali classificazioni variano enormemente da popolo a popolo, da un periodo storico a un altro e da persona a persona.
In primo luogo, è opportuno sottolineare che l’invecchiamento può essere sottoposto a una doppia indagine: l’invecchiamento individuale e l’invecchiamento della popolazione globale di una società.
Con quest’ultimo, solitamente si fa riferimento all’incremento progressivo dell’età media degli abitanti in relazione anche al decremento della popolazione più giovane o del numero delle nascite.
In Italia, per esempio, nell’ultimo secolo, la durata della vita si è raddoppiata, mentre la fecondità si è ridotta di un terzo.
Ciò è dovuto sia ai progressi della scienza medica, alla diminuzione delle malattie infettive e parassitarie, al miglioramento delle condizioni di vita e di nutrizione, quanto meno in alcune zone del mondo, ma purtroppo non in tutte!, sia a cambiamenti culturali che hanno testimoniato l’emancipazione femminile e sessuale a cui si è accompagnata anche una modalità di unione non sempre finalizzata alla procreazione.
A ciò si deve aggiungere il controllo delle nascite e il cambiamento degli stili di vita.
Tale fenomeno si è evidenziato in particolar modo a partire dalla fine del XX secolo e, ancora di più, nel XXI, implicando una vasta serie di conseguenze che si espandono a macchia d’olio a tutti i campi della società, e che provocano cambiamenti radicali nella struttura economica, nella pianificazione sociale, sanitaria, culturale e dei rapporti tra le persone.
Il “problema” degli anziani, così come lo si intende oggi, è relativamente recente e risale infatti ai primi studi di geriatria, condotti soprattutto negli Stati Uniti, all’inizio del XX secolo, nella figura del medico Nasher.
In queste ricerche si analizzavano gli aspetti biomedici e sociali della vecchiaia.
In questi anni, si sviluppa anche la gerontologia, che studia il processo stesso dell’invecchiamento piuttosto che le malattie inerenti a questa fase della vita.
I trattati e le osservazioni sulla vecchiaia non mancano però nell’antichità. Il già citato Ippocrate è seguito da Galeno, che vede nella vecchiezza una via di mezzo tra la salute e la malattia; il suo seguace Avicenna (1000) approfondì lo studio delle malattie croniche e mentali dei vecchi.
A Ruggero Bacone (XIII) si deve inoltre un trattato di igiene della vecchiaia, mentre al medico italiano Zerbi (XV) è attribuita la prima monografia sulla patologia della vecchiaia.
Celebre fu poi Paracelso (XVI secolo), per il quale l’essere umano è un “composto chimico” e la vecchiaia la conseguenza di un’autointossicazione.
Nel corso dei secoli tali ricerche proseguono, favorite anche dalle nuove tecnologie e dalla nascita di istituzioni dove sono ricoverati molti anziani, fatto che permise l’osservazione diretta e accurata.
A questo punto però sorge spontanea una domanda: “Chi è l’anziano?”
Ufficialmente, una definizione di anziano fu proposta in sede dell’Assemblea mondiale sull’invecchiamento tenuta dalle Nazioni Unite a Vienna nel 1982, e nella quale si stabilì ai sessant’anni di età, seppure in termini indicativi e suscettibili di variazioni, il limite minimo per indicare la popolazione anziana.
L’ISTAT indica invece come “popolazione anziana” quella di 65 anni (terza età) e più, contrapponendola alla fascia di età compresa tra i 15 e i 64 anni, che viene qualificata come “popolazione attiva”; esso inoltre individua un secondo grande insieme di anziani oltre i 75 anni (quarta età).
La soglia dei 65 anni ha più un valore statistico che reale in quanto demarca principalmente il confine tra la fase lavorativa e quella della pensione.
All’interno della grande classificazione degli anziani e dei vecchi si può operare un’ulteriore suddivisione, prendendo i 60 anni e più, e gli 80 e più come età significative di riferimento.
Si parlerà quindi di anziani per la prima classe di età, di vecchi per la seconda e di molto vecchi (oldest old) per la terza.
Definire chi sia l’anziano resta però una materia non sempre così semplice; non ci si può infatti basare solo sul dato anagrafico poiché persone diverse aventi la stessa età possono presentare capacità fisiche, mentali, lavorative e perfino riproduttive opposte, ben preservate in alcuni e completamente inefficienti in altri.
Anche all’interno dello stesso individuo è possibile che gli organi e le funzioni non vengano interessati contemporaneamente dall’invecchiamento.
La senescenza mantiene nell’immaginario collettivo caratteristiche ambivalenti ed è vissuta come un fenomeno tendenzialmente negativo, spesso associato al pregiudizio che la vecchiaia e la malattia coincidano, ma ciò non corrisponde sempre a verità.
A quest’idea si contrappone il concetto “dell’invecchiamento attivo”, con il quale si intende un invecchiamento in cui le prestazioni fisiche e mentali sono ancora buone.
Tale attitudine contraddittoria nei confronti della persona anziana sembra essere resistita al trascorrere dei secoli e al susseguirsi di culture e società, osservandosi già a partire dalle società primitive.
L’anziano nella storia delle culture
Si potrebbe operare una separazione tra quelle società e culture del mondo antico in cui l’anziano era oggetto di venerazione e rispetto, nonché detentore della conoscenza sia comune sia religiosa, e tra quelle in cui invece era considerato un inutile peso per la società stessa e, in quanto tale, abbandonato, lasciato andare al suo destino e, in certi casi, addirittura soppresso.
Tuttavia, anche dove si aveva una buona considerazione del vecchio, essa poteva variare in base alla condizione economica, psicologica e magico-religiosa e al ruolo sociale del singolo, quindi mentre si tendeva a onorare anziani di ceti sociali alti, non si provava alcuno scrupolo nello “sbarazzarsi” di quelli meno abbienti.
Nella Cina antica la vecchiaia veniva interpretata come elemento di potere e prestigio per la famiglia.
Da quanto sembra emergere dalla Bibbia, anche gli ebrei tenevano in alta considerazione l’anziano.
Nell’Atene classica, al contrario, la vecchiaia era ritenuta un’inaccettabile decadenza fisica e psicologica, tanto da giungere a cancellare la figura dell’anziano nella memoria collettiva. Anche qui, però, molto dipendeva dalla classe di appartenenza.
Tale atteggiamento sembra tuttavia modificarsi quando le leggi iniziano a tutelare le proprietà private.
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Svevo (la novella del buon vecchio e della bella fanciulla)
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