Giarratana Stefano 5°C L.S.T. 2006/07
Pensiero rivoluzionario nel primo dopoguerra del XX secolo
Biologia
Storia: nuove scienze biologiche nel periodo fascista
Biennio rosso
Fisica
Motori
Filosofia
Antonio Gramsci
Chimica
Carburanti
Italiano
V. Majakovskji
Scienze della Terra
Effetti dello smog nell’atmosfera
Matematica
Inglese: sistemi di codifica e crittografia
George Orwell and the novel “Animal Farm”
Informatica
Crittografia
I.T.I.S. Avogadro
Torino
5° C Liceo Scientifico Tecnologico
Tesina argomentativa
a cura di
Stefano Giarratana
Anno scolastico 2006/2007 –
Tesina Esame di Maturità 2006/07 Giarratana Stefano
Pensiero rivoluzionario
nel Primo Dopoguerra del XX Secolo 2
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Tesina Esame di Maturità 2006/07 Giarratana Stefano
La rivoluzione
La parola “rivoluzione” indica un mutamento completo e spesso rapido di una data realtà.
Il termine si estende anche a fenomeni che non riguardano l’ambito specificamente politico.
Si usa, infatti, la parola “rivoluzione” per indicare trasformazioni nei più svariati campi d’indagine dall’economia alla scienza, dalla cultura ai costumi sociali.
Mi occuperò del significato politico-sociale del termine in questione intendendo la rivoluzione come rottura netta con il passato e nuovo inizio, come radicale mutamento degli assetti politici e di quelli sociali.
Se il termine pone l’accento sullo stravolgimento totale e sulla sua repentina è perché queste caratteristiche sono le più evidenti. In realtà una rapida disamina di alcuni fatti rivoluzionari dimostrerà che i cambiamenti profondi che avvengono nella storia sono da interpretare all’interno di fasi processuali di medio o lungo periodo. La categoria interpretativa “rivoluzione” coglie dunque solo un aspetto del processo di trasformazione che si realizza in una data realtà e in un dato momento.
Il termine “rivoluzione” è essenzialmente moderno.
Non esistono fenomeni politici prima del ’700 cui è possibile attribuire il significato di rivoluzione così come lo abbiamo definito e come lo definiremo successivamente. Dobbiamo guardarci perciò dall’errore di leggere eventi del passato attraverso l’uso di categorie storiche emerse in seguito. L’antichità conobbe cambiamenti politici, anche molto drastici ed elaborò diverse teorie per descrivere le dinamiche dei mutamenti. Ma il mutamento non è la rivoluzione.
Il termine di cui mi occupo rimanda, infatti, non solo al sovvertimento radicale ma anche all’inizio di qualcosa di mai visto e destinato a durare.
Vorrei approfondire il pensiero rivoluzionario nei vari campi d’indagine che c’è stato nel XX secolo, che ha stravolto il mondo che abbiamo avuto in eredità oggi.
La rivoluzione cambia le strutture fondamentali, essa si oppone ai vecchi metodi e costruisce nuovi metodi. Ciò che si intende con la parola rivoluzione include opposizione, organizzazione, abolizione e creazione.
Una rivoluzione potrebbe avere un momento o un periodo di cataclisma, ma il cataclisma non rientra nella definizione. Il cataclisma non è richiesto.
Potrebbe esserci violenza in una rivoluzione e certamente ci sarebbe conflitto. Ma questi sono aspetti particolari, non le caratteristiche essenziali.
Il cambiamento rivoluzionario potrebbe essere per il meglio, si dovrebbe aggiungere, come qualcuno considera scontato, ma ridurre l’oppressione o espandere le libertà non rientra ugualmente nella definizione. Il beneficio non è richiesto. Ciò che è richiesto perché un processo sociale sia una rivoluzione, almeno come si definisce la parola, è che le strutture istituzionali basilari in una delle quattro sfere della vita sociale cambino in modo fondamentale.
Ovviamente questa definizione evita di dare priorità ad una sfera della vita su tutte le altre. La rivoluzione non è solo economia o solo politica, o solo cultura, o solo relazioni interpersonali. La rivoluzione può avere a che fare con una o con tutte e quattro le sfere della vita sociale. Questa definizione evita anche, ovviamente, di elevare a feticcio un metodo di cambiamento su tutti gli altri. 3
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Tesina Esame di Maturità 2006/07 Giarratana Stefano
La mia idea di rivoluzione
Muovere da un tipo di società all’altro, in qualsiasi direzione, è ciò che io considero una rivoluzione. Molte persone rispondono alla domanda cosa sia la rivoluzione da un’altra direzione. Dicono che la rivoluzione rifiuti le riforme. Questo, preso alla lettera, è privo di senso. Una riforma è un cambio nelle relazioni correnti che evita di superare le strutture fondamentali sottostanti. Una riforma pertanto non è una rivoluzione. Inoltre, il riformismo, che persegue solo riforme e che assume che al più elementare livello non ci sia alternativa alle strutture che al momento sopportiamo, è, di fatto, antitetico alla rivoluzione. Il riformismo accetta lo status quo istituzionale come permanente, ma le riforme stesse non sono riformismo e non sono contrarie al perseguimento di una rivoluzione.
Invece, al contrario, gli sforzi per conseguire un moderno cambio rivoluzionario richiedono la costruzione di movimenti che ispirino un numero sufficiente di persone, e stimolino sufficiente impegno e militanza da parte dei membri, per realizzare il cambiamento fondamentale. Un rivoluzionario lotta per le riforme non solo per rendere la vita della gente migliore nel presente, ma anche per risvegliare nuovi desideri, per prepararsi all’inseguimento di nuove esigenze, per propiziare una migliore organizzazione, per stimolare nuova consapevolezza, e, in generale, per essere parte di un processo volto alla fine ad un cambiamento fondamentale.
Un rivoluzionario potrebbe spesso inseguire le stesse riforme di un riformista, ma un rivoluzionario farà questo con un diverso linguaggio esplicativo, con differenti esortazioni, con una differente organizzazione e, ancora più importante, con un atteggiamento molto diverso riguardo a ciò che verrà dopo. Il riformista lotta per tornarsene a casa e godere i frutti della vittoria.
Il rivoluzionario lotta così che la gente possa stare meglio ora, ma anche per lottare ancora, ed ancora, fino a che non ci sia più bisogno di lottare perché il mondo è cambiato.
Il rivoluzionario è colui che quelli che sostengono una rivoluzione, nel momento di massimo impegno e speranza, cercano di impersonare ogni giorno.
Il mondo moderno è così pieno di compromessi e follia che questo non è facile benché ci si provi sinceramente. La rivoluzione non è né uno stile di vita e né una t-shirt.
Non è qualcosa che si accenda o spenga.
Non è qualcosa cui dedicarsi part-time o a periodi, di sicuro, ed io penso, sia una cosa molto, molto buona da fare. Ma, oltre a ciò, diventare davvero un rivoluzionario significa, penso, che tu hai sempre una grossa componente che decida del proprio modo di guardare alle cose, del come pensare e specialmente del cosa si decida da fare, cercando di offrire il proprio migliore contributo alla rivoluzione.
Dunque la rivoluzione è un accumulo di vittorie conquistate da una popolazione risvegliata che porta a cambi fondamentali nelle strutture che definiscono le relazioni sociali, ed anche quei cambiamenti realizzati.
La rivoluzione è inoltre il processo di progettazione di nuove relazioni e del loro implementare, è il processo di popolazioni risvegliate, che si informano, e che si organizzano durante il percorso.
La rivoluzione mette fine a vecchie epoche e ne comincia di nuove. La rivoluzione può sostituire la povertà con l’equità, la derisione con il rispetto, l’egoismo antisociale con la solidarietà, l’alienazione con la comunità, l’autoritarismo con l’autogestione, l’omologazione con la diversità, il patriarcato con il femminismo, il razzismo con l’intercomunitarismo, e l’economia dell’avidità e della competizione con l’economia del sostegno mutuo e della cooperazione.
“Le classi dominanti hanno sempre ricompensato i grandi rivoluzionari, durante la loro vita, con implacabili persecuzioni; la loro dottrina è sempre stata accolta con il più selvaggio furore, con l’odio più accanito e con le più impudenti campagne di menzogne e diffamazioni. Ma dopo morti, si cerca di trasformarli in icone inoffensive, di canonizzarli per così dire, di cingere di una certa aureola di gloria il loro nome, a “consolazione” e a mistificazione delle classi oppresse. Si svuota di contenuto il loro pensiero rivoluzionario, se ne smussa la punta, lo si svilisce. La borghesia e gli opportunisti in seno al movimento operaio si accordano oggi per sottoporre il marxismo a un tale trattamento”. V.I. Lenin, Stato e Rivoluzione, 1917 4
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Tesina Esame di Maturità 2006/07 Giarratana Stefano
Le rivoluzioni nel XX secolo
Il successo della Rivoluzione russa nell’ottobre del 1917 cambiò il corso della storia mondiale perché ispirò il movimento operaio internazionale per parecchie generazioni. Il 1917 rivoluzionò la società e trasformò la psicologia delle masse lavoratrici e la vita dei suoi partiti e sindacati. “Fare come in Russia” era la risposta netta che settori ogni giorno crescenti della classe operaia mondiale sentivano di poter dare alla miseria della guerra e allo sfruttamento del capitale.
La lotta della classe operaia divampò in Germania e Italia, nell’Europa centrale e in Spagna, in Inghilterra, negli Stati Uniti e in Asia ed ebbe il merito di contribuire in maniera decisiva alla fine della Prima Guerra Mondiale e alla sconfitta dell’offensiva eserciti che le potenze imperialiste scatenarono contro il neonato stato sovietico. Settant’anni dopo la pubblicazione del Manifesto Comunista di Marx ed Engels, lo spettro del comunismo si aggirava per l’Europa, ma ora era in carne ed ossa e spaventava a morte la borghesia.
La Rivoluzione italiana, meglio conosciuta come Biennio rosso, fu contemporanea all’instaurazione della Repubblica sovietica in Ungheria, allo Sciopero rivoluzionario in Spagna e seguì di poco la prima Rivoluzione tedesca 1918-19. Sappiamo dell’inverno Socialista Italiano (PSI) perse un’enorme opportunità storica: durante il Biennio rosso i lavoratori occuparono le fabbriche a più riprese e all’apice del processo (settembre 1920) mezzo milione di operai le difesero per settimane; i braccianti e contadini poveri fecero lo stesso con le terre dei padroni e dei latifondisti. Persino alcuni settori arretrati influenzati dal Partito popolare furono attratti dalla rivoluzione.
La portata del movimento fu tale che praticamente offrì il potere nelle mani della direzione del PSI. Una direzione cosciente dei compiti storici che esigeva la classe operaia avrebbe potuto unificare lo slancio rivoluzionario in tutto il paese e farla finita col capitalismo e le sue miserie. Allora il PSI era un partito ben radicato nella classe operaia industriale e dirigeva il principale sindacato, la CGL, insieme alle principali leghe nelle campagne. Amministrava migliaia di municipi e di cooperative operaie.
La vittoria del Biennio rosso avrebbe potuto spezzare l’isolamento della Rivoluzione russa ed avrebbe cambiato il corso della storia mondiale. L’esperienza invece dimostrò per l’ennesima volta che una organizzazione rivoluzionaria non si può improvvisare: nel pieno della lotta la classe operaia non dispose infatti del tempo necessario a trarre in tutta fretta le conclusioni corrette dagli avvenimenti che si susseguirono durante uno sconvolgimento sociale. Spesso non ebbe neppure il tempo di correggere puntualmente gli inevitabili errori propri e dei propri dirigenti.
Il coraggio e l’abnegazione sono necessari ma non sufficienti. La durata di una stagione rivoluzionaria può variare ed assumere un carattere prolungato, ma non è infinita. Le decisioni strategiche e quelle tattiche che si devono adottare giorno dopo giorno, mese dopo mese, esigono una estrema flessibilità nei metodi ed una grande fermezza di principi in ogni momento cruciale. Il partito rivoluzionario sarebbe superfluo se la spontaneità della classe fosse sufficiente a vincere la guerra contro la borghesia. Il partito rivoluzionario deve quindi svolgere il ruolo che i lavoratori non possono inventarsi in pochi mesi.
È per tali motivi che una direzione cosciente e sperimentata si rende necessaria.
Le correnti centriste (semi-rivoluzionarie o rivoluzionarie a parole) che nacquero nel seno dei partiti operai furono un prodotto quasi esclusivo delle stagioni rivoluzionarie e prerivoluzionarie. I loro dirigenti oscillano, dubitano ed a volte persino cincischiano tra il riformismo ed il marxismo.
La maggioranza dei capi del PSI si dichiarava massimalista, partigiana del programma massimo della rivoluzione socialista.
Purtroppo non erano che centristi, giacché da anni si limitavano a suonare la tromba della propaganda rivoluzionaria come Giovanni minacciava l’Apocalisse, ma giunsero miseramente impreparati quando il Biennio rosso bussò alla porta.
Come la guerra, la rivoluzione ha in ogni sua fase il fronte decisivo. Torino lo fu per l’Italia durante tutto il 1920, e lì militava Gramsci. Per le sue posizioni politiche e la qualità della sua militanza durante il Biennio rosso, Gramsci fu l’avanguardia minoritaria del PSI. L’assenza di una frazione nazionale organizzata attorno alle sue idee fu un fattore chiave nell’ora decisiva.
Anni dopo Trotskij scriverà: “Se alla fine della guerra non c’è stata in Europa alcuna rivoluzione vittoriosa è perché è mancato il partito” e persino il socialista Nenni confermerà nel 1926 che “..il giudizio [di Trotskij] è esatto per ciò che si riferisce all’Italia”. 5
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Tesina Esame di Maturità 2006/07 Giarratana Stefano
Antonio Gramsci
« [...] non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione [.. .] vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente. La vita è così, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini»
(Antonio Gramsci, lettera alla madre, 10 maggio 1928)
Il pensiero di Gramsci
Negli anni del carcere, l’autore dei “Quaderni” rilesse in una prospettiva rigorosamente antimetafisica le pagine marxiane, individuandovi una fonte teorica primaria per l’elaborazione di una scienza politica all’altezza dei tempi.
L’obiettivo polemico di Gramsci è l’interpretazione scientistica di Marx, prossima ad affermarsi come ortodossia filosofica nell’Urss staliniana.
A Gramsci la battaglia del giovane Marx contro il “vecchio materialismo” fornì un formidabile arsenale filosofico e, in positivo, i materiali per la costruzione di una ontologia pratica che affermasse l’essenza dinamica della realtà materiale (la sua soggettività e storicità) e la radicale materialità del soggetto storico, al tempo stesso interprete e artefice “critico-pratico” del mondo.
“Lo Stato è concepito sí come organismo proprio di un gruppo, destinato a creare le condizioni favorevoli alla massima espansione del gruppo stesso, ma questi sviluppo ed espansione sono concepiti e presentati come la forza motrice di una espansione universale, di uno sviluppo di tutte le energie nazionali. Cioè il gruppo dominante viene coordinato concretamente con gli interessi generali [dell’insieme] dei gruppi subordinati e la vita statale viene concepita come un continuo formarsi e superarsi di equilibri instabili (nell’ambito della legge) tra gli interessi del gruppo fondamentale e quelli degli altri gruppi [..]”.
Così la parola Stato usata due volte significa nel primo caso ‘Stato borghese’ e nel secondo ‘Stato operaio’: in mezzo c’è la rottura rivoluzionaria, ma non possiamo certo pretendere che Gramsci scrivesse chiaramente l’espressione “abbattimento del sistema capitalista e del suo stato” nelle condizioni in cui si trovava. Stesso discorso vale per l’espressione tra parentesi “(nell’ambito della legge)”, in cui la parola ‘legge’ va intesa come ‘dittatura del proletariato’.
Il termine egemonia (del partito della classe lavoratrice) compare chiaramente associato ad un periodo di ascesa rivoluzionaria, quando l’azione indipendente della classe operaia suole ispirare le classi medie e i settori sfruttati. L’abbiamo visto sempre nella storia, anche in quella recentissima tra il 1968 e gli anni ’70. È chiaro che l’egemonia delle idee rivoluzionarie non possa affermarsi nella vita quotidiana della società sotto il dominio del capitale. Ma possa farlo in periodi speciali come lo sono i processi rivoluzionari, poiché le masse lavoratrici prendono coscienza della necessità di impegnarsi direttamente nella soluzione dei problemi che il capitalismo impone e non può risolvere.
Il dominio del capitale si giova quotidianamente delle sovrastrutture da esso create o asservite per inibire qualunque sfida all’egemonia che la borghesia esercita attraverso i suoi giornalisti e scrittori, attori e registi, scienziati e divulgatori, preti e professori, avvocati e giudici, ministri e militari etc., ossia gli intellettuali che Gramsci definiva “commessi della classe dominante”, gli animatori delle “casematte del sistema”, i “funzionari delle sovrastrutture”. Gramsci difendeva la necessità di un lavoro costante per conquistare alla militanza del partito non solo gli operai ma anche gli intellettuali più vicini al marxismo.
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Tesina multidisciplinare con presentazione in PowerPoint e mappa concettuale in allegato.
Materie trattate: Storia, Italiano, Filosofia, Inglese, Biologia, Fisica, Chimica, Scienze della Terra, Matematica, Informatica.