Un mito nell'età borghese, tesina

Tesina di maturità dal titolo: Un mito nell'età borghese, è perfetta per conseguire la maturità classica ed è incentrata sulla figura di Gabriele d'Annunzio.

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Un mito nell’età borghese
Gabriele d’Annunzio fu un personaggio di spicco nell’ambito della scena politica e letteraria italiana tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Egli nacque a Pescara da una famiglia benestante il 12 marzo 1863, e condusse una vita molto particolare (il cosiddetto “vivere inimitabile”), tanto che assume notevole rilevanza l’aspetto relativo alla biografia dell’autore, poiché egli, in quanto esteta, fece della propria vita un’opera d’arte.
Dopo aver studiato presso il collegio Cicognini di Prato, d’Annunzio si trasferì a Roma per frequentare l’università, ma egli preferì esercitare la professione di giornalista ed inserirsi in ambienti mondani: si tratta del periodo in cui d’Annunzio cominciò a condurre lo stile di vita dell’esteta, ovvero dell’uomo raffinato, amante del bello in tutte le sue forme e osteggiatore della morale borghese. Proprio durante la fase dell’estetismo d’Annunzio intrecciò una relazione sentimentale con la “divina” Eleonora Duse e, nel 1889 (lo stesso anno del Mastro-don Gesualdo di Giovanni Verga), d’Annunzio scrisse Il piacere, romanzo il cui protagonista, Andrea Sperelli, è il prototipo dell’esteta ed è un alter-ego dell’autore.
Successivamente, influenzato dalla lettura di alcuni testi del filosofo Nietzsche, d’Annunzio passò dalla fase dell’esteta a quella del superuomo, e proprio a questo periodo appartiene Le vergini delle rocce, romanzo scritto nel 1895 il cui protagonista, Claudio Cantelmo, è l’emblema del superuomo dannunziano.
D’Annunzio però, parallelamente alla sua attività letteraria, fu un personaggio coinvolto attivamente negli eventi storici della sua epoca: egli, ad esempio, nel 1897 entrò in Parlamento come deputato dell’estrema destra, ma nel 1900 egli passò allo schieramento di sinistra (“Vado verso la vita!”). D’Annunzio, tra il 1911 e il 1912, fu un fervente sostenitore dell’espansione coloniale italiana in Libia, in occasione della quale egli scrisse le Canzoni delle gesta d’oltremare, raccolte in Merope, quarto libro delle Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi.
Inoltre, d’Annunzio abbracciò posizioni interventiste nell’ambito dell’entrata in guerra dell’Italia nella Prima guerra mondiale. Allo scoppio del conflitto d’Annunzio rientrò in Italia, Paese dal quale si era allontanato nel 1910 a causa dei debiti da lui contratti, e tenne un discorso a Quarto, in occasione della commemorazione della Spedizione dei Mille di Garibaldi. Questo avvenimento fu per d’Annunzio un motivo per esaltare il patriottismo italiano, e la sua campagna interventista culminò nel 1915 con le “radiose giornate di maggio”, durante le quali, in concomitanza con la riunione nel cui ambito la Camera doveva decidere se approvare o meno l’intervento in guerra, d’Annunzio incitò a picchiare i deputati contrari all’intervento, in particolare Giovanni Giolitti, il quale era un acceso oppositore dell’intervento in guerra.
Successivamente, una volta entrata in guerra l’Italia, d’Annunzio si arruolò volontario e nel 1918 compì imprese memorabili, come l’incursione nel golfo del Carnaro con una flotta di motosiluranti, nota come “beffa di Buccari” (nella notte tra il 10 e l’11 febbraio), e il volo su Vienna (il 9 agosto), in occasione del quale d’Annunzio lanciò volantini patriottici. È da notare che d’Annunzio si distinse dalla massa anche nell’ambito bellico, poiché egli combatté non in trincea, bensì in aereo, mezzo innovativo per l’epoca.
Nell’immediato dopoguerra, d’Annunzio si fece interprete del malcontento comune per via della cosiddetta “vittoria mutilata”: l’Italia era entrata in guerra nel 1915 con il Patto di Londra, secondo il quale, se fosse intervenuta al fianco delle potenze della Triplice Intesa (Russia, Francia ed Inghilterra), essa in caso di vittoria avrebbe ottenuto il Trentino (non l’Alto Adige), il Friuli, l’Istria, Fiume, parte della Dalmazia e la base di Valona in Albania. Alla fine della guerra però gli equilibri erano mutati, visto che, ad esempio, il presidente degli Stati Uniti Wilson favorì la creazione della Jugoslavia, concepita come uno Stato-cuscinetto: per questo motivo l’Italia non poté ottenere l’Istria, la Dalmazia e Fiume, e questo elemento suscitò una protesta da parte del Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando e da parte del Ministro degli Esteri Sidney Sonnino. C’è da considerare però anche il fatto che l’Italia, a guerra conclusa, ottenne, oltre al Trentino e al Friuli, anche l’Alto Adige, nonostante questo non fosse previsto dagli accordi, poiché l’Austria aveva subìto una sconfitta così cocente da essere costretta ad un drastico ridimensionamento dei propri territori.
In questo ambito si inserì l’impresa fiumana da parte di Gabriele d’Annunzio: egli decise di tentare un’annessione di fatto dei territori, procedura assai diffusa tra le potenze che non erano soddisfatte della spartizione dei territori prevista dal Trattato di Versailles; questa strategia prevedeva che un determinato territorio venisse occupato in breve tempo e senza preavviso, in modo tale da costringere la controparte ad una resa immediata. Nel settembre 1919, dunque, il Vate e i suoi “legionari dannunziani” avviarono l’occupazione della zona del Carnaro, allo scopo di annettere la città di Fiume all’Italia.Fin dall’inizio d’Annunzio tentò di coinvolgere il maggior numero possibile di esponenti nella sua impresa: egli, ad esempio, scrisse una lettera ad Antonio Gramsci, elogiando le sue idee politiche, allo scopo di convincerlo a prendere parte alla sua iniziativa. D’Annunzio tentò di coinvolgere nella propria impresa anche Benito Mussolini, il quale però ben presto si dissociò dall’iniziativa fiumana, poiché egli riteneva che si trattasse di un’iniziativa estemporanea e fuori luogo. Aderirono invece alla campagna fiumana esponenti come Alceste de Ambris, il quale aveva abbracciato posizioni interventiste nell’ambito dell’entrata in guerra dell’Italia: egli, tra l’altro, collaborò con d’Annunzio nella stesura della Carta del Carnaro, che prevedeva il suffragio universale, la partecipazione del popolo alle istituzioni, riforme agrarie che comportassero la redistribuzione delle terre, un miglioramento delle condizioni di lavoro e l’abolizione dei privilegi fiscali. Aderirono all’iniziativa fiumana esponenti anarchici, nazionalisti, ex-combattenti e, in un primo momento, anche Filippo Tommaso Marinetti.
Nel frattempo, il Presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti, eletto nel 1919, tentò di contrastare l’iniziativa dannunziana, intenzionato però ad evitare spargimenti di sangue, per cui il suo tentativo fallì e, in quel momento, non vi fu alcuno sgombero da parte dei “legionari dannunziani”.
Nel 1920 tornò al governo Giovanni Giolitti, il quale stipulò con la Jugoslavia il Trattato di Rapallo, che comportò una revisione delle clausole del Trattato di Versailles: nuove clausole stabilirono che l’Istria e parte della Dalmazia venissero annesse all’Italia e che Fiume diventasse un territorio libero sotto controllo internazionale.
Giolitti poté dunque imporre a d’Annunzio e ai suoi “legionari” l’immediato sgombero, e questo accadde la notte del 24 dicembre 1920,ricordata come “Natale di sangue”: l’esercito italiano circondò Fiume, e Giolitti lanciò a d’Annunzio un ultimatum. In seguito d’Annunzio riunì i suoi “legionari” per decidere cosa fare: lo storico Valeri, nel suo testo La lotta politica in Italia dall’Unità al 1925, scrive che d’Annunzio decise di tirare a sorte, lanciando una moneta e scelse di lasciare Fiume, ma secondo Valeri d’Annunzio truccò il sorteggio. Egli infatti aveva capito che anche da parte degli abitanti di Fiume non c’era più interesse a proseguire il tentativo di annessione all’Italia, tant’è vero che il Vate lanciò forti invettive alla popolazione fiumana, accusandola di non “distogliere neppure per un momento dalla gozzoviglia natalizia la sua ingordigia”.
Nel periodo successivo al termine dell’impresa fiumana, in Italia si verificò l’affermazione del fascismo, e Benito Mussolini, il quale non stimava affatto d’Annunzio, decise di confinare il poeta in una villa di Gardone, il cosiddetto “Vittoriale degli Italiani”, dove d’Annunzio visse fino alla morte, avvenuta il primo marzo 1938.
In d’Annunzio rivestì notevole importanza il pensiero del filosofo Friedrich Nietzsche, il quale elaborò un importante percorso filosofico, articolato convenzionalmente in quattro tappe: la fase giovanile, la fase della filosofia “del mattino”, la fase della filosofia “del meriggio” e la fase della filosofia “del tramonto”. Nell’opera giovanile La nascita della tragedia, Nietzsche distingue tra spirito “apollineo” e spirito “dionisiaco”: il primo, che prende il nome dal dio Apollo, è caratterizzato dall’armonia delle forme e dall’equilibrio e rappresenta la finitezza della vita, mentre il secondo, che prende il nome dal dio Dioniso, è caratterizzato dal caos assoluto e rappresenta l’infinitezza della vita. Secondo Nietzsche, il superuomo è colui che sa vivere nel mondo inteso come caos dionisiaco, e che quindi compie l’ “accettazione infinita dell’infinita vita”.
Durante la fase della filosofia “del mattino”, Nietzsche pubblicò La gaia scienza, opera nella quale il filosofo include “Il grande annuncio”: in questo brano un “uomo folle” annuncia la morte di Dio, il quale è stato ucciso dagli uomini. L’ “uomo folle” però è sconvolto dalla morte di Dio, poiché Dio è stato ucciso dagli uomini i quali, perciò, sono rimasti privi di punti di riferimento. Nietzsche afferma poi che il superuomo emerge in seguito alla morte di Dio, poiché egli è capace di far fronte alla realtà senza sconvolgersi e, soprattutto, senza avere la necessità di creare per sé nuovi idoli, errore che il filosofo rimprovera invece a coloro che si definiscono “atei”.
Durante la fase della filosofia “del meriggio”, detta anche “di Zarathustra”, Nietzsche pubblicò un’opera intitolata Così parlò Zarathustra: si tratta di un profeta, realmente esistito, il quale all’età di trenta anni si era ritirato su un monte per riflettere, per poi tornare dopo dieci anni con l’obiettivo di comunicare il proprio messaggio.
Il profeta Zarathustra racconta della sua faticosa ed impervia salita verso il monte (la difficoltà della salita è simbolo del faticoso innalzarsi del pensiero), compiuta in compagnia di un nano. I due ad un certo punto si trovano davanti ad una porta carraia sulla quale è scritto “attimo”, che sta per “presente”, oltre la quale ci sono i due sentieri dell’eternità della vita: il primo, che porta all’indietro, indica il passato, mentre il secondo, che porta in avanti, indica il futuro, e Zarathustra chiede chiarimenti al nano, il quale gli risponde sprezzantemente che “tutte le cose diritte mentono” e che “ogni verità è ricurva, il tempo stesso è un circolo”. A questo punto Zarathustra intuisce qualcosa riguardo l’Eterno Ritorno dell’Uguale, poiché egli si chiede “non dobbiamo tutti esserci stati un’altra volta?”, “non dobbiamo ritornare in eterno?”: Zarathustra infatti comprende la circolarità dell’essere, poiché non esistono né passato né futuro, visto che il movimento è circolare. Improvvisamente la scena cambia: Zarathustra vede un giovane pastore che si rotola, si contorce e urla di dolore, poiché un serpente gli si è conficcato in gola. Il profeta dunque gli grida “Mordi! Mordi! Staccagli il capo!”, e il pastore, dopo aver morso il capo al serpente, lo sputa e si sente libero: infatti egli, liberatosi del serpente, ride e gioisce.
Nell’ambito di questo racconto, il pastore rappresenta il superuomo, mentre il serpente sta ad indicare il demone che, secondo Nietzsche, si conficca dentro ciascun uomo e lo tortura rivelandogli la verità dell’Eterno Ritorno, poiché il demone afferma che ciascuno di noi è destinato a rivivere la propria vita in eterno, con le stesse gioie e gli stessi dolori. Di fronte a questa verità l’uomo può disperarsi, oppure egli può reagire in maniera consapevole compiendo, come si è già affermato in precedenza, l’ “accettazione infinita dell’infinita vita”, che consiste nel dominare questa verità e non farsi dominare da essa, proprio come fa il superuomo.
Nietzsche afferma che il messaggio di Zarathustra è per tutti, ma non tutti sono capaci di comprenderlo: di conseguenza, le masse che non riescono ad accettare il messaggio di Zarathustra rimangono “gregge”. Questo però non significa che il superuomo debba dominare sulle masse, ovvero sul “gregge”, poiché se il superuomo dominasse, egli sarebbe limitato: il superuomo invece è colui che è capace di andare oltre le strettoie della morale, ed egli non è un eroe, altrimenti sarebbe egli stesso un idolo, ma il superuomo non vuole idoli. Il superuomo è colui che è capace di affermare la propria volontà di potenza nel mondo inteso come caos dionisiaco, ma la volontà di potenza non va intesa come una volontà di dominio assoluto: essa va invece intesa come l’impulso a superare continuamente se stessi, e va ad identificarsi con la vita stessa, infatti lo stesso Nietzsche scrisse “e la vita stessa mi ha confidato questo segreto:<Vedi, disse, io sono il continuo, necessario superamento di me stessa>”.
D’Annunzio invece diede un’interpretazione diversa e, a tratti, distorta del pensiero di Nietzsche:innanzitutto, secondo d’Annunzio, il superuomo ingloba in sé la figura dell’esteta, e nel superuomo l’estetismo non costituisce più un rifiuto sdegnoso della realtà, ma esso diventa strumento di una volontà di dominio sulla realtà. Inoltre, il superuomo viene interpretato da d’Annunzio in chiave aristocratica e imperialistica, poiché il superuomo si scaglia violentemente contro la realtà borghese dello Stato italiano, nel quale il senso della bellezza viene contaminato dal parlamentarismo, dai princìpi democratici ed egualitari e dallo spirito affaristico e speculativo. Il concetto dannunziano di superuomo implica che vi sia una cerchia ristretta di pochi esseri eccezionali con il diritto di affermarsi e di dominare sulla realtà borghese, ritenuta meschina e priva di valori. Secondo d’Annunzio, il dominio dei pochi va inteso dunque in senso fortemente aggressivo e imperialistico, ed è finalizzato all’affermazione dello Stato italiano sugli altri Stati, ma si tratta di un forte fraintendimento del pensiero nietzschiano, poiché Nietzsche era fortemente avverso al nazionalismo, visto da lui come una forma di idolatria. Infine, vi è una profonda differenza tra d’Annunzio e Nietzsche, poiché il primo attribuisce un ruolo politico al superuomo, elaborando in Le vergini delle rocce addirittura un vero e proprio “programma politico del superuomo”, mentre nel secondo la politica è del tutto assente.
Nell’ambito della letteratura latina, la figura dell’esteta dannunziano è accostabile a quella di Petronio, definito come un “dandy” dell’antichità: Petronio era infatti l’elegantiae arbiter di Nerone, in quanto egli era un uomo molto raffinato e dedito ai piaceri, ma fu anche console nel 62 d.C.; nel 66 d.C. egli venne costretto da Nerone al suicidio a causa di alcuni intrighi di palazzo. A tale proposito, si tenga presente che lo storico Tacito, nei suoi Annales, inserì un’accurata descrizione del suicidio di Petronio: nella descrizione tacitiana, la morte di Petronio appare come una parodia del suicidio stoico, visto che durante l’età imperiale, in particolare sotto Nerone, vi fu un’ampia diffusione di suicidi indotti e imposti a coloro che venivano considerati dissidenti verso il potere, come nel caso di Petronio, Seneca e Lucano. In aggiunta a questo, si tenga conto che il suicidio era previsto dalla filosofia stoica, in quanto il saggio stoico possiede determinate virtù, come la capacità di usare bene il tempo a propria disposizione e di non lasciarsi travolgere dagli eccessi delle passioni, tenendo sempre presente il proprio obiettivo, ossia il raggiungimento della saggezza, ma il saggio stoico è in grado anche di comprendere quando è arrivato il momento di porre fine alla propria esistenza: secondo gli stoici, infatti, il suicidio per il saggio è un mezzo per raggiungere la libertà, qualora vi siano circostanze, come un potere tirannico, che limitino o annullino la sua libertà interiore.
Nel caso di Petronio però le cose andarono diversamente dal momento che egli, come riportato negli Annales di Tacito, trascorse le sue ultime ore con gli amici gozzovigliando e conversando di argomenti licenziosi, al contrario di altri illustri suicidi stoici, durante i quali il suicida era solito conversare di argomenti sublimi, ad esempio l’immortalità dell’anima o la libertà. Petronio fece in modo che la sua morte risultasse accidentale, senza porre alcuna enfasi nel proprio gesto, a differenza, per esempio, di Seneca e Tràsea Peto.
A Petronio, figura che, tranne per quanto riguarda il suo suicidio, rimane alquanto misteriosa, viene attribuito un testo, intitolato Satyricon, che ci è giunto solamente in parte: infatti, del Satyricon abbiamo solamente il libro XV e frammenti del XIV e del XVI, per cui ci è praticamente impossibile ricostruire la trama per intero.
Riguardo la trama del Satyricon sappiamo che il protagonista è Encolpio, il quale narra la storia in prima persona, e attraversa una serie di peripezie: apprendiamo dal materiale che ci è pervenuto che egli ha a che fare con Agamennone, maestro di retorica, il quale affronta il tema della decadenza dell’oratoria. In seguito apprendiamo che Encolpio fa parte di un triangolo amoroso composto da lui, Ascilto e Gìtone, i quali vengono coinvolti dalla matrona Quartilla in un rito in onore del dio Priàpo. Appena sfuggiti a Quartilla, i tre vengono invitati ad un banchetto, accuratamente descritto, a casa del rozzo liberto Trimalchione. Successivamente, Encolpio e Ascilto litigano poiché entrambi amano Gìtone, e Ascilto porta via il ragazzo. In pinacoteca Encolpio conosce il poeta vagabondo Eumolpo, il quale sostituisce il personaggio di Ascilto: si forma dunque un nuovo triangolo amoroso composto da Encolpio, Eumolpo e Gìtone, poiché Encolpio recupera Gìtone e Ascilto esce di scena. I tre lasciano la città (la cui identificazione precisa è controversa) per imbarcarsi su una nave mercantile, dove essi incontrano il mercante Lica, il quale desidera vendicarsi di Encolpio per motivi a noi ignoti, e una donna di nome Trifena: Eumolpo dunque, per placare la situazione, racconta la “fabula Milesia” della “Matrona di Efeso”, ma ad un certo punto interviene una provvidenziale tempesta che spazza in mare Lica, mentre Trifena fugge in barca. I tre così si ritrovano a Crotone, città dove viene praticata la caccia alle eredità: Eumolpo dunque elabora uno stratagemma per cui egli finge di essere un anziano facoltoso privo di eredi, mentre Encolpio e Gìtone fingono di essere i suoi schiavi, allo scopo di vivere a spese dei cacciatori di eredità. In seguito Encolpio intrattiene una relazione sentimentale con Circe, ma viene improvvisamente abbandonato dalla sua virilità, che altrettanto improvvisamente egli recupera.
Nell’ultima parte pervenutaci, lo stratagemma dei tre viene scoperto dai Crotoniati, per cui Eumolpo decide di scrivere sul proprio testamento che chiunque voglia godere della sua eredità deve divorare il suo corpo, ma i Crotoniati paiono disposti persino a questo. Dopodiché, la trama si interrompe, e ci è impossibile ricostruire il finale della storia, visti gli imprevedibili colpi di scena. Il Satyricon è un’opera letteraria assai dibattuta sotto vari aspetti: ad esempio, non conosciamo il numero dei libri, poiché non sappiamo di quanti libri il Satyricon constasse ancora, e non si è certi neanche riguardo al genere letterario di appartenenza. Il Satyricon infatti è collocabile in vari generi letterari: per alcuni aspetti, come l’intreccio e i personaggi, esso può essere ricondotto al genere del romanzo antico, ma vi sono alcuni aspetti che entrano in contrasto con le caratteristiche di questo genere letterario, come il fatto che i protagonisti non sono una coppia di innamorati eterosessuali fedeli, ma un triangolo di omosessuali infedeli. Il Satyricon però potrebbe appartenere anche al genere della satira menippea, poiché in esso sono presenti un’alternanza di prosa e versi (vi sono due inserti poetici recitati dal poeta Eumolpo, l’uno sulla Presa di Troia, l’altro costituisce un adattamento del Bellum Civile), uno scarto fra un registro stilistico alto e uno basso, e la distorsione parodica dei modelli poetici alti, ma è vero anche che si tratta di un testo molto lungo nel quale manca l’attacco personale.
Inoltre, si deve considerare che d’Annunzio è un poeta decadente perfettamente in linea con i princìpi del fonosimbolismo, per cui egli sceglie le parole da utilizzare nelle sue opere a seconda della suggestione fonica da esse suscitata. D’Annunzio quindi è un poeta molto abile nella scelta lessicale e anche nell’uso delle figure retoriche, soprattutto la sinestesia, che associa nella stessa espressione ambiti sensoriali diversi, e che è assai cara agli autori decadenti. Nell’ambito della letteratura greca è possibile compiere un’analogia, per esempio relativamente all’accuratezza lessicale e all’abile uso di figure retoriche, con l’Anonimo del trattato Sul Sublime, il quale nella propria opera, risalente al I secolo d.C., ha l’obiettivo di determinare che cosa sia nell’arte il sublime, in quali condizioni sorga e con quali mezzi si raggiunga.
L’Anonimo, che si contrappone alle norme troppo rigide e manifesta una posizione personale e originale, divide le fonti del sublime in due tipologie: le fonti innate, come la grandezza di pensiero e il pathos, e le fonti acquisibili, come le figure retoriche, la scelta delle parole e la capacità espressiva (tutte caratteristiche di cui d’Annunzio è dotato).
L’Anonimo nella sua opera affronta anche il tema della decadenza dell’eloquenza, trattato anche in ambito latino da Petronio, Tacito e Quintiliano: l’Anonimo individua come causa di questo fenomeno la corruzione dei costumi. Infine, l’Anonimo, per avvalorare la propria tesi, ricorre a numerose citazioni, preziosissime per noi moderni, poiché esse ci restituiscono frammenti di opere altrimenti perdute.
In English literature, we can compare the figure of Gabriele d’Annunzio with the figure of Oscar Wilde, the most important English decadent author: he was born in Dublin in 1854 and he was a disciple of Walter Pater, who theorized the main features of Aestheticism, that were accepted by Wilde. For example, according to Pater and Wilde, art mustn’t have any implication, but art must be free, so it is an “Art for Art’s Sake”, that is an absence of any didactic aim, and the artist is the transcriber “not of the world, not of mere fact, but of his sense of it”. Aestheticism is a search of beauty, art means beauty, and beauty means pleasure of senses. The only possible reality is that of the form: the best form is in art, so we can find beauty in art. Form is the only possible reality, as a consequence form and matter are coincident. Aesthetic movement was born also as a reaction to Victorian ideals and values, like marriage.
Wilde wrote some works, like The Canterville Ghost, The Happy Prince and Other Tales for children, the commedie The Importance of Being Earnest, An Ideal Husband, Lady Windermere’s Fan, and the novel The picture of Dorian Gray. During his life, Wilde had a homosexual affair with Lord Alfred Douglas, a very young boy, but the Marquise of Queen’s Berry, the father of Lord Alfred, accused Wilde of corruption of his son and forced a public trial, so Wilde was condemned to two years of hard labour. During his detention, Wilde wrote De Profundis, a letter to explain his life and to condemn Lord Alfred Douglas for abandoning him. Wilde died of meningitis in Paris in 1900.
Wilde’s masterpiece is The picture of Dorian Gray, a novel in which the protagonist is Dorian, a very beautiful boy, who fascinates the painter Basil Hallward, who decides to paint his portrait. Later, Dorian knows Lord Henry Wotton, a friend of the painter: Lord Henry, whois a typical dandy, so he is an elegant and refined man,tells to Dorian about the transiency of his beauty and youth, so he exhorts Dorian to enjoy his youh. So, Dorian decides to sell his soul to devil in return of eternal youth: in fact, Dorian’s portrait grows old, but Dorian remains always young and beautiful. When the painter sees the corrupted image of the portrait, Dorian kills him. Then, Dorian decides to destroy the picture but, destroying his portrait, he kills himself: after that, the picture returns to its original purity, and Dorian’s face becomes old and ugly, because in the end the truth of life is restablished, and Dorian is punished. This novel is a modern version of Cristopher Marlowe’s Doctor Faustus, a tragedy about a man who sells his soul to devil in return of 24 years of absolute knowledge, but also Goethe wrote about this myth, because he wrote Faust. Finally, in The picture of Dorian Gray there is dualism between Dorian, who represents immorality and corruption, and his portrait, that represents the pure and innocent appereance, and there is dualism between art and life.
D’Annunzio nell’arco della sua vita sposò più volte posizioni interventiste (ad esempio, per quanto riguarda la guerra di Libia e la Prima guerra mondiale), ponendosi come esaltatore del patriottismo e del nazionalismo italiano in nome del “vitalismo” e della “volontà di potenza”, come si è affermato in precedenza.
Si tenga conto però anche del fatto che il periodo storico in cui visse d’Annunzio fu caratterizzato da un’ondata di feroci nazionalismi che si affermarono in tutta l’Europa, in particolare anche in Italia, dove, ad esempio, ci fu una forte esaltazione della guerra e del patriottismo da parte dei futuristi.
Il futurismo fu un’avanguardia italiana, nata però a Parigi nel 1909 con la pubblicazione del “Manifesto del futurismo” su “Le Figaro” da parte di Filippo Tommaso Marinetti, che si propose di esaltare in maniera estrema il progresso e la guerra: i futuristi infatti inneggiavano a tutto ciò che esprimesse l’idea di velocità e di aggressività, come l’automobile (“Un automobile ruggente… è più bello della Vittoria di Samotracia”)e la guerra, definita “sola igiene del mondo”.
La guerra veniva infatti vista dai futuristi come una forza purificatrice e rigeneratrice in quanto, distorcendo il principio hegeliano per cui “non c’è storia senza guerra”, essi ritenevano che la nascita di nuove civiltà e di nuovi Stati potesse avere luogo distruggendone altri: i futuristi dunque, in nome di questi ideali, si dichiararono favorevoli alla guerra di Libia e all’intervento dell’Italia nell’ambito della Prima guerra mondiale.
Si consideri anche il fatto che vari artisti futuristi si arruolarono volontari e morirono in guerra, come Antonio Sant’Elia. Inoltre, in un primo momento vi fu anche un’adesione al fascismo da parte dei futuristi (basti pensare che nel 1929 Marinetti venne nominato “accademico d’Italia”) in quanto essi ritenevano che il fascismo rispondesse ai criteri di progresso ed aggressività, in quanto esso si era proposto di riportare l’ordine con una certa brutalità. Successivamente però vi fu un distacco dal fascismo da parte dei futuristi, dal momento che esso era degenerato in dittatura, e gli artisti sotto le dittature non sono mai totalmente liberi di creare: negli anni Trenta si arrivò ad un punto che le nuove avanguardie vennero addirittura definite “arte degenerata”.
Caratteristiche importanti del futurismo furono l’internazionalità e l’interartisticità, per cui il futurismo intendeva espandersi a livello geografico (basti pensare che il “Manifesto del futurismo” venne pubblicato in Francia) e in tutti gli ambiti, per esempio in pittura, scultura, architettura, cucina, musica, teatro e in tante altre forme espressive. Il mito futurista del dinamismo e del progresso trovò la sua espressione anche nelle arti figurative, e il maggior esponente dell’arte futurista fu Umberto Boccioni, autore del dipinto del 1910 “La città che sale” e della scultura in bronzo del 1913 “Forme uniche nella continuità dello spazio”: entrambe le opere esaltano gli elementi tipici del futurismo come la velocità, nel cui ambito è di notevole importanza l’influenza della recente scoperta del cinematografo, che consiste in una successione di immagini in movimento.
In passato, l’insulina veniva estratta dal pancreas di bovini e maiali, ma nel 1921 ci fu una scoperta scientifica di notevole rilievo, poiché l’insulina cominciò ad essere prodotta in laboratorio, pur continuando ad essere ricavata da animali: in questo modo vi erano forti rischi, dal momento che una proteina animale solitamente non è identica a quella prodotta dal corpo umano, per cui era possibile che, una volta iniettata al paziente una dose di insulina animale, venisse indotta una risposta immunitaria. Esisteva poi il rischio che le molecole ottenute da sorgenti estranee fossero contaminate da patogeni o sostanze nocive. Oggi, grazie all’utilizzo in laboratorio delle colture cellulari di mammifero e di colonie di batteri geneticamente modificati con l’inserzione del gene interessato, la sintesi delle proteine umane avviene in condizioni ben controllate. L’insulina è un ormone proteico secreto dalle cellule beta delle isole di Langerhans, nel pancreas, e la sua funzione è quella di abbassare il livello ematico di glucosio. Nel complesso l’insulina promuove la captazione del glucosio dal sangue e l’utilizzo metabolico dello stesso da parte di organi e tessuti, svolgendo un’azione ipoglicemizzante; promuove l’accumulo di grassi nel tessuto adiposo (azione lipogenetica) e favorisce la sintesi delle proteine muscolari (effetto anabolizzante).
Il glucagone viene prodotto dalle cellule alfa delle isole di Langerhans, e promuove l’immissione di glucosio nel sangue da parte del fegato, realizzando un’azione iperglicemizzante. Promuove inoltre la mobilizzazione dei grassi del tessuto adiposo (azione lipolitica). Infine, l’insulina viene prodotta dopo un pasto, poiché le cellule beta del pancreas endocrino rilevano un aumento della glicemia e rispondono liberando insulina in circolo; il glucagone invece viene prodotto durante il digiuno.

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