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Napoli

“Bella, appariscente, invidiata, invadente, 5 volgare, indecente, violenta, incandescente. Ma è la mia città.”

Edoardo Bennato Ilaria Davascio, classe V A, a.s. 2014/2015,

Indice: Liceo scientifico G. da Castiglione, Castiglion F.no (Ar)

Indice

  • Latino: 21
  • Publio Papinio Stazio
  • IV libro delle “Silvae”
  • Elogio di Napoli
  • pg. 4
  • Italiano:
  • Giacomo Leopardi:
  • “La Ginestra o fiore del deserto.”
  • pg. 5
  • Scienze:
  • Vulcanismo: il Vesuvio
  • pg. 15
  • Filosofia:
  • Nietzsche: il Dionisiaco e la Tammurriata
  • pg. 19

Prefazione: perché Napoli?

21

Forse potrebbe risultare un po’ insolito portare all’esame di maturità una tesina il cui titolo è il nome di una città, ma mi sono resa conto che l’unico argomento di cui veramente avrei potuto parlare con dedizione, e magari suscitare negli altri un interesse o, perché no, un piacere nell’ascoltarmi, era appunto quello che è il mio luogo natale.

Il punto è che, solitamente, viene puntato il dito contro questa città per tutto quello che negli ultimi anni è accaduto: parlo della crisi dei rifiuti che va avanti dal 2009 (se non di più), della Camorra che giorno dopo giorno incide sulla città, della così detta “Terra dei fuochi” di cui tanti ne hanno approfittato e di tante altre caratteristiche che vengono attribuite a Napoli e ai suoi cittadini. mariuoli,

La mia Napoli non è solo un posto costituito da dalla pizza Margherita, dalla Camorra, dai rifiuti per le strade, dalla città di Pompei che ogni giorno purtroppo cade a pezzi; credetemi che non è solo questo.

La mia Napoli è quel posto che, anche se ci torno dopo tanto, sento che è sempre casa mia, so che mi aspetta a braccia aperte e con lei tutti coloro che incontro per le strade perché il mio è un popolo che nelle difficoltà, seppur ci campa tutti i giorni, resiste continuamente e crede che San Gennaro la grazia, alla fine, gliela farà.

Mi piacerebbe mostrarvi quelli che sono i mille colori di Napoli, come diceva un cantante, ma ne possiede così tanti che non credo oggi di riuscire a manifestarveli; vi presenterò il poeta latino Stazio, anch’egli napoletano, nell’intento di convincere la moglie a trasferirsi da Roma a Napoli; vi illustrerò una delle ultime poesie leopardiane composta alle pendici dello “sterminator Vesevo”, quella che è la struttura e il funzionamento di questo vulcano per poi terminare con un abbinamento particolare con la tammuriata napoletana (danza tipica) e il filosofo Nietzsche. 21

Latino: Stazio e l’elogio di Napoli

75

Publio Papinio Stazio nacque a Napoli sotto l’impero di Claudio e apparteneva all’età dei Flavi.

Si stabilì a Roma dove si fece subito apprezzare alla corte di Domiziano eseguendo pubbliche recitazioni e si sposò con Claudia, donna romana.

Stanco e malato sentì il bisogno di tornare a Napoli ma dovette vincere la resistenze della moglie che amava la vita della Capitale.

Di questa epistola per la moglie se ne parla nella sua opera “Silvae” (cose improvvisate); lo stesso titolo indica la molteplicità dei temi affrontati.

Sono complessivamente 5 libri, la maggior parte in esametri.

Il 3° e 4° libro sono quelli che risentono maggiormente della nostalgia provata dal poeta nei confronti di Napoli e il più entusiastico elogio della vita napoletana è quello diretto alla moglie.

Non credere che la cima del Vesuvio e l’ondata fiammeggiante “giù pel monte malefico abbiano totalmente spopolato le trepidanti città: abitatori ve ne sono, anzi prosperano e crescono di numero” (vv.72-74)

Segue l’elogio a Napoli che si articola di 4 punti:

  • I vantaggi del clima;
  • Il tenore di vita sereno;
  • La bellezza della natura e dei monumenti;
  • Le attrattive turistiche.

Riguardo al clima Stazio afferma:

“Colà l’inverno è mite, l’estate temperata dalla frescura e un’acqua pacifica sfiora il lido con onde tranquille” (vv.83)

Otiosa Neapolis:

Quanto al genere di vita placido, Stazio conferma la tradizione dell’“otiosa Neapolis”

“Laggiù aleggia una pace serena, la vita è comoda e rilassata e il riposo può protrarsi in sonni tranquilli.” (vv.84s)

Come bellezze naturali, il poeta sottolinea i magnifici panorami e la raffinata cura del paesaggio, mentre enumera templi e colonnati che cingono larghe piazze, mettendo in rilievo due teatri.

Infine vengono trattate le attrattive turistiche:

“Né mancano nei luoghi circostanti i diletti d’una varia vita, sia che ti piaccia visitare la vaporifera Baia o gli antri della fatidica Sibilla o la collina di Miseno o i vigneti del bacchino Gauro o Capri o i gioghi di Sorrento o gli stagni salutiferi d’Ischia o Stabia che rinasce” (vv.95-104)

Italiano: La Ginestra – Giacomo Leopardi

Ginestra

“La o fiore del deserto” è una lirica appartenenti ai “Canti” di Giacomo Leopardi composta a Torre del Greco, in provincia di Napoli, nel 1836.

Il motivo centrale è il diverso comportamento delle Ginestra e dell’essere umano nei confronti della Natura.

La poesia inizia con una epigrafe polemica e sarcastica: Leopardi capovolge il senso della frase dell’evangelista Giovanni poiché il buio rappresenta, per il poeta, le credenze ambiziose del progresso, l’illusione della religione mentre la luce la ragione, la coscienza della situazione umana.

L’epigrafe preannuncia l’esaltazione dell’età dei lumi che verrà poi contrapposta allo “secol superbo e sciocco”.

Il spiritualismo rinascente della sua età, il

ginestra

La è una pianta che fiorisce sull’arida schiena di un vulcano, nell’opera è il Vesuvio (simbolo della potenza malefica della Natura matrigna), che spande il suo profumo quasi per consolare lo squallore di quei luoghi solitari.

Nonostante dal Vesuvio scendano torrenti di lava, essa, consapevole della sua fragilità, si lascia travolgere senza viltà.

L’uomo, nonostante anch’egli sia fragile, insignificante nella natura, invece di chiedere alla Ragione o alla Scienza la verità sul suo stato, torna alle credenze religiose, proclamandosi padrone dell’universo.

Superbo e sciocco

Per questo Leopardi reputa il suo secolo e cerca di indicare agli uomini una via che potrà alleviare i loro mali:

La solidarietà tra loro e la fratellanza, al fine di unirsi per resistere e combattere la Natura (madre e matrigna) per le promesse che non ha mantenuto.

Leopardi sfoga il suo ant romanticismo dottrinale:

Contrappone alla propria fede nell’Illuminismo, che aveva liberato gli uomini dalle superstizioni medievali e dagli errori dello spiritualismo (come la Provvidenza), la stoltezza, presunzione e la del suo secolo.

Solo l’illuminismo poteva rivelare agli uomini la loro vera condizione di creature fragili per indurli alla solidarietà.

È in quest’ultima fase della sua vita che Leopardi sviluppa una sorta di pessimismo agonistico poiché l’uomo afferma orgogliosamente ed eroicamente la propria dignità, insieme con i propri simili; su queste basi, matura in seguito l’auspicio di una società “in social catena”, rinnovata in senso solidale, in cui gli uomini si stringono per la presa di coscienza che solo l’accettazione coraggiosa della verità ed il rifiuto di ogni inganno, illusione, autoinganno possono rendere gli uomini veramente uomini, e la vita un po’ meno indegna di essere vissuta.

5 21

In seguito per dimostrare l’indifferenza della Natura, Leopardi paragona l’eruzione del Vesuvio, che seppellì le città di Pompei, Ercolano e Stabia, alla distruzione della vita operosa di un formicaio, dovuta alla caduta di un pomo.

La Natura non ha più cura degli uomini rispetto alle formiche.

Per terminare, il poeta chiude il componimento con un confronto tra la perenne e rigorosa giovinezza della Natura e la brevità della vita e delle cose umane e nonostante ciò l’uomo si vanta di essere eterno.

Ritorna la figura della Ginestra che nella sua umiltà è consapevole della sua condizione di creatura in balìa del destino e sa che morirà.

La Ginestra o il fiore del deserto

Καὶ ἠγάπησαν οἱ ἄνθρωποι

μᾶλλον τό σκότος ἢ τὸ φῶς

E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce.

Giovanni, III, 19

Qui su l’arida schiena

Del formidabil monte

Sterminator Vesevo,

La qual null’altro allegra arbor né fiore,

Tuoi cespi solitari intorno spargi,

Odorata ginestra,

Contenta dei deserti. Anco ti vidi Questa prima strofa ha carattere descrittivo, rievocativo polemico.

De’ tuoi steli abbellir l’erme contrade e

Che cingon la cittade Si apre con la descrizione

La qual fu donna de’ mortali un tempo,

del paesaggio

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Sintesi

Introduzione La mia Napoli tesina

Forse potrebbe risultare un po’ insolito portare all’esame di maturità una tesina il cui titolo è il nome di una città, ma mi sono resa conto che l’unico argomento di cui veramente avrei potuto parlare con dedizione, e magari suscitare negli altri un interesse o, perché no, un piacere nell’ascoltarmi, era appunto quello che è il mio luogo natale.

Collegamenti

La mia Napoli tesina

  • Latino: Stazio - "Silvae" con elogio di Napoli
  • Italiano: Leopardi - La ginestra
  • Scienze: Vulcanismo - Vesuvio
  • Filosofia: Nietzsche, apollineo e dionisiaco abbinati alla tammurriata
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